Un filosofo piemontese, così si potrebbe definire Valerio Verra, professore emerito di Storia della Filosofia all'università di Roma, scomparso improvvisamente lo scorso 20 giugno, all'età di settantadue anni; aggiungendo naturalmente "nel senso migliore", anche se Verra non si sarebbe certo risentito di questa connotazione regionale. La sua piemontesità era fatta, come nei migliori intellettuali di questa regione (Gobetti, Bobbio, per dirne qualcuno), insieme di un grande cosmopolitismo culturale e di uno straordinario understatement; di interesse e rispetto quasi religioso per le cose di cui si occupava, uniti a un profondo senso dell'ironia, anzitutto verso se stesso e poi verso i cultori di quella disciplina alquanto misteriosa che rimane pur sempre la filosofia.
La battuta forse più espressiva del modo in cui considerava il proprio lavoro è rimasta, per molti di noi, famosa: a chi una volta in un dibattito lo aveva definito filosofo obiettò che non si sentiva un animale, ma solo uno zoologo; appunto, uno storico della filosofia, che si compiaceva nel ricostruire vicende e personalità della storia del pensiero; e che non si avventurava a proporre tesi speculative proprie, ma solo per il rispetto e l'ammirazione che portava a coloro, non molti certo, che erano stati capaci di farlo, lasciando nella cultura quelle tracce al cui studio egli si dedicava .
Nato a Cuneo nel 1928, aveva studiato a Torino con Guzzo, Abbagnano e Pareyson, di quest'ultimo essendo stato anche allievo già al liceo, quando il giovanissimo professore era un membro della resistenza, compagno di Pietro Chiodi e degli altri di cui narrano le opere di Fenoglio. Non si può ricordare Valerio Verra senza evocare anche questi nomi emblematici della storia piemontese del Novecento: il suo carattere e la sua specifica spiritualità testimoniavano una fedeltà mai venuta meno a queste origini, compreso anzitutto l'antifascismo cuneese che in lui, caratteristicamente, si accompagnava alla fede cattolica e a un certo conservatorismo di stampo liberale.
Dopo un iniziale interesse per Dewey, a cui è dedicata la sua tesi di laurea , Verra pubblicò opere fondamentali su F.H. Jacobi, dall'Illuminismo all'idealismo (Torino 1963); su Herder Mito rivelazione e filosofia in Herder e nel suo tempo, (Milano 1966), preparate da lunghi periodi di studio a Heidelberg, dove fu uno dei primi discepoli italiani di Hans Georg Gadamer. Da lui, oltre che da Pareyson, Verra aveva ereditato l'interesse per Hegel, a cui sono dedicati i suoi lavori dei decenni recenti, fino alla monumentale traduzione della Filosofia della natura, di cui si accingeva a correggere le bozze, pronte presso la Utet.
Con Verra non scompare però solo lo storico e lo studioso; egli fu anche un organizzatore di cultura e un eccellente insegnante; ai molti giovani che lo hanno avuto come professore ha lasciato l'esempio di un'intelligenza che, pur con ironica modestia, non si lasciava scoraggiare da nessuna asperità testuale, come quelle presenti soprattutto in Hegel: anche la Fenomenologia dello spirito, spiegata da lui, diveniva meno oscura, acquistando un po' dell'amichevole trasparenza di carattere del commentatore. |