![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 LUGLIO 2001 |
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Da Abramo a Lévinas occorre un afflato religioso
E' vero, ha ragione Sergio Givone (intervenuto sull'Avvenire dell'11 luglio): etica e solidarietà riguardano tanto l'ateo quanto il credente e nemmeno chi nega Dio con l'ostentata sicurezza del più perfetto "insipiente" è per questo immune dal dubbio, dalla colpa, dal richiamo interiore che la sofferenza dell'altro produce. La responsabilità appartiene all'essenza dell'uomo, alla sua originaria attitudine alla relazione e al dialogo, al punto che parlare significa ogni volta rispondere, lasciarsi sollecitare dalla presenza dell'altro, dal suo appello, rispondere a lui e di lui. L'etica è per questo più forte e più obbligante del diritto, trae la sua forza da un obbligo il cui adempimento, come dice Simone Weil, è "un bene sotto qualsiasi riguardo".
Ma è proprio questo l'elemento che lega l'ateo e il credente, che anzi rende perfino inutile il loro conflitto. A meno di non dissolvere l'etica nel formalismo giuridico privandola del suo carattere obbligante e facendo della responsabilità una scelta legata al caso e alla eventuale sensibilità dei soggetti, occorre riconoscere che non si dà vera etica che non sia già religione, che non sia "religio" in quanto legame originario con l'alterità, dunque come comunità di amore. Si ricordi Abramo. La tentazione a cui deve resistere è proprio l'etica, la sua responsabilità di fronte a Dio ne fa un irresponsabile di fronte agli uomini. Qui l'etica rende irresponsabile chi sceglie Dio, chi lo sceglie assolutamente, in "timore e tremore"; chiamato ad amare l'Altro assoluto Abramo è perduto di fronte all'etica, ed è difficile pensare che possa farvi ritorno senza portarsi addosso il marchio di quella irresponsabilità che l'ha condotto a odiare Isacco, a amarlo e odiarlo al tempo stesso.
Chi ha tremato davanti a Dio non dimenticherà mai la sua vertigine, non guarirà mai del tutto da quella angoscia. Ma si può amare ogni altro come se fosse Dio, amarlo assolutamente, senza distinguere l'infinità dell'altro da quella di Dio. In questo l'etica è religione, quando amare l'altro significa riconoscere in lui la traccia del divino, sentirsi responsabili di fronte a lui come Abramo di fronte a Dio. Diversamente l'etica non è più nulla, non obbliga più a nulla,si trasforma di volta in volta in politica o in diritto, perde la sua cifra caritativa. Per esempio si può amare lo straniero nonostante sia tale, ma lo si deve amare proprio perché straniero: nel primo caso si tratta di tolleranza, nel secondo di etica e di responsabilità.
Amare nell'altro il suo essere straniero significa amarlo nella sua infinità (come insegna anche Lévinas), in quella apertura libera e infondata che è precisamente il tratto costitutivo del divino. Credo che a partire da qui sia possibile non solo il dialogo tra non credenti e credenti, ma la loro appartenenza alla medesima comunità "religiosa".