![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 LUGLIO 2001 |
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Fondamentalismi vecchi e nuovi. Per manifestolibri, "La guerra delle razze" di Alberto Burgio
Una appassionata ricerca storico-filosofica impegnata in prima linea contro il razzismo
Che cos'è la naturalizzazione? E' quel processo che fa sembrare come naturali fenomeni ed eventi che sono storici. Qual è l'effetto della naturalizzazione? Far apparire eterne e immodificabili situazioni, relazioni, condizioni in modo da legittimarle nella loro conservazione e permanenza. Il processo di naturalizzazione è qualcosa che risulta dalla trasfigurazione di un bisogno reale, il bisogno di essere rassicurati attraverso una perversione del senso di permanenza e di stabilità. Questo, invece di accompagnarsi al mutamento, si trasforma in un'immutabilità garantita dalla natura e da ciò che appare naturale. Da questo punto di vista, dire che la schiavitù esiste per natura e dire che gli uomini sono eguali per natura sprimono lo stesso errore epistemologico: entrambe le affermazioni delegano a un legge esterna, naturale quel che appartiene ai rapporti storici fra gli uomini. Per solito tuttavia la naturalizzazione ha funzionato e funziona soprattutto per far soggiacere le alterità e le diversità al mantenimento e alla perpetuazione delle disuguaglianze.
L'idea di razza e il razzismo appartengono sicuramente all'ambito della naturalizzazione. Ed entro tale contesto Alberto Burgio sta conducendo un'intelligente ricerca filosofica e storica che è anche una lotta militante contro il razzismo. Burgio, in questa direzione, è al suo secondo libro. In precedenza aveva pubblicato L'invenzione delle razze. Studi sul razzismo e revisionismo storico (manifestolibri, 1998) di cui ora esce quello che egli stesso aveva definito il complemento ideale, La guerra delle razze (manifestolibri, pp. 260, L. . 30.000). L'ipotesi teorica centrale dei due libri è che l'ideologia razzista, in ogni sua variante, si colloca "su un dispositivo ideologico unitario: la trascrizione in termini naturalistici delle identità storiche, la loro naturalizzazione". A differenza del precedente, La guerra delle razze è più attento ai dati empirici e alle questioni di attualità sociale, dal dibattito sulla definizione dell'epoca attuale all'identificazione della figura di Haider nell'ambito del razzismo contemporaneo, ai mutamenti incorsi nel mondo a partire dalla Guerra del Golfo, alla questione dei fondamentalismi.
Nell'intenso capitolo intitolato 'Razze' in guerra. Sulla costituzione materiale del 'Nuovo ordine Europeo' - che di fatto funge da introduzione ma soprattutto da asse centrale dell'interpretazione del concetto di razzismo - Burgio constata che ancora una volta, pur nel grande cambiamento storico-politico degli ultimi anni, il razzismo si mostra dietro il velo della naturalizzazione e che non è il caso di illudersi: l'orrore dei lager non ha prodotto nessun efficace antidoto. "Oggi come ieri - scrive -, la trasformazione di gruppi umani in 'razze inferiori' si compie in forza della traduzione in termini naturalistici di loro caratteri storicamente determinati. E come in passato (nell'intero processo di sviluppo della modernità), la funzione del razzismo consiste tuttora nella legittimazione di pratiche discriminatorie (sino al genocidio) in cui si riverbera la schizofrenia della modernizzazione borghese, il suo procedere in forza di un inestricabile intreccio tra dinamiche inclusive e processi di esclusione, di un contraddittorio impasto di universalismo e privilegio". Sarebbe interessante discutere il senso di questo mescolarsi dell'universalismo con il privilegio, perché senza dubbio ci troviamo qui di fronte a uno degli aspetti più inquietanti delle contraddizioni della modernità, ma il punto che Burgio solleva qui in modo più esteso è quello delle analogie tra il razzismo attuale e quello degli anni Trenta del Novecento. Burgio, se non erro, non usa mai, o quasi mai, la parola "analogia". Egli parla di "ritorno", ma con molte precisazioni e prudenze: "Si badi: nessuno intende sostenere la tesi meccanica di un ritorno del passato, l'idea di una pura e semplice riedizione di un vecchio quadro storico". Richiamandosi a Gramsci e alla sua idea di "restaurazione", e dunque nella consapevolezza che nella storia non si torna indietro, Burgio individua in singoli elementi, "isolati benché cruciali", aspetti che meritano di essere comparati con l'epoca fascista. E segnala tre "ritorni": la guerra, il fenomeno dell'immigrazione, la rinascita di una destra razzista. Per quel che riguarda la guerra, Burgio si dichiara critico verso quelle teorie che parlano di fine degli Stati nazionali nell'epoca della globalizzazione. Proprio le guerre di questi ultimi anni dimostrano le volontà degli Stati occidentali di assicurare, nell'ambito della globalizzazione, il controllo delle loro rispettive economie, a cominciare dagli Usa. Per quel che riguarda il fenomeno dell'immigrazione Burgio nota, in primo luogo, che
movimenti migratori e rafforzamento delle frontiere, ben lungi dall'essere due aspetti fra loro contraddittori, sono invece due fenomeni complementari; in secondo luogo, che "la produzione di frontiere non concerne soltanto i rapporti fra entità sovrane. Essa viene assumendo un ruolo strategico nel governo della società, che diviene in se stessa uno spazio segmentato, o meglio: radicalizza le proprie scansioni interne, trasformandole... in confini anche fisicamente invalicabili".
