![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 LUGLIO 2001 |
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In una
lettera al "Manifesto", poi ripresa e integrata sul numero di
"Reset" in edicola, Gianni Vattimo manifesta la preoccupazione che
il realismo ontologico sia espressivo del "clima di restaurazione
dell'ordine che si sta affermando, in Italia più che altrove, e che ha il suo
aspetto più rilevante ('strutturale'?) nella politica e nella nuova
aggressività del padronato." Il teorema suona pressappoco così: tira una
brutta aria. Dopo la vittoria delle destre in Italia e in Europa, anche le
sinistre si lasciano sedurre dalle sirene del realismo, e si avrebbe un cambio
di paradigmi per cui all'idea di emancipazione che fa parte del patrimonio
storico della sinistra, secondo cui tutto è storico (cioè relativo) e non
esistono fatti, solo interpretazioni, viene a sostituirsi un crudo realismo,
per cui ci sarebbero fatti e non solo interpretazioni. Contro tutto questo, si
tratterebbe di avanzare ancora una volta le istanze forti del pensiero debole,
quasi addossando la sconfitta della sinistra al realismo invece che
riconoscere, semplicemente, che la sconfitta della sinistra è una realtà. Il
ragionamento, oltre a risultare frettoloso, suona anche un tantino ambiguo:
dopo aver biasimato i cedimenti all'industria e alla scienza borghese, a parere
di Vattimo caratteristici del realismo ontologico, dopo avere esortato la
sinistra a non lasciarsi sedurre da quelle lusinghe, Vattimo conclude che "il
mercato" avrebbe "meno che mai bisogno" di un simile realismo.
Dove il mercato appare come una istanza filosoficamente dirimente, però mal
consigliata, giacché dovrebbe rivolgersi ad altri indirizzi, e Vattimo si
rivela un consulente bipartisan, giacché mette in guardia contro il realismo
ontologico sia la destra sia la sinistra. Lasciamo da parte la Confindustria e
veniamo al nocciolo della questione: sarà vero che la storia (con la sua
tensione utopico-messianica) e l'ermeneutica (con la sua valenza relativizzante-indebolente-distorcente)
sono rivoluzionarie, e che viceversa il realismo ontologico è reazionario?
Prendiamo
Berlusconi. In molte sue dichiarazioni, sembra attraversato da una carica
utopica rispetto a cui Paolo di Tarso, Gioacchino da Fiore e Jules Verne sono
dei cinici. "La forza di un sogno: cambiare l'Italia" è, che io
sappia, uno slogan di destra, non di sinistra. Vorrei inoltre osservare che la
speranza che non ci siano fatti ma solo interpretazioni è una delle più
instancabili aspirazioni coltivate dall'attuale Presidente del Consiglio in
tema di conflitto di interessi e pendenze giudiziarie. E magari Heidegger fosse
rimasto un po' più amico della natura, come quando, prima del `33, votò per il
Partito dei Vignaioli del Württenberg. L'irrealismo, lo spiritualismo, il cuore
oltre l'ostacolo, e magari anche le stampelle di Enrico Toti con tutto il resto
sono stati tradizionalmente il patrimonio della destra. Ovviamente,
nascondevano interessi ben più concreti, a cominciare da quelli dei fabbricanti
di stampelle, ma questo dimostra soltanto che il mito, l'utopismo ecc. sono
spesso, anche se non necessariamente, fenomeni sovrastrutturali o di facciata,
proprio come si può benissimo credere nella immacolata concezione e pilotare un
jet. Ma quello che mi pare sorprendente non è tanto il fatto che ci si chiuda
gli occhi di fronte a questa circostanza, quanto piuttosto che si tenda a
confondere sistematicamente l'irriverenza nei confronti della realtà con
l'emancipazione e l'interpretazione: per potersi emancipare bisogna conoscere
la realtà di ciò da cui ci si emancipa, la natura di ciò a cui si obietta, se
si obietta, altrimenti la differenza tra emanciparsi e credere di emanciparsi
vien meno.
