![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 GIUGNO 2001 |
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In una intervista
apparsa il 25 gennaio di quest'anno Norberto Bobbio si è esposto circa
l'equiparazione tra nazismo e comunismo. Qualche settimana fa, rispondendo a
Franco Manni - che lo intervistava su "Diario" - Bobbio afferma:
"Nel dopoguerra noi antifascisti ci sforzavamo di trovare nel comunismo
tutti gli aspetti buoni che ci fosse possibile, ma ciò era dovuto al contesto politico
di allora. Adesso, dopo la caduta del Muro, è diverso. Per esempio oggi penso
che, almeno sul piano teorico, le somiglianze tra comunismo e nazismo fossero
molto strette". E quale replica a Marco Revelli che gli ha contestato
l'equiparazione nazismo-comunismo, Bobbio ha detto: "Certamente c'è una
differenza importante tra i due movimenti: magari usavano gli stessi mezzi
atroci e disumani, ma mentre nel nazismo erano ugualmente condannabili sia i
mezzi sia i fini, invece nel comunismo lo erano i mezzi ma non i fini, spesso
nobili". È vero, i fini proclamati dal comunismo erano spesso nobili.
E proprio
alla forza di queste idealità è imputabile l'attrazione di milioni e milioni di
uomini e donne dei confronti del comunismo. E anche questo è vero. Ma c'è da
chiedersi: come è stato possibile ad intellettuali di rilievo, a persone dedite
a scrupolose indagini critiche su questioni sociali, non rendersi conto che i
mezzi individuati e difesi dal comunismo (come per esempio l'abolizione della
proprietà privata dei mezzi di produzione e del libero mercato) avrebbero
necessariamente portato alla più diffusa miseria, all'oppressione più spietata
e alla segregazione e alla schiavitù di interi popoli? Oggi Bobbio parla di una
equiparazione che se fosse stata proposta solo qualche decennio fa sarebbe
apparsa ai più davvero dissacratoria, infamante, "fascista". Eppure,
anche in questo caso, arriviamo in ritardo - è qui sufficiente rifarsi a quanto
sull'argomento avevano scritto Mises ed Hayek.
Hitler, ad
avviso di Mises, "non fu il fondatore del nazismo; egli ne fu il
prodotto". Erano stati i socialisti della cattedra, tra Ottocento e
Novecento, ad inculcare un odio isterico nei confronti del capitalismo e a
predicare "la guerra di liberazione" contro l'Occidente capitalistico.
Hitler era,
scrive Mises, un gangster sadico e un ossesso in preda alla megalomania -
megalomania accarezzata ed esaltata da schiere di intellettuali. Si pensi
soltanto a Werner Sombart il quale, se nel 1909 si era gloriato di aver
dedicato la sua vita alle idee di Marx, nel 1934 dichiarerà che "il Führer
riceve i suoi ordini direttamente da Dio". E fu così, allora - precisa
Mises - che i nazisti furono prontissimi ad adottare le politiche sovietiche.
"Essi importarono dalla Russia: il sistema del partito unico e il supremo
potere di questo partito nella vita politica; la posizione predominante
assegnata alla polizia segreta; i campi di concentramento; l'uccisione o
l'imprigionamento di tutti gli oppositori; lo sterminio delle famiglie dei sospetti
e degli esuli; i metodi di propaganda; l'organizzazione dei partiti affiliati
all'estero e il loro impiego nella lotta contro i governi locali e nello
spionaggio e nel sabotaggio; l'uso del servizio diplomatico e consolare per
fomentare la rivoluzione; e molte altre cose ancora. In nessun'altra parte
Lenin, Trotskij e Stalin ebbero discepoli più docili dei nazisti".
Delle radici
socialiste del nazismo Hayek parla nel dodicesimo capitolo de La via della
schiavitù : "È un errore - egli scrive - considerare il nazionalsocialismo
come una mera rivolta contro la ragione, un movimento irrazionale senza
retroterra intellettuale". Se questa fosse stata la situazione, il nazismo
non sarebbe poi stato tanto pericoloso. La realtà, piuttosto, è che il nazismo fu
possibile non perché la borghesia ne facilitò l'ascesa, ma per la ragione
inversa: per l'assenza in Germania di una forte borghesia. Ed è significativo,
annota Hayek , che "i più importanti antenati del nazionalsocialismo -
Fichte, Rodbertus e Lassalle - sono al tempo stesso riconosciuti come padri del
socialismo".