Il terzo "ritorno" è quello delle "razze". Burgio riporta dati e statistiche sull'incremento del razzismo nell'Europa occidentale. Ma la questione va ben oltre. La domanda riguarda la possibilità stessa di un ritorno del fascismo. Non di un ritorno puro e semplice, beninteso, né di un ritorno dell'ideologia fascista in quanto tale, ma di meccanismi in un certo senso analoghi a quelli che favorirono l'ascesa del fascismo negli anni Venti e che oggi, riproponendosi, possono e tendono ad assumere vesti ben diverse da quelle del passato e che, proprio per questo, sono meno facili da valutare in tutta la loro importanza e pericolosità. Tre gli elementi chiave: "il controllo autoritario dei meccanismi di formazione dell'opinione pubblica; la militarizzazione delle relazioni tra gli Stati nel quadro di una politica estera aggressiva; il ricorso, da parte delle autorità di governo, a pratiche e ideologie di stampo razzista per la costruzione e la difesa di rigide gerarchie sociali e internazionali".
Ancor più che delle ideologie consapevoli, Burgio è giustamente preoccupato dei processi e delle considerazioni che anche inconsapevolmente ricalcano modi di pensare e di agire di tipo razzista. Dopo avere citato affermazioni e azioni di An, Lega Nord, Forza Italia in favore dell'incremento demografico italiano per contrastare l'avanzata degli immigrati e avere ricordato comportamenti, non direttamente violenti, ma "naturali", nei confronti di rom, come la numerazione, comportamenti involontariamente ma spontaneamente analoghi a quelli che i nazisti avevano nei confronti degli ebrei, Burgio osserva: "Non si tratta di citazioni consapevoli, ovviamente, bensì di analogie imposte dalla situazione. Ma proprio questo deve far riflettere. Ciò che il riemergere di modi e norme lascia intravedere è la via lungo la quale inevitabilmente si incammina una società che consente a se stessa la scomposizione del proprio corpo in una rigida gerarchia di parti, dettata dalla loro presunta 'essenza naturale'".
Mi sono soffermato soprattutto sul saggio che funge da introduzione, perché, a mio parere, è qualcosa di più. Ma non vorrei dare al lettore l'impressione che il libro sia soltanto o soprattutto questo saggio. In generale, ho trovato il libro intenso, equilibrato, intelligente. Esso si divide in tre capitoli che posso qui soltanto elencare. Il primo - fondamentalmente teorico - affronta i temi del razzismo (e vi viene ribatita la tesi del razzismo come forma di naturalizzazione), della storia del razzismo in Italia, dei fondamentalismi. E qui Burgio osserva acutamente che la questione del fondamentalismo non può essere limitato alla religione. Fondamentalisti sono le mitologie occidentali che si rifanno a idee come quelle di razza, civiltà, destino, Occidente, cultura, evoluzione, progresso. "Idee 'laiche' e 'moderne' come quelle di razionalità, efficienza e sviluppo sono state piegate a giustificare invasioni, dominazioni, deportazioni, nonché l'organizzazione di rapporti economici il cui esito principale è consistito nel drenaggio di una imponente massa di ricchezza e di risorse (beni e lavoro) dal terzo (e oggi anche dal secondo) al Primo mondo".
Il secondo capitolo affronta i temi dell'Europa oggi, mentre il terzo è anche uno strumento bibliografico, caratterizzato dall'analisi e dalla critica di alcuni scritti recenti e significativi sull'argomento.