RASSEGNA STAMPA

15 LUGLIO 2001
LUCA ZUCCHI
Impronte religiose sulla scienza

Dimostrazioni e rivelazioni sono state spesso intrecciate

Maurizio Mamiani (a cura di), "Scienza e Sacra Scrittura nel XVII secolo", Vivarium, Napoli 2001, pagg, 278, L. 60.000.

Nell'opinione corrente, ancora influenzata da vecchie semplificazioni di stampo positivistico, l'immagine dei rapporti fra religione e indagine sulla natura nella prima età moderna è per lo più strettamente associata alle condanne dì Galileo e Giordano Bruno, intese come episodi esemplari dì un insanabile conflitto che opponeva l'"oscurantismo" degli uomini dì Chiesa alla "libertà di pensiero" dei filosofi scienziati. In realtà, nel Cinque e Seicento era convinzione unanime che la verità rivelata dalla Sacra Scrittura e quella cui perviene la ricerca sul mondo fisico si trovassero in perfetto accordo. La stessa volontà divina era garante dell'armonia fra il testo biblico e il gran Libro della Natura.

Come hanno messo in luce gli studi di Richard H. Popkin, persino lo scetticismo coevo (riscoperto a partire dal Rinascimento assieme ad altre scuole filosofiche antiche trascurate dalla cultura medioevale in favore di Platone e Aristotele) non si risolveva nella semplice negazione della possibilità di conoscere il vero, ma veniva utilizzato dai cattolici per attaccare i protestanti e viceversa, e la distruzione di ogni certezza razionale, aveva per esito l'abbandonarsi della coscienza nella fede. Del resto, lo stesso pensatore seicentesco che fu accusato da ogni parte di ateismo, subendo 14 persecuzione della comunità ebraica cui apparteneva per nascita come pure delle diverse confessioni cristiane, Spinoza, è autore nelle cui pagine il nome di Dio, panteisticamente identificato con la natura, ricorre in modo quasi ossessivo.

Il concetto dì verità era peraltro inteso in modo assai simile nell'ambito scientifico e in quello religioso: essa era garantita nel primo caso, in termini galileiani, dalle "sensate esperienze" e dalle "necessarie dimostrazioni", nel secondo dalle testimonianze bibliche, dai miracoli e dalle argomentazioni della teologia razionale. Scrive Imre Lakatos in un paragrafo de La falsificazione dei programmi di ricerca scientifici intitolato "Scienza: ragione o religione?": "Per secoli la conoscenza ha significano conoscenza dimostrata: dimostrata mediante la ragione o mediante l'evidenza sensibile. Le facoltà probanti della ragione o dei sensi erano state messe in questione dagli scettici più di duemila anni fa; ma costoro furono sbaragliati dal trionfo della fisica newtoniana. I risultati di Einstein ribaltarono nuovamente la situazione; oggi pochissimi filosofi o scienziati pensano ancora che la conoscenza scientifica sia, o possa essere, conoscenza dimostrata". Piuttosto che come "credenza vera e giustificata", l'epistemologia contemporanea intende infatti la conoscenza alla luce di varie nozioni di "affidabilità", esaminando le relazioni fra dì esse.

Un volume dallo stesso titolo raccoglie ora gli atti del convegno, tenutosi a Udine dal 9 all'11 ottobre 1995, dedicato a "Scienza e Sacra Scrittura nel XVII secolo", Nella prefazione il curatore, Maurizio Mamiani, confronta le diverse, e spesso conflittuali, modalità di affermare la concordanza tra Ragione e Rivelazione con la più radicale soluzione proposta da Newton. Sulla base dell'analogia mente/Dio, lo scienziato inglese assegnata infatti alla filosofia naturale il compito di parlare della stessa realtà divina muovendo dai fenomeni. Il saggio di Paolo Rossi indica come il progressivo ampliamento della distanza temporale tra il momento della Creazione e l'inizio della storia umana promosso dalla ricerca sui fossili e dallo studio delle civiltà egiziana e cinese (che rivendicavano un lunghissimo passato), venisse sentito come una pericolosa minaccia dai sostenitori della tradizionale cronologia biblica. Mario Miegge descrive le complesse implicazioni teologiche, storiografiche, scientifiche, politiche e filologiche dell'appassionata controversia sull'identificazione del "Quarto regno" delle profezie di Daniele. Michael Segre attribuisce l'assenza di un "caso Galileo" nella cultura ebraica alla mancanza di un'autorità religiosa centrale e di un braccio secolare che imponesse con la forza le interpretazioni dei più prestigiosi talmudistì. Wìlliam R. Shea mostra come Pascal sostenesse la veridicità della Bibbia in base all'argomento che essa è fondata sulla testimonianza diretta di sinceri contemporanei agli eventi e sulla continuità e coerenza della storia del popolo ebraico. Renato G. Mazzolini analizza il mito religioso della "maledizione di Cam e Caino", utilizzato nella cultura cinque e seicentesca per affermare la congenita inferiorità dei popoli dell'Africa subsahariana, prima che il mito pseudoscientifico della razza sostituisse l'esegesi biblica nel giustificare la pratica dello schiavismo.

Benché i saggi che compongono il libro indaghino specifici momenti d'intersezione nella storia del pensiero religioso e scientifico, il loro insieme suscita considerazioni di più ampia portata. Nota Mamiani nella sua prefazione "Il culto della verità e della certezza, la collettività stessa della ricerca scientifica, il carattere pubblico del sapere e soprattutto il suo carattere progressivo (quando mai si finirà di conoscere Dio?) sono tutti effetti conseguenti dell'originaria impronta religiosa, che ha caratterizzato l'età moderna ed è trapassata in essa tanto più efficacemente quanto più occultamente".
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