![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 LUGLIO 2001 |
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Dopo gli abusi nazisti il primo codice per la sperimentazione sugli esseri umani
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Raffaella De Franco, "Nel nome di Ippocrate. Dall’olocausto medico nazista all’etica della sperimentazione contemporanea", Franco Angeli, Milano 2001, pagg. 240, s.i.p. |
Non può che far bene a un Paese, che ha vissuto lo scandalo morale e politico della sperimentazione della pseudoterapia Di Bella, una ricostruzione storico-critica della più importante riflessione etico-giuridica sulla sperimentazione medica su soggetti umani (nonché del contesto in giuoco): il processo tenutosi a Norimberga dall’agosto 1946 all’ottobre 1947 contro i medici nazisti. La sentenza di quel processo conteneva il primo codice etico che affermava a livello internazionale che il "consenso volontario" è il presupposto "essenziale" per una sperimentazione moralmente accettabile sull’uomo. Il libro di Raffaella De Franco è ben costruito e argomentato, anche se forse eccede nei toni pessimistici, paventando, senza fornire prove concrete, che la medicina sia continuamente sull’orlo di una degenerazione morale. Una tesi peraltro poco originale, quasi quotidianamente viene discussa dalla tribuna dei media da improbabili intellettuali, ormai evidentemente a corto di pretesti per richiamare l’attenzione, che potrebbero leggersi questo libro per rendersi conto della natura del problema.
Il libro si sviluppa in tre parti, con un’appendice cronologica. La prima analizza i contenuti del processo di Norimberga istruito dagli Stati Uniti contro Karl Brandt, il medico personale di Hitler, e altri 22 medici e ricercatori: furono tutti condannati, sette alla pena capitale. Gli atroci esperimenti medici, con obiettivi militari, furono quelli tragicamente famosi in cui veniva studiata la resistenza alle basse pressioni e temperature, la storia naturale, la profilassi e la terapia di infezioni come il tifo, la malaria, l’influenza e la setticemia, gli effetti dei raggi x sul sistema riproduttivo, gli effetti di gas, farmaci e veleni, la rimozione chirurgica di nervi, ossa, organi e vari tessuti per studiare le conseguenze delle mutilazioni.
La seconda parte ricostruisce a grandi linee la storia dell’eugenetica in Occidente, mentre la terza, quella certamente più interessante e ricca di spunti storico-problematici, analizza l’evoluzione dell’etica della sperimentazione umana, le origini del Codice di Norimberga e il valore del giuramento ippocratico quale vincolo morale sufficiente per garantire al paziente che il medico non sfrutti la sua posizione di potere; ovvero che il ruolo paternalistico che facilmente la sua figura assume nella relazione con il paziente non diventi una sorta di legittimazione per trattamenti o esperimenti rischiosi indipendentemente dal fatto che il paziente sia consapevole e abbia dato il suo consenso.
Raffaella De Franco inquadra bene le difficoltà dei consulenti e del collegio di accusa statunitensi di fronte alla tesi del difensore dei medici nazisti: che quegli esperimenti erano stati condotti nelle condizioni di necessità dettate dalla guerra, cioè nell’interesse dello Stato e soprattutto per poter meglio assistere i militari impegnati al fronte; e che esperimenti analoghi, senza alcun consenso e su pazienti indifesi o inconsapevoli, erano stati e venivano condotti anche dai medici statunitensi. L’autrice fa inoltre osservare come con le nuove teorie biologiche e l’acquisizione definitiva del metodo sperimentale nel corso dell’Ottocento, la medicina aveva acquisito un più complesso status epistemologico, che introduceva la prospettiva di rendere più efficace la pratica medica a beneficio dei pazienti e della società anche attraverso la sperimentazione sull’uomo per stabilire l’eziologia e il trattamento più efficace delle malattie. Non si contano gli esempi di sperimentazioni umane, fatte senza alcun consenso e talvolta nel più totale disprezzo di malati indifesi, nella ricerca sull’eziologia, la terapia e la prevenzione delle malattie infettive. Senza comunque dimenticare che spesso gli scienziati sperimentavano in primo luogo su se stessi, e che alcuni di quegli esperimenti cambiarono la storia della medicina.
La Germania fu tra l’altro il primo Paese a predisporre nel 1900 e poi nel 1931 una regolamentazione della sperimentazione medica sull’uomo. Mentre è stato ampiamente documentato che il Committee on Medical Research creato negli Stati Uniti agli inizi della Seconda guerra mondiale per promuovere la ricerca medica di interesse militare accreditò circa 600 ricerche nella maggior parte delle quali erano coinvolti soggetti umani (malati di mente, prigionieri od orfani), di cui solo una minima parte fu effettuata previa richiesta del consenso.
In contemporanea con l’uscita del libro della De Franco, lo storico inglese Paul Weindling ha pubblicato un saggio sul "Bulletin of the History of Medicine" in cui ricostruisce proprio le origini del consenso informato e del Codice di Norimberga attraverso la documentazione contenuta negli archivi di Andrew Conway Ivy e Leo Alexander, i due medici-ricercatori consulenti del tribunale statunitense. Weindling dimostra che l’origine dei contenuti del Codice di Norimberga si trova in un codice proposto da Ivy il 1º agosto 1946 all’International Scientific Commission on Medical War Crimes. Quindi il sospetto avanzato dalla De Franco, che proprio Ivy fosse l’estensore dei contenuti del Codice di Norimberga, è confermato. Ivy riteneva peraltro che il giuramento ippocratico fosse sufficiente a tutelare il paziente da abusi, nel senso che egli non considerava gli esperimenti senza consenso condotti negli Usa come equiparabili a quelli effettuati nei lager nazisti, in quanto questi abusi erano stati la conseguenza dell’asservimento dei medici a un regime liberticida.
Ha certamente ragione la De Franco quando insiste che non si deve dimenticare quello che accadde e quando attribuisce un significato morale importante al Codice di Norimberga. Ma come poi riconosce, quel Codice e il nuovo giuramento dell’Associazione Medica Mondiale del 1948 non impedirono che continuassero gli abusi sperimentali, denunciati negli Stati Uniti da Henry Beecher nel 1966, né che continuasse il Tuskegee Syphilis Study, l’esperimento iniziato su una comunità di neri nel Sud degli Stati Uniti nel 1932 per studiare l’infezione sifilitica e che non fu interrotto nemmeno quando, dopo la guerra, divenne disponibile la penicillina. Proprio la scoperta del Tuskegee Study innescò il meccanismo politico che vide affermarsi una riflessione etica sulla biomedicina, anche esterna alla comunità medica. In particolare l’istituzione negli Usa nel 1974 della National Commission for the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behavioural Research, che cinque anni dopo pubblicava Belmont Report - Ethical Principles and Guidelines for the Protection of Human Subjects of Research, in cui venivano enunciati i principi (rispetto per le persone, beneficità e giustizia) che durante gli ultimi vent’anni hanno largamente orientato l’analisi dei problemi bioetici in ambito medico e sanitario.