![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 LUGLIO 2001 |
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Un omaggio allo studioso da poco scomparso: la militanza da partigiano, gli studi con Pareyson e Gadamer e l'ultima interrotta fatica, la traduzione della "Grande Enciclopedia"
Pubblichiamo il discorso di commemorazione per Valerio Verra effettuato nell'Ateneo romano che lo aveva da poco nominato professore emerito
Valerio Verra è morto improvvisamente, nel sonno, il 20 giugno scorso. Nel febbraio aveva compiuto 73 anni e qualche mese addietro questa Facoltà lo aveva nominato professore emerito. A buon diritto, io credo, poiché pochi come Lui seppero congiungere un'attività didattica, esemplare per rigore di metodo e capacità di dedizione, con un esercizio costante dell'attività di ricerca, che gli consentì di diventare, con il trascorrere degli anni, un punto di riferimento imprescindibile negli studi sulla filosofia tedesca degli ultimi tre secoli.
Verra era nato a Cuneo e lì aveva vissuto, prima ancora di recarsi a Torino per gli studi universitari, una importante esperienza di vita - quella della Resistenza - di cui non amava parlare, ma che lo aveva segnato profondamente dal punto di vista morale prima ancora che politico. Era quello il momento - egli mi disse una volta, l'unica in cui ne parlammo - in cui era del tutto chiaro che cosa si dovesse fare, in cui era possibile distinguere con nettezza ove fosse il bene ed ove il male. Poi le acque si erano intorbidate e noi assistevamo - si era allora intorno alla fine degli anni Settanta all'addensarsi sulla nostra vita pubblica di nubi che non promettevano nulla di buono.
Verra aveva successivamente studiato a Torino, alla scuola di Augusto Guzzo, Luigi Pareyson e Nicola Abbagnano, la cui attenzione per Dewey non dovette restargli estranea, se è vero che, malgrado la sua indubbia vicinanza a Pareyson, dedicò la propria tesi di laurea allo sperimentalismo del filosofo americano.
Ma gli interessi e l'orientamento filosofico del suo principale maestro lo indirizzarono ben presto, dopo la laurea, verso la filosofia classica tedesca, parte essenziale di quell'imponente movimento poetico, letterario e speculativo che caratterizzò in maniera peculiare quella che fu detta l'"età di Goethe". A quell'epoca Verra dedicò dapprima tutte le sue energie, svolgendo un paziente, a volte minuzioso lavoro di scavo, che gli consentì di ricostruire a partire dalle fonti, allora assai poco conosciute, alcune tra le personalità più importanti e infine di pervenire ad una mirabile sintesi delle complesse vicende speculative che caratterizzarono la posizione del più grande pensatore sistematico della modernità, e cioè di Hegel.
Ma la strada per giungere a tale traguardo era lunga e Verra la percorse lentamente, attraverso una serie di stazioni che devono essere ricordate. Alla pubblicazione, solo parziale, della sua tesi, aveva fatto seguito nel 1957, il volume Dopo Kant che offriva un primo saggio della esplorazione condotta dal giovane Verra del criticismo preromatico, il cui frutto più significativo sarebbe stato il grosso volume su Jacobi del 1963, che nel panorama storiografico del tempo s'impose per il ricorso sistematico alle fonti e, soprattutto, per la valorizzazione sagace ed acuta ad un tempo dell'imponente carteggio.
Lo studio di questo autore aveva nel frattempo portato Verra in Germania, ove ebbe la ventura d'incontrare a Heidelberg il suo secondo maestro, Hans-Georg Gadamer, del quale era stato appena pubblicato l'opus majus. Verra fu attratto così in una nuova orbita, che non gli era certo estranea, poiché in essa ruotava il suo stesso maestro torinese, ma che ora S'imponeva di fare i conti più da vicino con la filosofia del Novecento, con i dibattiti sull'ermeneutica e sul pensiero di Heidegger che allora si andavano accendendo un po' dovunque in Europa. Fu Gadamer, oserei dire, che richiamò l'attenzione di Verra sul problema della dialettica, che egli a partire da quelli anni indagò in tutta la sua complessità, spingendosi per un vero indietro, fino a Plotino, per l'altro in avanti, verso Hegel, che rappresentò il polo intorno a cui venne infine a configurarsi il suo massimo impegno storiografico.
Pur tra queste nuove aperture Verra aveva però continuato a lavorare intorno al passaggio dall'illuminismo all'idealismo, aveva vinto la cattedra di Storia della filosofia presso l'Università di Trieste ed aveva pubblicato nel 1966 il risultato più maturo della sua lunga ricerca su Herder, inquadrandone la riflessione sul mito nel contesto dei dibattiti tardo-illuministica sull'argomento.
Nel 1968, con le prime avvisaglie di un sovvertimento che doveva restare mitico, Verra venne chiamato alla II cattedra di Storia della filosofia presso la facoltà di Magistero della Università di Roma "La Sapienza": la Facoltà dalla quale molti di noi provengono. Aveva allora 40 anni e si può ben dire che fosse all'apice della fortuna accademica e dell'attività di studioso. Gli anni romani furono prevalentemente dedicati lo attestano i corsi che tenne - all'approfondimento di Hegel, ma anche allo studio via via più intenso di Heidegger e dei problemi ad esso collegati: la filosofia di Nietzsche e la questione del Nichilismo, che da un lato lo ricongiungeva ai suoi antichi interessi per Jacobi e dall'altro lo rendeva particolarmente sensibile alla lettura di alcuni poeti, tra i quali mi piace ricordare quella di Benn.
Fu Hegel, tuttavia, dalla Fenomenologia all'Estetica, dalla Logica all'Enciclopedia, che occupò soprattutto Verra in una serie di corsi che hanno lasciato il segno sui nostri studenti e in una serie di saggi che egli solo di recente, e solo parzialmente, aveva raccolto sotto il titolo di Letture hegeliane. Negli anni Settanta era stato intanto cooptato dall'Institut International de Philosophie e nel 1987 era entrato a far parte dell'Accademia dei Lincei.
Nell'ultimo decennio, riprendendo una importante opera di mediazione che già aveva condotto in riferimento a Herder, Verra si dedicò con la solita abnegazione alla traduzione della hegeliana Grande Enciclopedia, cioè all'edizione in lingua italiana dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio arricchita delle osservazioni e dei commenti che Hegel annotò nel corso degli anni sulla copia personale del libro. Si trattava di un lavoro imponente, del quale era apparso presso la Utet, qualche tempo addietro, il primo volume. Nei mesi scorsi Verra, che a quest'impresa aveva subordinato ogni altro interesse, era riuscito a completare anche il secondo, del quale qualche giorno prima di morire gli erano infine giunte le bozze. Alla loro correzione cui guardava come alla preminente occupazione della sua estate operosa, ma la sorte ha voluto che egli non arrivasse a porvi mano.
E se io ora vado con la mente a quel gran fascio di carte che ho visto giacere inerte sul suo tavolo, non posso fare a meno di avvertire, insieme con un sentimento profondo di gratitudine per l'esempio di vita che egli ci ha lasciato, una tristezza indicibile al pensiero che qualcun altro dovrà intervenire per portare a compimento la sua opera.