![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 LUGLIO 2001 |
|
Che cosa
significa pensare i valori nel mondo unificato dagli scambi e dai
conflitti? Prova a spiegarlo Sebastiano
Maffettone.
In
molti casi di mobilità le asimmetrie sociali che dipendono dallo status e dal
reddito sono particolarmente evidenti, e provocano costi umani intollerabili
nell'ottica etica della giustificazione».
Non è asettica sociologia delle relazioni industriali, malgrado il
linguaggio un pò ispido e neutro. E' un
passo tratto da un libro di Etica. In particolare da un capitolo intitolato
«Una filosofia per la mobilità», che appartiene ad un libro analitico e anche
polemico: Etica pubblica. La moralità delle istituzioni nel terzo
millennio (Il Saggiatore, pp. 329, L 38.000). L'autore è Sebastiano
Maffettone, filosofo politico e teorico del pensiero liberale moderno. Il passo citato e il relativo capitolo
rielaborano le conclusioni di una ricerca del 1996 in ambito Confindustria
(Progetto '96) coordinata da Maffettone e dedicato alla mobilità in
Italia. Uno studio evidentemente finito
nel dimenticatoio, viste le scomode conclusioni a cui approda l'autore, e
apertamente orientate a considerare la mobilità e la flessibilità materia del
contendere «etico» in società. Oggetto di deliberazione pubblica ispirata a
valori condivisi, a un «contratto sociale». E perciò niente affatto apodittici
imperativi di efficienza, modellati sulla neutralità dell'impresa e del
profitto.
E così, partendo da un dettaglio - che poi tale non è
vista la contesa che quel «dettaglio» accende in Italia e altrove - arriviamo
dritti al cuore del problema filosofico che Maffettone ripropone. E cioè: può vivere una società,
conflittuale, secolarizzata e persino ormai globalizzata, senza una «minima
comun metafisica»? Senza una cornice di
principi primi, revisionabili, ma concordati dinamicamente tra gli attori
sociali? Qui la sfida è duplice. Generale e applicativa. Per un verso si tratta di fondare la
possibilità stessa di quella cornice, la sua necessità filosofica e
antropologica. Per l'altro di applicare
la «minima comun metafisica» ai casi particolari: agli affari, al lavoro, alla
distribuzione di oneri e benefici, e anche al conflitto di «etiche locali» che
segna in profondità la società multiculturale. Senza dire di altri formidabili
terreni di verifica: dall'ambiente, alla bioetica, all'individuazione stessa di
ciò che è «persona». Laddove la rete
dei diritti si estende alla biosfera intera, con tutte le sue creature
('inanimate' incluse). Un compito da
far tremare le vene ai polsi e nondimeno indifferibile, nell'era del mondo
globale. E che verosimilmente sarà il
lavoro di lunga lena di Generazioni e Generazioni, all'alba di un millennio che
sempre più si configura come questo della «Terra patria», per usare
un'espressione di Castoriadis. O del Cosmopolitismo, se si preferisce quella
ancora attualissima di Immanuel Kant.
Non che Maffettone pretenda di stilare un'Enciclopedia etica o
un'antropologia globale del futuro.
Perché il suo anzi è un taglio «good reasons approach», calmierato da
anglosassone modestia epistemologica: individuare per via d'esclusione gli
argomenti che "tengono" e quelli che fanno acqua. Per trascegliere quelli più solidi a
sostegno del suo vero obiettivo: la difesa di un'etica pubblica. E, prima ancora, la giustificazione
razionale della sua necessità. Qui c'è
subito un'obiezione da sconfiggere, nella quale si imbattono da sempre tutti i
supporter del Contratto sociale, da Grozio e Hobbes in poi. Che senso ha immaginare un ipotetico «stato
di natura», in cui individui disincarnati dalla storia e fintamente eguali,
negozierebbero norme valevoli per tutti?
A questa obiezione Maffettone replica con l'argomento dialogico e trascendentale,
squisitamente filosofico e antiscettico: da sempre la Valutazione razionale
del «buono» e del «giusto» si intesse con la storicità dei «valori». Accadeva nella Polis antica, quando Socrate
smontava il nichilismo dei sofisti. E
persino nelle società dispotiche e feudali, incapaci di fare a meno di una
fondazione del «buono» e del «giusto».
Vuoi che mentori di tale fondazione fossero in Cina Lao-Tse, con la
saggezza del Tao. Oppure S. Tommaso, in
Italia, con la sua dottrina del «bene comune».
Talché sempre e ovunque, come scrive l'autore, «Pro o nel voler
comunicare con gli altri c'è la traccia del valore», e perciò «tendenzialmente
normatività e valore non sono due cose troppo diverse». Di qui il via libera alla sottile, ma
indispensabile, discussione sulle
"Foundations' di Nozick o sul «costruttivismo-kantiano» di John
Rawls.
Ogni
argomentare presuppone in questa luce il rispetto dell'integrità e della
dignità dell'interlocutore. L'uso di
regole e giochi linguistici comuni, l'impegno reciproco a individuare premesse
e conclusioni convenute. Oltretutto
verità e necessità dell'etica derivano dall'implicita promessa a "prendere
sul serio" quel che si dichiara e si garantisce all'Altro - come comanda
l'«illocutività» del linguaggio in Austin e Searle pena la disintegrazione
dell'identità del parlante. E dunque,
se tutto ciò è «vero», o almeno ragionevole - perché non fingere o non
immaginare una «comunità ideale e illimitata» di parlanti, alle spalle di
quelle buone ragioni che dovrebbero essere racchiuse nelle leggi civili? Oggi
quest'argomento vien ripreso con raffinate metodiche da K. O. Apel e Juergen
Habermas. Ma in fondo, a ben
guardare, era lo stesso di Thomas Hobbes, teorico "dialogico" dello
stato assoluto alla metà del 1600.
Nelle cui «Fundations», c'era tutto il dibattito attuale, mutatis
mutandis. L'utilità reciproca ad uscire
dalla stato di natura, anche per Hobbes insufficiente a creare «obbligazione». L'autoperfezionamento bio-psichico della
natura umana, che passa dall'istinto di conservazione alla
"sublimazione" del linguaggio, allo spazio del negoziato tra
individui, che rimettono la forza alla Ragione del Sovrano. E infine
l'impossibilità di infrangere il Pactum, pena l'autocontraddizione di quella
ragione evolutiva che è la civiltà, freudianamente tesa a rimuovere pulsioni
distruttive. E allora, traducendo tutti
gli ottimi argomenti- classici e aggiornati - nel registro della modernità democratica,
ecco spiegato perché lo schema deontologico di John Rawls - sottoscritto da
Maffettone - funziona; una società negoziale in cui la massima libertà di
ciascuno convive con l'altrui e l'accresce.
E in cui le ineguaglianze si giustificano solo se avvantaggiano gli
"svantaggiati", migliorandone le condizioni. Accade davvero, in società a misura di
mercato?
Ma c'è un altro argomento, storico e non teoretico. Che potrebbe puntellare meglio le buone ragioni già elencate. Questo: storicamente la modernità democratica è ormai termine a quo non reditur. Sorretta da un'esplosione mondiale del "buon diritto" degli individui. Di miliardi di soggetti sballottati sulla scena del mercato globale. Ne nasce una Cosmopoli in cui nessuno è indifferente all'Altro, e in cui la dignità e l'infinito valore della persona è ormai pretesa normativa universale, che travolge le barriere etniche. Ecco la replica che può mettere in ginocchio il relativismo nichilista.