Furono,
tuttavia, intellettuali come J. Plenge e P. Lensch a fornire le idee
fondamentali ai maestri diretti del nazionalsocialismo, in particolare a Oswald
Spengler e ad Arthur Moeller van der Bruck. Preussentum und Sozialismus di
Spengler viene pubblicato nel 1920. In Germania, scriveva Splenger, "molte
sono le idee malfamate, ma tra di esse solo il liberalismo è degno del più
grande disprezzo". La verità è che sin dai tempi di Bismarck lo stato
prussiano era venuto a configurarsi sempre più in senso socialista. Per
l'istinto tedesco o, meglio, prussiano - così pensava Spengler - "il
potere appartiene alla totalità. Il singolo serve quest'ultima. La totalità è
sovrana Ciascuno ha il suo posto. Si comanda e si obbedisce". E a questo
punto, conclude Hayek, "rimaneva solo un passo da fare perché il Santo
patrono del nazionalsocialismo, Moeller van der Bruck, proclamasse la prima
guerra mondiale una guerra fra liberalismo e socialismo".
E dunque:
nazismo e stalinismo rappresentano davvero la destra più estrema e la sinistra
più estrema, ovvero tutta una serie di tratti sovrapponentisi ci offrono una
sostanziale medesima icona? Nazisti e stalinisti basano il loro totalitarismo
su di un presunto "sapere superiore" - sapere superiore di
"natura salvifica", possesso del Führer o del "glorioso"
capo del partito. Il totalitario nazista o comunista pensa di conoscere
l'ineluttabile senso della storia; crede di avere tra le mani il sommo criterio
per decidere quale sia la società perfetta e quale sia la "vera"
natura umana; è sicuro di sapere cosa è il bene assoluto e dove sta il male
assoluto; sa quale è la razza o, rispettivamente, la classe destinata a
realizzare il bene sulla faccia della terra e a dominare il mondo; si reputa
capace di dirigere l'intera economia. Da questi presupposti gnoseologici
scaturiscono "naturalmente": il partito unico; la fede nel leader il
quale è sicuro che "Dio è con lui" o il quale crede che Dio ormai gli
abbia ceduto il posto; il dominio del partito su tutta la vita politica;
l'asservimento dei giudici alla volontà del partito; una propaganda martellante
tramite l'esclusivo uso della stampa e degli altri mezzi di comunicazione; il
controllo più minuzioso sulla vita "privata" dei singoli cittadini;
il più rigido monopolio dell'educazione, con l'immediato licenziamento di tutti
gli insegnanti non perfettamente allineati; l'onnipresenza della polizia
segreta; la persecuzione dei sospetti; la carcerazione, la tortura e infine l'uccisione
di quanti vengono individuati come "nemici oggettivi"; i Lager e il
Gulag. L'unica vera differenza tra nazismo e comunismo è costituita dal nemico
oggettivo: l'altra razza o l'altra nazione per il nazismo, la classe borghese
per il comunismo; il mondo va ripulito da tutti gli individui che incarnano il
male, da tutti gli "insetti".
La presunzione fatale circa il possesso di una conoscenza assoluta e superiore riguardante la totalità della società, il bene e il male, la natura dell'uomo e così via è una malattia tipica del pensiero totalitario. Il totalitario "sa" chi è in stato di grazia e chi è "oggettivamente" nella perdizione e che quindi va "liquidato". In Out of step , Sidney Hook narra di una conversazione da lui avuta a casa sua con Bertolt Brecht, conversazione che ebbe per oggetto i vecchi bolscevichi fucilati nel periodo dei processi di Mosca: "E fu a quel punto che egli pronunciò una frase che non ho mai più dimenticato", scrive Hook. "Egli disse: Quelli là, più sono innocenti, più meritano di essere fucilati. Io rimasi totalmente stupito che credevo di aver sentito male. "Come dice?", gli chiesi. Egli ripeté calmo: "più sono innocenti, più meritano di essere fucilati. Le sue parole mi lasciarono di stucco. "Perché? Perché?" esclamai. Si limitò a lanciarmi una sorta di nervoso sorriso. Aspettai, ma non disse nulla, anche dopo che io ebbi ripetuto la mia domanda. Mi alzai, andai nella stanza accanto e gli presi il cappotto e il cappello. Quando tornai da lui, era ancora seduto in poltrona col bicchiere in mano. Vedendomi col cappotto e il cappello parve sorpreso. Posò il bicchiere, si alzò, prese cappotto e cappello e con un accenno di sorriso partì. Nessuno di noi aveva detto parola. Non lo rividi mai più". L'innocenza non basta. È il totalitario a concedere la "grazia" della vita ai suoi sudditi.