![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 LUGLIO 2001 |
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Parla Edoardo Boncinelli, biologo molecolare. E confessa "un’attrazione fatale"
Andando a curiosare nei laboratori di mezzo mondo ancora non abbiamo scoperto quello che sognano gli scienziati. Certo abbiamo scoperto che la sequenza del genoma, l’aver messo in fila tutte le molecole che compongono il nostro codice genetico, è il frutto di un sogno durato quindici anni. Ma finora di risposte concrete, di un bel sogno che uno scienziato voglia realizzare non abbiamo nemmeno l’ombra. Ci viene il dubbio che gli scienziati i sogni se li tengano stretti, chiusi nel cassetto, che quasi ne abbiano timore. Andiamo allora da uno scienziato che ha alle spalle anche una bella cultura umanistica: ottimo conoscitore del greco classico e della filosofia. E’ un fisico che fa il biologo con grande successo e che ora vuole dedicarsi alle neuroscienze. Insomma, già questo ci pare un sogno. E’ così?
Lo chiediamo a Edoardo Boncinelli, uno dei biologi italiani che più si è occupato di settori avanzati della ricerca biologica. "Ognuno ha una motivazione più o meno conscia del perché fa ricerca", incomincia sorridendo col suo accento toscano, mescolato al napoletano (vent’anni di lavoro a Napoli e una moglie partenopea...) "Quello che mi aspetto dalla ricerca dei prossimi 10-20 anni è capire come funziona il cervello, capire la connessione tra il cervello e la psiche".
Mica male come sogno. "Si sanno già un po’ di cose - continua Boncinelli - ma sono tantissime quelle che non si sanno. Per esempio si conoscono alcuni meccanismi della memoria, ma non si sa dove sono scritti i ricordi e come sono scritti. E poi il linguaggio. Perché l’uomo possiede questo linguaggio articolato e gli altri animali no? Sappiamo che le aree che presiedono al linguaggio sono sparse per il cervello, ma come si controllano reciprocamente? Per arrivare al problema dei problemi che è quello della coscienza. Non se ne sa nulla, anche se negli ultimi anni sono usciti un sacco di libri sull’argomento: ma sono libri che parlano di ipotesi. Ecco a me piacerebbe, di qui a vent’anni - perché più in là non riesco a guardare - mettere il naso in tutte queste faccende".
E, allora, mettere il naso come?
"Moltissimi avanzamenti nella conoscenza del cervello sono stati fatti grazie all’esistenza di macchine tipo la risonanza magnetica, che hanno permesso di guardare dentro il cervello di una persona viva mentre compie un’azione e vedere quale parte del cervello sta funzionando. Da questo punto di vista, dalla tecnologia ci aspettiamo sempre di più. Voglio studiare questi fenomeni: cosa succede nel cervello quando uno pensa, quando uno calcola, quando uno pronuncia le parole, quando fa delle scelte".
E l’intelligenza artificiale, gli esperimenti con i piccoli robot che possono imparare da soli, questo può aiutare in qualche maniera a capire come funziona il cervello?
"L’intelligenza artificiale ci ha permesso di capire in cosa un cervello somiglia a un computer, ma anche in cosa un cervello non gli somiglia. Credo che, se da una parte si procede a capire come funziona il cervello vero e dall’altra parte si tenta di simulare tutto questo con i computer, alla fine avremo un quadro sempre più completo di come funziona quest’organo meraviglioso".
Negli ultimi tempi, lei si è occupato molto anche di evoluzionismo...
"La teoria dell’evoluzione non è soltanto la più importante teoria biologica comparsa fino ad oggi, è l’unica teoria della biologia. Un famoso biologo Thedosius Dobzhansky ha scritto che "la maggior parte dei fenomeni biologici acquista un senso solo quando viene inquadrata in una prospettiva evoluzionistica". La teoria dell’evoluzione ci permette di vedere tutti i fenomeni biologici in un’unica ottica".
Possiamo dire che la teoria di Darwin, pubblicata nel suo famoso libro "L’origine della specie", è rimasta fondamentalmente valida?
