![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 GIUGNO 2001 |
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Wiles è oggi il matematico più famoso del mondo. Anzi, l'unico
noto al pubblico dei media. Ha ricevuto premi di ogni genere e in ogni luogo, e
la Bbc gli ha dedicato uno special di un'ora in prima serata (che la Rai ha
comprato, ma mai trasmesso). All'intervistatore che gli chiedeva che cosa
avesse provato nel momento in cui si accorse di aver finalmente risolto il
problema che lo assillava, Wiles non riuscì a rispondere. Dopo mesi, la
commozione era ancora troppo forte, e gli fece spuntare lacrime agli occhi. Il
che, comunque, era una risposta sufficiente, almeno dal punto di
vista emotivo. Dopo
anni, queste sono invece le risposte che Wiles ha dato ad alcune domande meno
personali, che gli abbiamo rivolto in occasione della sua visita in Italia in questi
giorni.
Qual è la sua filosofia
della matematica? I risultati si inventano o si scoprono?
«Non sono un filosofo, ma ho sempre pensato che i teoremi siano
già lì. Le dimostrazioni, invece, le trovo fin troppo umane».
Il teorema di Fermat è stato un mezzo o un fine della sua ricerca?
In altre parole, considera più importante o soddisfacente aver dimostrato il
teorema di Fermat o la congettura di Tanyama da cui esso discende?
«Il teorema di Fermat aveva un significato speciale per me, perché
sognavo di risolverlo fin da bambino: era un mio obiettivo personale. D'altra
parte, era chiaro che la congettura di Tanyama fosse matematicamente più importante.
Questo ha, per così dire, legittimato l'attacco al teorema di Fermat, oltre a
renderne più soddisfacente la conquista».
La sua dimostrazione usa un complicato arsenale di nozioni
e metodi, e la stessa cosa era già successa, ad esempio, nel caso delle
congetture di Ramanujan e di Mordell. Pensa che si scopriranno un giorno
dimostrazioni "elementari" di questi risultati, o siamo invece di
fronte a situazioni godeliane?
«Dei casi che cita, solo per il teorema di Fermat si poteva pensare
all'esistenza di una dimostrazione elementare. Io non credo che ci sia, visto
che nessuno l'ha trovata in tutto questo tempo. Ma penso che questo sia uno
degli aspetti più soddisfacenti della matematica moderna, di riuscire a risolvere
problemi antichi e facili da enunciare, ma apparentemente intrattabili in
maniera naturale».
Nell'Ottocento, la dimostrazione di Kummer di alcuni casi speciali
del teorema di Fermat ha prodotto la nozione di ideale, che è diventata uno
strumento usuale della matematica. Lei prevede analoghe ricadute dalla sua dimostrazione?
«Forse non per l'intera matematica. Ma per l'unificazione della
geometria aritmetica, delle forme automorfe e della teoria dei numeri, la
dimostrazione fornisce strumenti essenziali».
Qualcuno ha chiamato la sua dimostrazione un "meraviglioso
anacronismo", nel senso che è il coronamento di un certo tipo di
matematica classica. Pensa che l'impatto della fisica, dell'informatica e della
biologia cambieranno radicalmente la matematica del futuro?
«No. Credo che l'essenza della matematica rimarrà la stessa».
Nel suo romanzo Zio Petros e la congettura di Goldbach, Doxiadis
dipinge la matematica come un'impresa degna di essere perseguita solo ai
massimi livelli. È veramente così, o la si può fare anche in maniera più
terraterra?
«Ciascuno di noi ha
la propria percezione del livello che gli permette di essere orgoglioso del
proprio lavoro. Felici coloro che pongono i propri traguardi al di sotto delle proprie
capacità, e infelici coloro che li pongono sopra!
Naturalmente, da un punto di vista oggettivo la matematica è
molto utile, e dev'essere sviluppata indipendentemente da considerazioni di
puro piacere personale».
Borges non riusciva a immaginarsi quale libro Dante avrebbe
potuto progettare di scrivere, dopo aver terminato la Divina Commedia. Lei che
cosa sogna di fare, dopo aver trovato una "divina dimostrazione"?
«Se uno parla dei propri sogni, c'è il rischio che svaniscano».