![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 LUGLIO 2001 |
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A Spoleto, studiosi parlano di progresso. Tra provocazioni e dubbi
Non solo tigri e pirati dalla fantasia di Salgari. Prima di fare harakiri come un samurai, il papà di Sandokan si tuffò nella fantascienza, con meno successo di Jules Verne. Scrisse anche una storia di anarchici che venivano rinchiusi in campane di vetro in fondo al mare, perché avevano rotto le scatole contro l'elettrosmog che inquinava la prima società industriale. Niente di nuovo: ora ci sono le tute bianche, contro la globalizzazione.
Ma dove passa il confine tra lecito e illecito, nella corsa al progresso non sempre controllabile? Nemmeno questa domanda è una novità. Già la mitologia se la poneva: da Icaro a Ulisse, sfidando cieli e mari, alla scoperta dell'ignoto. "Però oggi l'ignoto si frantuma in tante incognite, come un "non conosciuto" calcolabile; mentre si continua a discutere dell'origine dell'universo e della vita. E della globalizzazione", avverte il semiologo Paolo Fabbri, tra i relatori di "Spoletoscienza" (su un tema che pare una sfida: "La nuova Odissea", pensare al futuro con timore e speranza). "La paura è legata alla speranza, entrambe si proiettano verso l'avvenire. Chi teme la scienza le attribuisce un potere che non ha. E' più fragile di quanto s'immagini, la scienza. Formula progetti di grande certezza che immediatamente producono altre incertezze", aggiunge Fabbri che, con Pascal, riscopre la ragione dell'infelicità nel "non" pensare al presente. Mentre il futuro lo impongono i tecnologi: ci vorranno 10.000 anni per neutralizzare i depositi di scorie radioattive.
"Ma che lingua parleremo tra 10.000 anni, e quale lingua c'era 10.000 anni fa?", si chiede ancora il semiologo, giocando - è il suo mestiere - con le parole: il "pre" contrapposto al "pro". Partendo proprio dal presente, che fa premesse e promesse, prevede e provvede. Invece, la scienza si preoccupa più della prominenza che della preminenza del mondo, inteso come umanità. E il presente è già futuro, tensione in avanti. Per fare un esempio: Internet non è un problema da definire, ma un "ambiente" in cui viviamo. Le tecnologie dell'ingegneria genetica, la clonazione, la bioetica, pongono problemi di "antropologia filosofica" ben oltre la sfera della pura ricerca.
"Superare la discussione sulla sacralità della natura, per concentrarsi sull'uso di ogni tecnologia trasformatrice, da orientare al bene comune": ecco l'intento di questa tornata di "Spoletoscienza", nelle parole di Pino Donghi, segretario generale della Fondazione Sigma-Tau (che da tredici anni porta al Festival di Spoleto il meglio della ricerca scientifica internazionale, anticipando discussioni che poi arrovellano anche i politici). In questo senso si parla di "natura collettiva della scienza". "Come un muro di mattoni che cresce fila dopo fila", dice John Maddox, già docente di fisica teorica all'università di Manchester e direttore di Nature. Il suo ultimo libro s'intitola Che cosa resta da scoprire (i segreti dell'universo, il futuro dell'uomo). "Il futuro - spiega Maddox, con un'altra immagine - ripeterà il passato rivelando una nuova serie di "matrioske" da aprire l'una dopo l'altra". Per scoprire, alla fine, che non si fanno scoprire. Come quando s'indaga sulla differenza tra mente e cervello. Lo faceva già Aristotele, convinto che la mente fosse nel cuore. O come quando non si trova una spiegazione esauriente del perché un sasso lanciato nello spazio continui la sua corsa.
Altre corse, altre imprese - di "virtute e conoscenza", come per l'Ulisse di Dante - dopo le grandi scoperte del passato aprono nuove incognite. Nel Galileo di Brecht si paragona la scienza a un'avventura di navigazione. Ma pure Giordano Bruno si sentiva un navigatore. "C'è da scoprire una nuova America della conoscenza", dice il filosofo Giulio Giorello (anche lui relatore a "Spoletoscienza", con Aldo Schiavone, Enrico Bellone, Pietro Corsi, Daniel Kevles e Sebastiano Maffettone). Non c'è fretta. Ancora nel 1917 Einstein credeva che l'universo fosse statico. Poi, la teoria del Big Bang è diventata (nella definizione di Giorello) la nuova "ortodossia": salvo a scoprire che comporta tutta una serie di altri dubbi. Ecco perché - senza paure - la scienza riesce anche a prendere in giro sé stessa. Arrivano le "scienze ironiche": una ridda di più modelli competitivi e contraddittori. L'importante è non farne una religione.