Ancora più
bizzarro è credere di credere che il pensiero debole portasse in sé una qualche
valenza rivoluzionaria, come sembra ritenere Vattimo quando sostiene che
rinunciarci è un ritorno all'ordine. Altri miti erano patrimonio della
sinistra, e non credo proprio coincidano con quelli del pensiero debole, che si
riducono (è un esperimento interessante e alla portata di tutti) a quelli
bonariamente enunciati a suo tempo da Lucio Dalla in "Caro amico ti
scrivo". C'è stato, è vero, un momento in cui sono entrati nel lessico
della sinistra - diciamo nell'arco che dalla Gioiosa Macchina di Guerra porta
all'I care -; ma è stato per l'appunto il periodo in cui la sinistra ha perso
la sua occasione storica a colpi di buonismo e di kennedysmo, e probabilmente
anche di circostanze reali da analizzare invece che da esorcizzare. Qui il
punto rilevante è che sarebbe erroneo pensare che il pensiero debole faccia
parte del Dna della sinistra, visto che ci è entrato solo come un virus
opportunista, a colpi di slogan come "dalla dialettica al dialetto",
di elogi del postmoderno e della società trasparente, e alla fine anche di
personalissime interpretazioni di una religione diffusa ma non inevitabile,
giacché possiamo benissimo non dirci cristiani, specie in tempi di frati con le
stigmate.
La
predilezione per la storia (o, diciamola tutta, per lo spirito) rispetto alla
natura, così forte nell'ermeneutica, nasce non tanto dalle sue risorse
emancipative, quanto piuttosto dalla sua estrema malleabilità, nel senso che è
facile raccontare storie e scriverne e riscriverne a tutto spiano. Dopo avere
identificato la storia della sinistra con il pensiero debole, Vattimo ripete
una fiaba che ama smodatamente raccontare, quella secondo cui il realismo
sarebbe stato battuto dallo storicismo, la filosofia analitica e la
fenomenologia sarebbero state battute dall'ermeneutica. Lo fa anche
nell'articolo su "Reset", ma questa storia (che, se vera, renderebbe
inspiegabile il malumore di Vattimo) non sta sicuramente in terra; sta forse in
cielo, nel paradiso dei mondi possibili, ma mi si vorrà perdonare se non riesco
a crederci. Quello che è più sconcertante, tuttavia, è proprio questa visione
calcistica della filosofia, fatta di squadre che si battono, di gente che vince
e che perde, di lotte per l'egemonia che seguono la logica del maggioritario e
non del proporzionale.
Ma è proprio
di filosofia che stiamo parlando? E siamo sicuri di aver conservato il senso
delle proporzioni e magari del ridicolo? La storia vera, secondo me, non
riguarda - nella fattispecie - né Analitici né Continentali, né Kant né Hegel,
né Husserl né Heidegger, ma una vicenda tipicamente italiana del pensiero di
sinistra, che si è nutrita di cattocomunismo, di storicismo e - nella sua fase
terminale e termale - anche di ermeneutica, come versione dello storicismo
attrezzata con pennacchi e lustrini. Ora, ci vuole, insieme, una bella
prosopopea e una grande smania egemonica per pensare che il realismo ontologico
minacci questa genealogia attaccandola da destra (come sembra paventare Vattimo
quando avvisa la sinistra), oppure ne scippi il testimone (come Vattimo, molto
più sinceramente sebbene immotivatamente, dimostra di temere quando parla di
"ricambio di `quadri' accademici").
Intanto,
conviene intendersi sulla parola "realismo", evitando i polveroni
ermeneutici: Vattimo, a un certo punto, scrive contro "la rivendicazione
di un rinnovato positivismo, realismo, empirismo (ma certo non quello di Hume!)
che dovrebbe rimettere la filosofia al passo con la `realtà' e, appunto, `la
meraviglia delle cose'". Chiunque abbia studiato un po' di storia della
filosofia (non va bene, la storia? Oppure a dar fastidio è la filosofia?)
capisce che positivismo, realismo ed empirismo non sono la stessa cosa. In
particolare, il positivismo e l'empirismo sono due dottrine che ritengono che l'origine
della nostra conoscenza sia o l'esperienza, che sarebbe orientata naturalmente
verso la scienza (empirismo) o la scienza tout court, nella sua forma di base,
cioè la fisica (positivismo).
