![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 LUGLIO 2001 |
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Dalla pubblicazione di Heidegger e il nazismo di Victor Farias nel 1987, la polemica relativa alle simpatie naziste del filosofo lievitano: un profluvio di studi più o meno attendibili, pro o contro, sono stati pubblicati in tutta Europa. Le prove della compromissione di Heidegger sembrano ormai acquisite. Resta da vedere il senso e se ci siano metastasi nell'opera del filosofo.
Prima di tutto esaminiamo le prove a carico. Il futuro filosofo sì laurea a 24 anni nel 1913, due anni dopo, a Friburgo, consegue la libera docenza e, dal '15 al '23, insegna appunto a Friburgo. Dal '23 al '27 si trasferisce all'Università di Marburgo, che lascia nel '28 per tornare a Friburgo: gli hanno offerto di sostituire Husserl come ordinario di filosofia. Nell'aprile 1933, a quarantaquattro anni, è nominato rettore dell'Università di Friburgo, incarico di altissimo valore accademico, ma con parecchie valenze politiche: se non si è in pace col il Reich non ci si arriva, e la prolusione tenuta per la nomina - L'autoaffermazione dell'Università tedesca - lo conferma. Conferma ribadita da una serie di conferenze e articoli successivi. Altre prove a carico. Nel corso del suo rettorato, il filosofo informa il ministro nazista dell'Istruzione del Baden di essere alla ricerca di un professore di "igiene razziale" per l'università. E un episodio accaduto alcuni anni dopo sembra testimoniare che non si tratta di una furbata per tenersi buono un politico, ma di qualcosa di più profondo: nel 1960 invia un proprio libro con "cordiali auguri di Natale e auspici per l'anno nuovo" a Eugen Fischer, nel 1927 fondatore e poi direttore dell'Istituto di igiene razziale.
Passiamo ora alle prove a discarico. Se è vero che nel 1933 fu innalzato dai nazisti al rettorato, è altrettanto vero che nel febbraio 1934 si dimette perché non intende cacciare due colleghi contrari al regime. Continuò sì a insegnare, ma i suoi corsi furono controllati dai servizi di sicurezza e soprattutto dalle SS. E non gli fu nemmeno facile pubblicare i suoi libri, antesignani di un'ideologia "razionalista" e "nichilista".
Sul piano del pensiero, poi, non c'è nemmeno da perderci molto tempo: non c'è nessuna connessione possibile tra la filosofia di Heidegger e la follia nazista. Da una parte, dopo il prevalente interesse antico per la natura, quello della filosofia medioevale per Dio e dopo l'astratto idealismo hegeliano in età moderna, Heidegger richiama l'attenzione sull'uomo, sull'individuo concreto gravato dai problemi relativi all'esistenza e alla sua precarietà. Dall'altra parte, l'ideologia nazista sperimenta una società incardinata sulla disciplina corporativa delle forze produttive e del lavoro; la regolamentazione e il controllo totale da parte dello Stato di ogni attività - economica, industriale, culturale e morale - del popolo, l'esaltazione della gloria, potenza e purezza della razza germanica e la sua intelligente difesa da ogni inquinamento e compromissione.
Stabilito che "Heidegger rappresenta uno dei filosofi che hanno influito maggiormente sulla cultura del secolo passato e che i segni della sua "presenza" si trovano non soltanto presso gli esistenzialisti successivi, ma anche presso intellettuali dalla formazione e dalle tendenze più disparate" (Abbagnano), riesce difficile bollarlo come nazista. Non è ancora tempo, dunque, per somme e sottrazioni: non è furbesca prudenza, è obiettività.