![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 LUGLIO 2001 |
|
Nel dialogo con le altre religioni il cattolicesimo deve
riscoprire la propria universalità?
Parla il pensatore laico Perniola
"Il confronto con la Riforma ha messo in ombra l'attenzione
alla "forma culturale".
L'unico a rivalutarla è stato von Balthasar". "Sono lontano
dalle posizioni di Vattimo e di Prini. Sono convinto che occorra riscoprire il
rito cercando di liberarsi delle
proprie passioni"
Uno dei
libri più noti del filosofo dell'estetica Mario Perniola riprende il titolo
da una espressione che Walter Benjamin usa nel saggio sulla moda quando parla
appunto di "sex appeal dell'inorganico". Avendo ben presenti le
riflessioni di Leopardi, Benjamin coglie della moda la spinta mortificante, che
costringe appunto il corpo dentro un artificio, lo rende cosa morta. Perniola,
rovesciando la prospettiva di Benjamin, pensa invece che la "cosa",
proprio perché è inerte, possa costituire una metafora paradigmatica per l'uomo
contemporaneo rispetto a uno sviluppo della tecnica che rompe la barriera tra
naturale e artificiale, tra corpo e protesi; secondo Perniola quello
tecnologico è il mondo dove la "cosa" acquista una enigmatica
capacità di sentire, mentre l'uomo si trasforma fino a farsi "cosa",
ovvero si purifica delle sue passioni. Il rimando al "post-organico",
tema di molteplici riflessioni in questi ultimi decenni, è d'obbligo.
Perniola ha
scritto un saggio che ci riguarda da vicino: s'intitola infatti "Del
sentire cattolico", e uscirà nei prossimi giorni dall'editrice il Mulino.
Non è un saggio da "credente", Perniola si definisce
"laico" ma non in quanto ateo, e la prima parte del libro ha un
titolo sibillino: "Perché non posso non dirmi "cattolico"".
Richiamo a Croce che, tuttavia, rimanda alla questione storica dello scisma
protestante, "è a partire da quella ferita storica - dice Perniola - che
io intendo mostrare quali sono i caratteri essenziali del cattolicesimo".
Cattolico, per Perniola, è qualcosa che si spiega solo nel contrappunto con la
Riforma.
Il
cattolicesimo che Perniola intende è ben delineato nel sottotitolo del libro:
"La forma culturale di una religione universale". Inutile nascondersi
che la posizione del filosofo è critica verso il cattolicesimo dogmatico e la
sua etica, che secondo Perniola si sono "irrigiditi troppo negli ultimi
secoli, e penso - dice - alla lettera apostolica del 1998 Ad tuendam fidem, che
ribadisce l'estraneità alla piena comunione con la Chiesa cattolica di chi
respinge determinate dottrine attinenti al campo dogmatico o morale". Per
Perniola la forma dogmatica che il cattolicesimo ha assunto dopo il Concilio di
Trento è fondamentalmente ideologica, tesa al proselitismo e meno a determinare
una cultura capace di arrivare anche a chi non è cattolico. "Pensi - mi
dice - al successo culturale del protestantesimo, alla svolta culturale che il
protestantesimo ha avuto con l'illuminismo e quanta influenza ha esercitato sul
pensiero; e dall'altro al successo culturale dell'ebraismo dovuto al fatto che
l'ebraismo è una religione senza proselitismo. A mio avviso sarebbe una strada
auspicabile anche per il cattolicesimo e nel mio libro cerco di dire che questo
è già avvenuto, che fa parte dell'essenza del cattolicesimo, sta scritto nel
XVI secolo tra il 1517, anno in cui Lutero si distacca dalla Chiesa, e il
1563, quando si chiude il Concilio di Trento. Il mio punto di vista è che
questa potenzialità culturale c'era già ma è stata emarginata nel tempo con
progressivi irrigidimenti dottrinali, secondo un principio di "rivalità
mimentica" che la Chiesa ha manifestato verso il protestantesimo,
l'illuminismo, l'ideologia...". Perniola usa qui un concetto di René
Girard, l'antropologo e letterato che ha rivisto le teorie del "capro
espiatorio" nel sacrificio primitivo mettendo in luce la sostanziale
diversità e il capovolgimento radicale portato da Cristo col proprio olocausto;
il concetto è appunto quello della "rivalità mimentica": "Nel
senso - spiega Perniola - dell'assunzione dei caratteri dell'avversario per
potersi mantenere sullo stesso piano".
Se così
stanno le cose, dove sarebbe il limite del cattolicesimo attuale? Secondo il
filosofo consiste nell'aver sacrificato gli aspetti formali e istituzionali che
gli erano propri a vantaggio di quelli dogmatici: come esempio positivo cita
sant'Ignazio e il metodo pedagogico gesuitico. "Quando parlo di
"forma culturale di una religione universale" - spiega - intendo una
forma che consenta il confronto, per esempio, con le religioni orientali:
sant'Ignazio dice che gli esercizi spirituali possono essere fatti da tutti,
credenti e non, anche dai pagani.
