![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 GIUGNO 2001 |
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Uno sciocchezzaio su ciò che si insegna oggi negli atenei italiani
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Maurizio Ferraris, "Una ikea di università", Cortina, Milano 2001, pagg. 118, L.16.000 |
Quasi tutte le università itali hanno aperto o stanno aprendo nuovi corsi di Scienze della Comunicazione. I pochi che hanno già qualche anno di vita sono molto affollati. Intanto i vecchi corsi di Lettere e Filosofia se non sono deserti, poco ci manca. E lo stesso accade a Scienze, a Fisica, a Matematica, a Chimica. Che cosa sta succedendo? E come si spiega? Maurizio Ferraris, in un libretto divertentissimo e sconclusionato, ha proposto una spiegazione. In primo luogo nei corsi di comunicazione si studia meno o non si studia affatto: agli esami si portano volumetti di 70 pagine in tutto, pieni di banalità, e fioccano i 30. In secondo luogo, invece di Hume, Tasso e il greco, si studia (si fa per dire) il femminismo, il multiculturalismo, la cultura giovanile, la cyber-cultura, la globalizzazione e via chiacchierando. Sono tutte cose che sembrano molto più utili a trovare un lavoro in televisione, nei giornali, coi nuovi media (a cui i corsi di Comunicazione dedicano un'attenzione morbosa) perché alla fin fine è di questo che si parla in televisione, sui giornali o semplicemente al bar: avete mai visto un dibattito su Aristotele in prima serata?
Questo per quel che riguarda le motivazioni degli studenti che affollano Comunicazione e disertano Filosofia e il resto. Ma quali sono le motivazioni dei professori che insegnano in quei corsi o decidono di aprirli o addirittura hanno deciso una riforma dell'università che la porta in direzione della "professionalizzazione" e dell'appliéàtività?
Si è cominciato negli anni Settanta a mettere sullo stesso piano la cultura di consumo e i classici. Sembrava una semplice reazione alle pedanterie e alle scemenze dei professori tromboni, ma di qui si è passati a una vera e propria filosofia. "Il problema, adesso, mi pare sia una filosofia dell'università, dove il genitivo vale in due sensi: sia come filosofia che va a pennello nella neouniversità, sia come "filosofia!" (al modo in cui si esprimono o si esprimevano certi manager) che guida le trasformazioni dell'università. Una filosofia, comunque la si voglia intendere, che oscilla tra l'elogio della tecnica, della superficie, della secolarizzazione, del mondo divenuto favola, e il ritorno al tragico, all'abissale, alla religione: ossia, tra la pubblicità e il misticismo".
Ora siamo nei guai: "Invece di creare una cultura anche critica che vale per se stessa, cerchiamo di insegnare esattamente ciò che tutti sanno, e che per valere vale, basti dire che lo sanno tutti". E nei corsi sui nuovi media se non si insegna a fare una telefonata ("Per rispondere a una chiamata: Quando il telefono squilla, per rispondere sarà sufficiente sollevare il microtelefono.... Per effettuare una telefonata: Sollevate il microtelefono e componete il numero desiderato"), poco ci manca. Il tutto condito da sconvolgenti profondità - che il mondo è diventato una favola, che la realtà oggettiva è un mito - che risalgono a cento o trecento anni fa.
C'è molto di vero in quello che dice Ferraris. Ce n'è anche nella vecchia barzelletta sul Diavolo il quale, visto che Dio aveva creato un essere straordinario per generosità, intelligenza e cultura, il professore universitario, volle creare anche lui un essere straordinario ma per malvagità, ignoranza e stupidità: e creò il collega del professore universitario. Molte persone intelligentissime poi, come Leopardi e Flaubert, hanno pensato che la propria epoca si segnalasse per una particolare stupidità, da cui le altre epoche sarebbero andate immuni. Ma quasi certamente avevano torto: come faceva notare Russell a Wittgenstein che si lamentava della speciale malvagità degli abitanti di quel paesino in Austria dove faceva il maestro elementare, gli esseri umani sono più o meno uguali dappertutto e in ogni tempo.
Detto questo, bisogna riconoscere che certe sciocchezze sono proprie di certe epoche e la nostra sarà probabilmente ricordata per l'insistenza con cui ripete in prima, seconda e terza serata, che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Un'altra è quella secondo cui, per diventare dei bravi giornalisti televisivi, si deve studiare la televisione e le sciocchezze che vi si dicono invece di pensare a studiare seriamente Hume, Tasso e il greco, ma anche la Matematica, la Fisica e la Chimica. Tra i bei risultati i casi Di Bella e la prevalenza del mago Otelma. Ma lo sciocchezzaio raccolto d Ferraris (con una certa perversione, c'è anche da chiedersi come passi il poco tempo che gli lascia libero lo studio di Nietzsche) è tanto vasto quanto divertente.
Quello che Ferraris però non spiega (ho detto che è un libro sconclusionato) è come dovremmo riformare l'università e che cosa dovremmo insegnare nei corsi di Comunicazione e negli altri. Ferraris non lo dice, ma tutto lascia pensare che Comunicazione, secondo lui, sarebbe meglio chiuderla. Benissimo, ma non si creda d risolvere così il problema, perché restano Filosofia e gli altri corsi della facoltà di Lettere. Insegnino senz'altro Hume, il Tasso, il greco e tutti i classici, che la vita senza ricerca non ha senso, che i cittadini non devono vivere la vita del meccanico come diceva Aristotele. Ma se insegna solo questo, non aspettiamoci di vedere accorrere gli studenti in massa. Sarà superficialità, sarà che guardano troppo televisione, sarà "ossessione del lavoro", ma i ragazzi vogliono imparare un lavoro e non tutti sono attratti dall'idea di diventare insegnanti per insegnare Hume, il Tasso e il greco. Francamente non saprei dar loro torto, né del resto mi auguro io stesso di assistere a dibattiti su Aristotele in prima serata. E se restiamo senza studenti, per favore non chiediamo al contribuente, finché il sistema universitario lo paga soprattutto lui, di continuare a pagare gli stipendi di noi professori.
A me sembra che Ferraris, nel poco tempo che gli lascia libero lo studio di Nietzsche, guardi troppo la televisione. Se la guardasse meno, gli verrebbe in mente che ì mestieri del giornalista, dell'editor, del comunicatore, del divulgatore scientifico possono essere dei bei mestieri, seri, difficili e di soddisfazione quanto qualunque altro. E per farli bene bisogna imparare un sacco di cose, non solo i classici. Quindi nei corsi di Comunicazione bisogna insegnare informatica (che non è proprio la stessa cosa di navigare in internet), bisogna insegnare a scrivere bene (leggere i classici non basta: bisogna far esercizio) e non sarebbe una cattiva idea nemmeno insegnare i rudimenti di qualche disciplina scientifica come Matematica, Fisica, Chimica.
Certo, con i classici si va sul sicuro, non si rischia di leggere sciocchezze. Ma questo si deve solo al fatto che i cattivi manuali di Scienze della Comunicazione, che una volta si chiamava "Retorica", sono andati tutti perduti.