Ora, se il
ritorno dell'ontologia realista nella filosofia contemporanea si caratterizza
proprio per l'individuazione di strati di esperienza che non appaiono
riducibili alla scienza, non si capisce a che titolo si assimili il realismo
all'empirismo e al positivismo. O meglio, lo si capisce benissimo, visto che Vattimo
condivide l'assunto di fondo di certi filosofanti, secondo cui la verità vera
sarebbe questione della scienza, mentre alla filosofia restano fiocchi,
orpelli, incensi e don Bosco. Tutto ciò è commovente: gli scienziati (i fisici
e, al limite, i percettologi, stando all'articolo di "Reset") possono
parlare per dire come stanno le cose, mentre i filosofi devono additare qualche
cielo soprasensibile, più molle è, meglio è. Scherza coi santi, ma lascia stare
i fanti, sarà questo la secolarizzazione? Sarà questo il "carattere
necessariamente progettuale di ogni filosofia degna del nome"? Dove poi,
mi pare, il "carattere necessariamente progettuale" sembra essere un
carattere esclusivamente progettuale.
Convinzioni
del genere non sono nuove, erano già le idee di fondo di San Bruno e San Max
sbeffeggiate da Marx e Engels nella Ideologia tedesca. E Marx, lui, invece, che
cosa proponeva? Nel Capitale leggiamo: "L'arcano della forma di merce
consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma, come uno specchio,
restituisce agli uomini l'immagine dei caratteri sociali del loro proprio
lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel
lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce
anche l'immagine del rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo,
facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistente al di fuori
di essi produttori. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro
diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali".
Di fronte a
una situazione di questo tipo, la presunta opzione emancipativa del postmoderno
e dell'ermeneutica è consistita nello spiritualizzare ancora di più la merce,
cioè nel sostenere che tutto quanto, nell'epoca della universale interpretazione,
diviene una materia impalpabile e - quello che è più grave - friabile e
inanalizzabile. Di qui a trarre conclusioni ovviamente false il passo è breve:
abbiamo sentito dire, persino, che la Guerra del Golfo non sarebbe mai
scoppiata, visto che era tutta una finzione mediatica. E per concludere che
anche lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è l'immaginazione di un'epoca rude e
realistica, e che nell'età dello spirito le cose andrebbero in tutt'altro modo,
il passo è poco più lungo, ma mi pare sia stato compiuto proprio dal pensiero
debole, che in genere si è rivelato straordinariamente inconsapevole circa le
determinazioni politiche, sociali e personali che stavano alla base delle
proprie formulazioni, d'accordo con il notorio fenomeno della falsa coscienza.
Qui, nella
fattispecie, un dipendente statale di livello medio-superiore può
tranquillamente sognare di essere un rivoluzionario, e di avere rischiato
chissà che cosa con le proprie radicalissime affermazioni circa il fatto che
bisogna liberare il simbolico o prendere congedo dalla presenza piena, la
quale, notoriamente, è autoritaria e tacitante. Le vittime più prossime sono
altrove, aspiranti giornalisti, scrittori, laureati in scienze della
comunicazione e pubblicitari in cattive acque costretti a consolarsi con
Hölderlin ("Là dove è il pericolo nasce anche ciò che salva". Sarà
vero?) Più in là, lontano, oltre lo Hudson, come nel manifesto di Saul
Steinberg, ci sono i cassintegrati, però non bisogna sopravvalutare le colpe
dei professori.
Ma non mi sembra che Marx avesse in mente alcunché di simile, nel brano citato e in tanti altri. Se c'è qualcosa da fare, suggerisce Marx, è tutt'altro che chiudere gli occhi di fronte agli oggetti e alla realtà. Al contrario, si tratta di dettagliare l'oggetto, di studiare la reificazione, di compiere una analisi, e non di additare paradisi e presepi. L'ontologia e il realismo sono questo, e non credo che appellarsi, invece, alle interpretazioni e alla storia serva più di tanto, specie se con "interpretazione" si intende la notte in cui tutte le mucche sono nere, e la storia è una favola della buonanotte in cui alla fine tutti si vogliono bene. L'idea per cui raccomanderei il ricorso al realismo ontologico anche a un pervicace fautore della storia e della universale interpretazione è quella di una reificazione del mondo della vita: facciamo l'esperimento di attribuire quante più qualità possibili agli oggetti. E solo nel momento in cui l'oggetto non basterà più, salterà fuori il soggetto, e le sue eventuali responsabilità. Il contrario è una ragion pigra, che in fondo si limita ad attribuire i mali della terra alla malizia degli uomini, e ad additare un cielo, secolarizzato quanto si vuole, in cui l'agnello e il lupo vivranno d'amore e d'accordo.