RASSEGNA STAMPA

4 LUGLIO 2001
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
IL DOTTOR MENGELE E’ ANCORA TRA NOI?

Traffico di organi, limiti della scienza

A tutt’oggi nessuno sa se Joseph Mengele, il medico delle SS responsabile di aver prostituito la sua professione con orribili esperimenti sui prigionieri di Auschwitz, sia ancora vivo in qualche angolo sperduto del pianeta. Una cosa però la sappiamo con certezza: egli ha avuto dei seguaci, ne sta avendo di sempre più numerosi. Forse il dottor Mengele è morto, ma i dottor Mengele sono tra noi. L’ultima conferma viene da un medico cinese fuggito poco tempo fa negli Usa e di cui hanno parlato le cronache di questi giorni, Wang Guoqui. Il dottor Wang, in forza presso un ospedale della polizia, ha testimoniato di avere per anni prelevato organi nonché pelle, cornee ed altri tessuti dai corpi dei condannati a morte: tutto materiale destinato dalle autorità di Pechino a un ampio e lucroso commercio, specie sui mercati "capitalistici". Dalla sua testimonianza, che si aggiunge a molte altre dello stesso tipo, esce un quadro agghiacciante: condannati preparati al "prelievo" con la somministrazione preventiva di sostanze anticoagulanti, espianti eseguiti su persone ancora semivive, corpi trattati come cose: "Dopo aver preso tutti i tessuti estraibili e gli organi - recita la deposizione - ciò che rimaneva era uno sgradevole ammasso di muscoli con i vasi ancora sanguinanti e tutte le viscere di fuori, il quale veniva consegnato agli addetti alla cremazione".
Mi auguro che siano ancora in molti a provare un sentimento di orrore di fronte a una simile descrizione. Ma dev’essere chiaro che con ogni verosimiglianza spettacoli più o meno analoghi si svolgono quotidianamente in numerose località della Terra, dove ormai dilaga, incontrollato e incontrollabile, il traffico di organi umani. A sostenere il quale è sorta e si è ormai consolidata una vera e propria ramificata professionalità medica criminale. Limitata all’ambito degli espianti illegali? Certo è in quest’ambito che si raggiungono vertici ineguagliati, ma l’impressione è che in margine (solo in margine?) a molti altri settori della medicina (per esempio la procreazione assistita) si sia insediata una spregiudicatezza di comportamenti dotata di impensabili capacità espansive. L’impressione è che la professione medica, questa specialissima professione connessa al rapporto di ogni essere umano con la propria vita e la propria morte, stia andando incontro alla perdita di standard etici condivisi, vittima di sempre più soverchianti spinte economiche.
Se ciò accade è innanzitutto a motivo della ricerca scientifica. È questa, infatti, con i suoi progressi e le sue applicazioni tecnologiche, che ha messo a disposizione di ogni singolo operatore una varietà di tecniche avanzate che hanno ampliato a dismisura la sua possibilità di muoversi autonomamente secondo il proprio arbitrio o il proprio tornaconto.
Naturalmente si potrebbe a tal proposito sottolineare ancora una volta quanto risulti superficiale ogni rivendicazione attuale in termini galileiani di una "libertà di ricerca" che oggi può assai facilmente tramutarsi - e si tramuta - in libertà per molti di usarne in modo criminale i risultati. Ma a parte ciò, quel che colpisce è l’assenza - non solo in Italia ma un po’ dappertutto - di un vero dibattito etico-professionale all’interno della corporazione o di quelle contigue alla medicina. Che differenza con quanto accadeva alcuni decenni fa nel campo della fisica, a proposito delle ricerche atomiche e delle loro applicazioni belliche! Oggi nella corporazione medica nessuno tra gli addetti ai lavori sembra, invece, interessato a porsi domande scomode, così come nessuno tra i non addetti, nessuna istituzione o istanza sociale, sembra intenzionata realmente a interpellare la coscienza dei medici o lo statuto morale della loro professione. Ci accontentiamo delle algide e inutili pronunce di un qualche ordine professionale, destinate a lasciare il tempo che trovano mentre i dottor Mengele affilano i bisturi.
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