![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 LUGLIO 2001 |
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Il nemico della poesia qui
si rivela grande poeta e filosofo
Pubblichiamo uno stralcio
dall'introduzione di Giovanni Reale all'edizione del «Simposio» da lui curata
in uscita per le edizioni Fondazìone Lorenzo Valla-Mondadorí (Milano, pagg.
278, L. 48.000).
Occorre accostarsi al Simposio con il metodo che Edgar Wind, occupandosi della grande pittura del Rinascimento, ha indicato: «Un metodo che vada bene per le opere minori ma non per quelle grandi è ovviamente partito dalla parte sbagliata. In geometria, se posso servirmi di un paragone così remoto dal nostro campo, è possibile arrivare alle parallele euclidee riducendo a zero la curvatura di uno spazio non-euclideo, ma è impossibile arrivare a uno spazio non-euclideo partendo dalle parallele euclidee. Allo stesso modo, la storia sembra aver dimostrato che, mentre il luogo comune può essere compreso come una riduzione dell'eccezionale, l'eccezionale non può, invece, essere compreso dilatando il luogo comune. Sia logicamente sia causalmente, l'elemento decisivo è l'eccezionale, perché esso introduce (per quanto strano possa sembrare) la categoria più ampia». In effetti, ciò che si è spesso verificato è proprio la riduzione del Simposio alla dimensione del «normale». Tanto più per il fatto che, di primo acchito, sembra essere uno scritto facile da comprendere, in quanto composto da Platone in maniera accattivante, ma, come Taylor giustamente rilevava, «forse proprio per questo è stato il più frainteso dei suoi scritti». Inoltre, si è da tempo aperta una spaccatura all'interno delle ricerche platoniche, con una divaricazione fra «comprensione filosofica» e «ricerche filologiche», con la preminenza di queste ultime, e quindi con inevitabili riduzioni della dimensione del Simposio a indagini di carattere ristretto. Questo ha portato alla costruzione di immagini di Platone povere di filosofia. Le indagini si sono spesso concentrate sulla biografia, sulla cronologia, sul testo, sulla lingua e sulla forma letteraria degli scritti platonici. G. Krüger ha scritto: «Dal momento che Platone in effetti è molto più che un semplice "filosofo" (nel senso moderno del termine), è emersa la possibilità di penetrare nella sua opera in maniera "non filosofica"». Certamente non è possibile affrontare Platone senza adeguati strumenti «filologici» e senza entrare nella situazione storico-culturale in cui egli si colloca; ma la dimensione teoretica risulta in lui preminente; e alla dimensione «filosofica» va aggiunta anche quella «estetica». Ma accade spesso che, in non pochi studiosi, l'una o l'altra di queste componenti rimanga assente. Ebbene, proprio l'interpretazione del Simposio presuppone come «condizione necessaria» un'indagine condotta in funzione di tutte e tre queste componenti, in giusto equilibrio. Infatti, forse in nessun altro dialogo Platone ha saputo mediare la sua arte poetica e il suo pensiero filosofico in modo così perfetto, ha fuso l'arte «tragica» con quella «comica» per esprimere, mediante un costruttivo e fecondo confronto con le componenti culturali emergenti della sua epoca, un meraviglioso messaggio sul l'«Eros filosofico». Ma qual è il preciso messaggio che Platone si è proposto di comunicare con il Simposio? I dialoghi di Platone che vengono considerati capolavori al più alto grado, oltre al Simposio, sono il Fedro e il Fedone. In tutte e tre queste opere egli comunica al suo lettore un preciso messaggio conclusivo, che in apparenza sembra una «appendice» in qualche modo trascurabile, e che, invece, è essenziale. Kondrad Gaiser giustamente rilevava che «proprio questo corrisponde all'arte di Platone; non farla comoda al lettore». In effetti, in tali messaggi conclusivi egli rivela l'obiettivo cui mira la sua opera, però in modo enigmatico, e sotto certi aspetti provocatorio. Nel finale del Fedro (279 b 8-c 3) si legge una preghiera in cui viene richiesto al dio Pan ciò che il filosofo ritiene importante, e si esprime per enigma in cinque righe ciò che il dialogo ha dimostrato. In effetti, mediante la presentazione di Eros e la discussione sull'arte oratoria Platone ha espresso la natura e i messaggi di fondo della propria filosofia (l'erotica coincide in certo senso con la filosofia e la vera arte oratoria deve fondarsi sulla dialettica); quindi la «preghiera del filosofo» a conclusione del dialogo esprime la cifra emblematica del Fedro. E nel finale del Simposio qual è la risposta che Platone fornisce al problema che abbiamo posto sopra? Leggiamo in anticipo il passofinale, che, in forma di enigma,rivela la ragione di fondo per cui l'opera è stata composta: «Aristodemo diceva di non ricordarsi più dei discorsi che Socrate, Agatone e Aristofane facevano, perché non li aveva seguiti dal principio e sonnecchiava. Ma la sostanza - diceva - era questa: Socrate li costringeva ad ammettere che è proprio dello stesso uomo il saper comporre commedie e tragedia, e che chi è poeta tragico per arte è anche poeta comico. Quelli, costretti ad ammettere queste cose senza seguirlo molto, ciondolavano la testa dal sonno, e Aristofane si addormentò per primo, e poi, quando era giorno, anche Agatone. Allora Socrate, dopo averli fatti addormentare, si alzò e se ne andò (222 d i-9). Il Simposio tratta però di Eros dal principio alla fine; e allora, perché mai il messaggio conclusivo non fa riferimento all'Eros, ma chiama in causa un problema che riguarda la «poesia»? Già Gaiser forniva una risposta che mette sulla giusta strada: «Il tema finale nel Simposio, ossia che la tragedia e la commedia si fondano sulla base del medesimo sapere poetico, acquista il suo vero significato solamente se si pensa che il filosofo, in questo dialogo, ha riportato la vittoria sul poeta autore di tragedie Agatone e sul poeta autore di commedie Aristofane, proprio in base a questo, e che Platone qui, come in generale con la sua arte di scrittore, si è prefisso di fondare una nuova arte poetica, che superi la tragedia e la commedia». Come nel Fedro Platone dimostra - mediante un vero e proprio «agone oratorio» - di essere lui, al momento, il maggior scrittore e oratore, qui nel Simposio, con grande finezza e delicatezza di tocchi, dimostra - mettendo in scena un «agone poetico», oltre che oratorio - di essere proprio lui, al momento, il «vero poeta», appunto come «poeta-filosofo». Anche in questo dialogo, come nel Fedro, la scelta del tema di Eros dipende da una ragione di fondo ben precisa, ossia dal fatto che «Eros» è «Filosofo» per sua stessa natura, come vedremo; di conseguenza, la nuova poesia «filosofica» non poteva essere presentata in modo conveniente se non con l'ausilio determinante di Eros, appunto in quanto Eros è Filosofo per eccellenza. Dunque, il Simposio è un grandioso manifesto programmatico in cui Platone si presenta come il «vero poeta» del momento, con la motivazione che il «vero poeta» non può essere se non il «filosofo». La vera arte poetica non può essere, a suo avviso, se non quella collegata alla ricerca perenne della verità. Proprio mediante questo rapporto con la verità, il poeta-filosofo sa cogliere la realtà sia nella dimensione del comico che in quella del tragico. Platone stesso ce lo conferma in modo indiretto, rivelandoci che la poesia tradizionale fu un suo grande amore, proprio in un passo della Repubblica, in cui sottopone la poesia in generale al più severo giudizio.