Il suo, in
definitiva, era un metodo per trovare l'equilibrio spirituale a la propria
strada nel mondo. In questo senso sostengo che il cattolicesimo può mettere tra
parentesi le affermazioni dogmatiche e morali. E in effetti, guardando bene, si
vede che l'umanismo gesuitico è tattica più che strategia, perché i gesuiti si
scoprono filoumanisti in Europa, in India sono filoinduisti, così come in Cina
sono filoconfuciani. Il tema fondamentale dei discepoli di sant'Ignazio è la
flessibilità, non la difesa rigorosa dell'identità che invece è tipica
dell'intellettuale umanista".
Non le pare
che un cattolicesimo inteso come metodo o forma meditativa rischi di
diventare
una religione dell'esteriorità? "No, la vera contrapposizione è tra una
religione della soggettività, che diventa una esperienza "dal di
dentro" tipica della modernità e del protestantesimo, e una religione
anti-soggettiva, che esalta appunto il proprio coefficiente di universalità, e
produce un'esperienza "dal di fuori", cioè consente all'individuo di
liberarsi dalle sue passioni, dalle sue affezioni disordinate, per vedere la
differenza nel mondo e nella storia, piuttosto che, come nel protestantesimo,
cercare la differenza in Dio".
Uno dei nomi
che Perniola evoca nel nostro colloquio è quello del teologo svizzero Hans Urs
von Balthasar, l'unico, secondo Perniola, ad aver riproposto nel nostro
secolo la questione della "forma" essenziale del cattolicesimo, forma
che Balthasar ritrova più spesso nell'opera di certi poeti o scrittori che nei
teologi. Anche Perniola, se dovesse indicare due nomi che nel Novecento hanno
espresso i caratteri essenziali del cattolicesimo, chiamerebbe in causa due
scrittori piuttosto che i teologi: sono l'austriaco Robert Musil e la brasiliana
Clarice Lispector. In particolare, a Perniola interessa di von Balthasar il
tentativo di mostrare la continuità tra mondanità e sovramondanità, tra
ellenismo e cristianesimo. Mi domando se questa interpretazione del pensiero di
von Balthasar non sia conseguente con l'idea di ritrovare nel cattolicesimo una
linea di continuità col paganesimo... Perniola replica secco: "Direi,
piuttosto, con lo stoicismo". Allo stoicismo - aggiunge - "si
ricollega l'idea di una "sensibilità anti-soggettiva" che tende alla
liberazione dalle proprie passioni, senza essere per questo mera apatia,
piuttosto è la dimensione di una "partecipazione impartecipe" al
mondo e alla storia. Il riferimento è ancora Ignazio: non si poteva passare
alla seconda settimana degli Esercizi se non si era raggiunto un punto
d'indifferenza ed essere così pronti ad assumere uno stato o un'altro secondo
quale sarà la volontà di Dio, la storia in sostanza. Il cattolicesimo come
metodo o come forma può fare a meno della trascendenza...". Ma una fede nell'ordine
della pura immanenza, senza escatologia, non le sembra che si riduca a essere
un credo per intellettuali, oppure una mera pratica meditativa? "La mia
strada è ben diversa da quella del cristianesimo debole di Vattimo o dallo
"scisma sommerso" di Prini. Io metto tra parentesi la
dimensione
del credere e propongo quella del sentire, di un'esperienza distaccata, che
però è esperienza. Mi chiedo piuttosto se questa esigenza religiosa non possa
essere soddisfatta dalla dimensione rituale e cerimoniale che invece mi sembra
sia stata messa in disparte negli ultimi decenni...".
Ma un rito senza contenuto non le pare un'illusione? "No, penso invece che sia un interrogativo su come andranno le cose, su quale sarà la volontà di Dio; è un'attenzione al problema della storia, e nel caso specifico, proprio per allontanare il sospetto di una religione per intellettuali, credo che il rito possa essere una strada accessibile a tutti". Il rito però ha come sfondo una comunità... "Secondo me no. Mi hanno molto aiutato, in questo senso, le riflessioni sul rito di Aldo Natale Terrin (Il rito. Antropologia e fenomenologia della ritualità, Morcelliana, 1999, ndr). La mia attenzione è diretta a chi sostiene che il rito non ha altra funzione che produrre delle persone ritualizzate, oppure che il rito non ha alcun significato, è, come spiega Terrin, autoreferenziale e autotelico, quindi nei suoi caratteri fondamentali implica il distacco da tutto ciò che è vitalistico, soggettivistico".