"Direi proprio di sì, ed è tutto sommato una grandissima sorpresa che Darwin, 150 anni fa, osservando fenomeni che altri avevano osservato da sempre, sia riuscito a trarre delle conclusioni e a darci un’impalcatura logica che non è cambiata. Basta prendere le sue parole e a quella variante sostituire la parola mutante, alla parola variazione sostituire quella mutazione, e non è quasi cambiato nulla... L’impianto concettuale con gli anni si è arricchito ed è stato in grado di fronteggiare tutta una serie di novità".
Eppure mi sembra che "L’origine della specie" sia poco letta.
C’è un atteggiamento molto variegato rispetto alla teoria dell’evoluzione. Qualcuno non la conosce proprio. Qualcuno la conosce male e la vede a modo suo. Qualcuno la conosce bene e non la può accettare. E un certo numero di biologi, fortunatamente non troppo esiguo, la conosce bene e l’adopera tutti i giorni. Ultimamente ho scritto un libro, Le forme del vivente, nel quale volevo rimettere le cose a posto, non tanto per il biologo, quanto per la persona colta: non è ammissibile, nel 2000, non avere una visione, anche parziale, della teoria dell’evoluzione".
Forse la teoria di Darwin è mal compresa perché, un po’ come la fisica dei quanti o la teoria della relatività, va contro il senso comune, contro la nostra intuizione?
"Purtroppo la scienza moderna ci dice cose che non sono facili da digerire. La fisica ci ha raccontato che il tempo e lo spazio sono la stessa cosa. La biologia ci dice che questo mirabile insieme di fenomeni vitali, tutto sommato, si è originato per caso. Questa è la cosa più difficile da accettare. Ci si deve misurare col fatto che alcuni valori che noi esseri umani apprezziamo di più, biologicamente sono magari meno importanti. Perché, a conti fatti, per la sopravvivenza delle specie e degli individui conta - diciamo - l’animale medio, quello che si comporta nella maniera meno originale e lascia, però, più discendenti".
Una cosa che mi ha sempre incuriosito, e che la riguarda direttamente come ricercatore, è quella dei geni regolatori, quei geni che stabiliscono per esempio i movimenti della mosca, la disposizione spaziale. Questi geni sono gli stessi per i vari tipi di organismi?
"Le più grosse sorprese, negli ultimi 15 o 20 anni, sono venute nell’osservare non tanto le differenze quanto le cose in comune tra gli organismi viventi. La struttura della cellula, la membrana, il codice genetico: e questo si sapeva già 30 anni fa. Quello che non era facile prevedere era che anche i geni importanti sono essenzialmente gli stessi in tutti gli animali, dalle meduse in su. Questa è stata la scoperta sconvolgente, che ha aiutato moltissimo la ricerca negli ultimi anni. Si faceva l’esperimento in un animale semplice come il moscerino, e poi si scopriva che la maggior parte di questi risultati valevano anche per il topo o per l’uomo. Darwin nella sua teoria era affascinato e ossessionato dall’occhio. Scrive così: "Supporre che l’occhio con i suoi inimitabili congegni... possa essersi formato per selezione naturale, sembra, lo ammetto francamente, del tutto assurdo". Darwin, con l’occhio, aveva qualche problemino. Ma com’è possibile - diceva - che per puro caso, per piccole variazioni accumulate, si possa creare un organo perfetto come l’occhio? E non riuscì a dare una risposta".
Oggi possiamo?
"Nei libri di testo c’è scritto che l’occhio è nato indipendentemente 40 volte durante l’evoluzione, in questi tre miliardi di anni... Perché? Perché l’occhio del moscerino, l’occhio del polpo e l’occhio di un topo o di un uomo sono, in realtà, organi completamente diversi. La biologia molecolare ci ha spiegato però che lo stesso gene, che si chiama pax 6, è in grado di produrre l’occhio in tutti gli organismi. Questo ci deve un po’ far riflettere su tutto il discorso. Probabilmente, come la testa si è formata una volta sola tanto tempo fa, così anche l’occhio, magari un occhio rudimentale, si è formato una volta sola, quasi perfetto fin dall’inizio. Quindi non è che si sia evoluto per piccole variazioni: è nato di schianto come Minerva dalla testa di Giove".