![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 GIUGNO 2001 |
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Parla il filosofo Paul
Ricoeur: «Ogni cambiamento passa per il confronto con l'altro»
«Per tornare a riconoscersi
occorre riscoprire un profondo senso di appartenenza»
Paul Ricoeur, 88 anni, uno dei maggiori filosofi contemporanei, torna ad occuparsi della persona, precisamente del suo «riconoscimento», della sua identificazione.
«L'interrogazione sulla persona appartiene al mio cammino speculativo da cinquant'anni- dice il filosofo francese -, interrogazione che negli ultimi tempi si è fatta tuttavia più pressante, bisognosa di approfondimenti».
Lei
ha tracciato recentemente un percorso di nuova identificazione della persona.
Vuole parlarcene?
«Nella società presente - risponde Ricoeur -, massificante e globalizzante, è importante capirsi e capire, ma anche farsi capire, farsi riconoscere. Sono infatti persona soltanto quando la mia richiesta di essere riconosciuto da un altro ha ricevuto una risposta positiva; dunque non è mai da solo che si è persona, si diventa persona in un rapporto di mutualità. Il "l'un l'altro" è costitutivo della personalizzazione».
Che cosa significa in
termini concreti?
«Si tratta di imparare a ri-conoscersi, a identificarci come persona anche in vista della comprensione che gli altri potranno avere di noi. Consideriamo un caso emblematico, quello del rapporto con gli immigrati. In Europa e anche in Italia giungono stranieri provenienti da ogni parte dell'Africa, soprattutto settentrionale, e dell'Oriente e dell'Europa balcanica. Se vogliamo davvero accoglierli, al di là delle giuste e necessarie e prioritarie regole da stabilire, non dobbiamo solo cercare di capirli o di penetrare la loro mentalità, la loro psicologia, la loro civiltà, ma attuare un autentico capovolgimento di prospettiva comunicativa, cioè metterci in condizione di farci capire, insomma di farci riconoscere. Ora accettare gli altri significa ricostituire anche in noi il senso di una appartenenza umana: senza l'altro da me sono nessuno, almeno sotto il profilo comunitario e siamo se la nostra domanda di riconoscimento viene accolta. Naturalmente non sto suggerendo la fusione, la limitazione dell'identità, ma la consapevolezza che la corresponsabilità comporta il mutuo riconoscimento. Se noi ci mettiamo nella condizione di farci comprendere, gli altri saranno automaticamente investiti dalla responsabilità di comprenderci. Ciò vale naturalmente per tutti gli ambiti della convivenza umana, sociale, politica».
In realtà oggi il tema della persona è al centro del dibattito filosofico: tutto sembra manipolabile della persona umana, dalla sua dimensione fisica a quella psicologica e spirituale. Si pensi alle nuove frontiere della genetica e alle ipotesi di riproducibilità dell'uomo, si pensi alle nuove terapie farmacologiche in campo neurologico o a quelle legate alla scienza chirurgo-estetica. Qual è il suo parere a tale riguardo?
«L'uomo d'oggi è giunto ad una soglia: è in grado di compiere modificazioni fondamentali
della propria esistenza, ma può altresì distruggersi. Si tratta di una conquista epocale,
senza precedenti nella storia. Ora non bisogna creare allarmismi. La questione è di darsi
delle regole. Più si allarga il potere dell'uomo, più si allargano la possibilità del bene e del
male. Non c'è da stupirsi, ma neppure da scoraggiarsi. Non condivido la posizione
pessimistica di quanti vedono nel progresso scientifico e nella stessa globalizzazione un
rischio di catastrofi irreversibili. La futurologia è una scienza relativa, che si fonda sulle considerazioni esprimibili nel presente, il futuro non è nelle nostre mani. D'altra parte, sul pratico terreno, credo che i veri nodi da sciogliere non siano tanto i temi generali, sui quali tutti sono d'accordo, ma quelli che potremmo definire intermedi, grigi, ossia di confine.Facciamo un esempio. Tutti sono convinti che la clonazione umana sia una prospettiva radicalmente estranea alla nostra etica. Le polemiche compaiono intorno alle situazioni di frontiera, ad esempio a proposito della clonazione terapeutica. Il dissidio tra materialisti e credenti nasce proprio qui. I primi pensano il senso dell'esistenza a partire dalla scienza, i secondi a partire dalla vita. Per risolvere questo tipo di problemi io farei appello a sentimenti profondi, rifletterei sulla unicità del mio corpo, sulla non ripetitività dell'individuo, sulla insostituibilità reale degli esseri. Posso migliorare me stesso, anche fisicamente, oltre che spiritualmente, ma accetterei la mia sostituzione? La sostituzione cioè di me, come sono nella mia identità e unicità consapevoli e profonde? Ecco il punto limite. Ma come fare per giungere a soluzioni in questo ambito? Non v'è altro modo che allargare la discussione, che sensibilizzare l'opinione pubblica ad essere partecipe, che rinnovare il rapporto tra critica e convinzione. La scuola dovrebbe insegnare non solo a sapere e a fare, ma anche a vivere tra gli altri e soprattutto ad essere».
Occorre dunque rinnovare soprattutto la coscienza critica dell'uomo contemporaneo.
«Certamente. I temi del mondo odierno sono complessi, spesso contrastanti e non si può dare una soluzione a priori. Occorre lavorare innanzitutto sul terreno possibile, che è quello della coscienza e della responsabilità, individuali e sociali. Ma lavorare sulla consapevolezza umana significa dare a tutti gli stessi strumenti di apprendimento e di interpretazione del mondo e della vita. Per questo insisto sul principio della corresponsabilità. Del resto i temi sono complessi perché complessa è la società presente e soprattutto quella occidentale. Prendiamo ad esempio la situazione del mercato. Se si vuole porre la questione come tentativo di conciliare la competitività economica con una nuova ridistribuzione sociale della ricchezza, io credo che si vada verso l'empasse. Bisogna partire da lontano, tenendo alto il senso di un'etica della politica e della solidarietà. Si tratta in sostanza di ridare senso all'agire stesso dell'uomo. Ad esempio rivalutando il significato stesso del lavoro e altresì del divertimento. Il lavoro non è una merce, ma innanzitutto una dimensione umana. È in fondo la grande eredità della cultura occidentale, del cristianesimo come della filosofia des lumiéres, del marxismo come dei socialismi moderni, un'eredità da far valere, per una rivalutazione dei diritti del lavoro in una reale economia di mercato. Oggi tutto, anche il tempo libero, è un business. Occorre ridare valore etico tanto al lavoro che al tempo libero, sganciandoli dal diretto riscontro economico. Allora, di conseguenza, potranno cambiare le stesse logiche della economia mercantile, perché sarà l'uomo stesso a modificarle».