RASSEGNA STAMPA

2 LUGLIO 2001
FURET
Il buio oltre le nuove libertà

Escono le pagine dedicate dallo storico francese al crollo delle ideologie totalitarie: una denuncia delle complicità intellettuali e un monito sui rischi del nuovo millennio

La verità è che il fallimento dell'idea comunista colpisce la sinistra europea ben oltre i partiti comunisti. Riscoprendo, come se fossero nati ieri, i diritti dell'uomo e il mercato, termini complementari e contraddittorii dell'equazione liberale, il fallimento dell'idea comunista compromette il fondo stesso di quello che negli ultimi due secoli è stato il messianismo rivoluzionario: il senso del progresso (che cos'è la storia se il capitalismo è la tappa successiva del comunismo?) e insieme la speranza di superare il capitalismo in nome di una società di produttori liberati dall'economia di mercato. Non solo il revisionismo marxista, esercizio privilegiato degli intellettuali, si trova a essere privato del suo fondamento; ma l'idea stessa di una terza via, di una società in grado di sfuggire alle maledizioni del capitalismo e del comunismo, è diventata quasi impossibile da pensare.

Naturalmente c'è una maniera comoda per uscire dal vicolo cieco, e consiste nel dire che se l'idea comunista muore, in fondo neanche il liberalismo sta tanto bene, perché ormai nessuna società contemporanea si lascia completamente andare ai rischi del mercato. Ma è una falsa finestra che non inganna nessuno. Il liberalismo non è una ricetta per far andare avanti le economie moderne, è una filosofia dell'uomo che nasce ben prima della signora Thatcher o di Michel Balladur; è una filosofia dotata di carattere ambiguo e di tante contraddizioni, sulle quali hanno riflettuto le più grandi teste pensanti dell'Europa, da Hobbes a Marx, passando per Locke, Montesquieu, Rousseau e Tocqueville, per citare solo le maggiori.

Il capitalismo e la democrazia sono i due destini dell'individuo moderno, dimidiato in se stesso. L'idea comunista, che Marx aveva creduto di fondare sulla scienza della storia, si proponeva come obiettivo di separare quei due destini, e realizzare la vera democrazia con l'abolizione del capitalismo. Noi però oggi, alla fine del XX secolo, stiamo riscoprendo che quei due destini, tenuti insieme dalla modernità, sono inseparabili: la libertà infatti non esiste senza il mercato, tant'è vero che quanti pretendevano di sfuggire a questa dura legge sono andati incontro alla catastrofe politica ed economica. Perciò siamo tutti costretti ad abbandonare l'utopia socialista nel suo aspetto più radicale, visto che l'ambizione di instaurare una società senza classi ormai si trova a dover fare i conti solo con la natura.

Così, tutti noi torniamo all'equazione liberale, nel momento in cui tutte le società contemporanee, quelle dell'Est, dell'Ovest o del Sud, si trovano a gestire i disaccordi di opinione e i conflitti d'interesse. Da questo punto di vista, la socialdemocrazia, per esempio, è solo un modo particolare di gestione del pluralismo liberale, come hanno dimostrato di recente Manin e Bergounioux.

Scriverlo non significa fare l'apologia del capitalismo, ma riconoscere l'ambigua universalità del mondo in cui viviamo, che a torto abbiamo creduto di superare. Da Praga e Varsavia e persino da Mosca, l'economia di mercato si ripropone insieme con i diritti dell'uomo, addirittura circondata, grazie alla tirannia comunista, dell'inaspettato prestigio d'una benedizione sociale. Il tempo provvederà a sfumare il giudizio per insegnare di nuovo alle opinioni pubbliche di quei Paesi che la critica del capitalismo è vecchia quanto l'economia capitalistica ed è presente in tutti i grandi autori liberali del XVIII e XIX secolo.

Ma gli intellettuali dell'Ovest si trovano nella situazione opposta: non hanno bisogno di confutare l'idealizzazione del mercato, continuando a fumare oppio, devono solo riscoprirne la necessità, cercando di definire qual è l'uso migliore. Senza libertà di produrre non esiste produttività dell'economia: anche se da ciò non consegue che l'allocazione dei beni prodotti debba avvenire attraverso il mercato come unico intermediario: nessuna società democratica può funzionare, a cominciare dalla più capitalistica di tutte, vale a dire gli Stati Uniti d'America, se non dispone di un'ampia rete di redistribuzione sociale. Ma nessuna società democratica può consentire a una crescita indefinita dello Stato a detrimento della libertà, dell'iniziativa e persino del civismo dei sui membri.

A breve termine, il crollo dei regimi dell'Est dovrebbe coincidere con una trasformazione del dibattito politico: a che serve invocare certe leve metafisiche quando non esiste né una società puramente socialista né una società puramente "liberale" in senso stretto, economico, del termine? Quelli che si lamentano del deserto della scena pubblica sono spesso gli stessi che con la propria indifferenza al cambiamento danno il maggior contributo all'indifferenza dell'opinione pubblica. Non c'è una fatalità nel fatto che i cittadini moderni debbano scegliere tra l'occuparsi dei fatti propri o il militare per idee assurde. Bisogna guardarsi dall'imprigiornarli in un'alternativa come questa.

A più lungo termine, ma se fosse prima sarebbe meglio, la fine dell'idea comunista costringe tutti noi a riesaminare in profondità la cultura politica di cui l'Europa vive da duecento anni a questa parte.

Oggi più che mai l'idea democratica è la nostra regola, ma proprio per questo s'è appena fatta il regalo di un terremoto per il suo compleanno. Come faremo a uscirne restando gli stessi, quando tutto s'è mosso intorno a noi, e noi stessi scopriamo paesaggi per metà in rovina, mentre l'idea originaria oggi è più splendente che mai? I rapporti tra cristianesimo e democrazia, tra la Repubblica e il progresso, il rapporto dei cittadini con lo Stato, la dialettica dei diritti formali e dei diritti sociali, l'aggressività dell'uomo moderno nei confronti della natura: è lunga la lista dei grandi problemi che in futuro non potranno essere più pensati come succedeva in passato. Per chi volesse rifletterci sopra, c'è ancora molto da fare.
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vedi anche
Filosofia (e) politica