![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 GIUGNO 2001 |
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L'attualità, 200 anni dopo,
del politico del Risorgimento: parlano gli studiosi
Rumi: «Era un uomo contro e forse in anticipo sui contemporanei come Cavour»/Arturo Colombo: «La sua idea? Distribuire il potere restando nello Stato e nell'Europa»
Un giornale, Il Politecnico, che Natalino Sapegno definì «la più bella rivista scientifica e culturale del tempo». Un obiettivo politico, il federalismo (sia a livello italiano sia ipotizzando - lo afferma lui stesso - «gli Stati Uniti d'Europa») che lo coinvolse per tutta la vita, prima nella sua Milano dove era nato il 15 giugno di 200 anni fa e dove prese parte attiva alle Cinque giornate, e quindi a Lugano che, dopo una rapida permanenza a Parigi, scelse come sua residenza definitiva dal 1849 fino alla morte nel 1869. Un professore di «filosofia civile», convinto come pochi che cittadini democratici non si nasce, ma lo si diventa con un'opera di formazione non solo di tipo letterario, cosa quasi scontata nell'Ottocento, ma interdisciplinare, tenendo gli occhi ben aperti a quanto avviene negli altri campi del sapere: dal diritto alla statistica, dall'economia alla medicina, alle innovazioni tecnologiche. Questo l'identikit di Carlo Cattaneo.
«Un uomo contro», secondo l'insolita definizione di Giorgio Rumi, docente di storia contemporanea all'università di Milano. «Ce l'ha con il ceto nobiliare milanese che in un momento vero di lucidità aveva capito che l'unica strada per l'Italia era quella del liberalismo monarchico imboccato da Torino, aperto però all'Europa del Nord, alla Francia, alla Germania. Lui invece pensa alla Lombardia e al Veneto, come due cantoni di una confederazione austriaca di liberi popoli. Solo che guardava all'Austria come avrebbe dovuto essere e non come era». Uomo contro - prosegue Rumi - perché Cattaneo «non si accende di entusiasmo per i sogni neoguelfi di Gioberti, che immaginava una confederazione degli Stati italiani di allora con alla presidenza il Papa e il Piemonte come braccio armato. Per di più non è un credente, piuttosto un teista, che in Svizzera vuole bene al parroco, ma niente di più».
L'Italia del 1800 parve non comprendere e accettare il suo discorso federalista, considerato inattuale e visto con sospetto dalla classe politica del tempo. Per questo Cattaneo si rifugiò in Svizzera; guardò alle vicende del nostro Paese con distacco appassionato o con passione distaccata; quando sarà eletto deputato al Parlamento italiano non andrà mai a Firenze, allora capitale dello Stato unitario. È quindi uno sconfitto?
«Lui certamente perde, mentre gli altri, i Cavour, i Garibaldi, i Mazzini, i Crispi, vincono - osserva ancora Rumi -. Chi vince segna il suo tempo, ma chi perde potrebbe segnare il futuro. Cattaneo forse è stato il profeta di un'Italia che non c'è tuttora. Per questo la sua lezione mantiene una carica di preveggenza e anche di genialità».
Rumi ricorre a due aggettivi, «pragmatico e disincantato», per spiegare il federalismo di Cattaneo, nel quale ci fu indubbiamente l'accettazione piena del «modello» della Svizzera con i suoi cantoni, ma anche il favore con il quale guardò, più a livello teorico che pratico, all'esperienza degli Stati Uniti, e al mondo tedesco allora impegnato in un concreto processo di unificazione non mortificante delle autonomie locali. «Il suo - avverte Rumi - è un federalismo in prosa che muoveva dalle condizioni della sanità pubblica, dalla situazione delle strade, delle ferrovie, dell'economia, dallo stato dell'istruzione per arrivare ad esaltare il ruolo e la funzione dei Comuni, delle libere istituzioni locali in una visione di uno Stato "minimo" non padrone, ma amico e anzi promotore dell'autonomo sviluppo dei singoli e dei gruppi sociali. C'è nel suo federalismo l'affermazione del principio di sussidiarietà di cui tanto si parla ora a proposito dell'Unione europea. Che - non lo si dimentichi - comincia il suo lento cammino proprio con il mercato comune dell'acciaio».
Per Arturo Colombo, docente di storia delle dottrine politiche a Pavia e vice presidente per l'Italia del Comitato per la pubblicazione delle opere di questo grande milanese, il federalismo «interno» di Cattaneo - così lo definisce - non è «antiunitario». «È piuttosto contro il centralismo del nuovo Stato italiano, che lui riteneva il rischio peggiore per il Paese; è contro il processo di "piemontesizzazione" che caratterizza quel periodo. Per lui, quindi, il federalismo è un modo di distribuire il potere tra il centro e la periferia, assicurando al primo poche funzioni essenziali (la politica estera, la difesa, il controllo della moneta) e lasciando alle singole comunità di darsi tutti gli ordinamenti che riguardano la vita dei cittadini (la politica per la famiglia, l'economia, la scuola e via di questo passo) ma restando sempre nel quadro di uno Stato nazionale, unitario».
Aveva scritto nel maggio del 1862 ad Agostino Bertani: «La federazione è la pluralità dei centri "viventi", stretti insieme dall'interesse comune, dalla fede data, dalla coscienza nazionale», e, all'indomani dell'annessione del Sud al Regno d'Italia dopo l'impresa garibaldina, aveva rilevato che «annessione non deve essere assorbimento. Ci vuole un Congresso comune per le cose comuni ed ogni fratello padrone in casa sua. Quando ogni fratello ha casa sua, le cognate non fanno liti».
Ma c'è un altro aspetto di Cattaneo sottolineato da Colombo: il suo collocare il federalismo in chiave europea. «C'è indubbiamente il collegamento con Mazzini che nel 1834 fonda appunto la "Giovane Europa" - afferma - e il suo resta indubbiamente un grande ideale lanciato all'avvenire. Ma questo progetto rivela, con largo anticipo, la validità di una prospettiva europea che solo in questo secondo dopoguerra, grazie a De Gasperi, a Schumann, a Adenauer, a Monnet, avrebbe cominciato a muovere i primi passi e che ha trovato negli accordi di Maastricht e nella moneta unica le sue, per ora, ultime tappe. Del resto Carlo Rosselli, che a Cattaneo si rifaceva, aveva rilevato che l'Europa del '900 o sarebbe stata totalitaria o europeista».
Sconfitto forse nel suo tempo, il federalismo di Cattaneo come un fiume carsico scompare e ricompare nella storia politica del nostro Paese; viene accolto da Einaudi, dal popolarismo di Sturzo, da quel filone democratico e repubblicano di Gabriele Rosa e soprattutto di Arcangelo Ghislieri, tutti impegnati, con alterne fortune, nell'opposizione alla centralizzazione del nostro sistema e sostenitori, come osserva ancora Colombo, di «un sistema democratico che nasce dal basso, che richiede la partecipazione, ma anche il controllo e nel quale l'educazione, la formazione di una diffusa coscienza civica sono essenziali».
Adesso il federalismo sembra divenuto un tema di moda; entra nei programmi elettorali di tutti i partiti; si sprecano, spesso a sproposito, i richiami a Cattaneo; si intravvede sempre più una nuova forma di Stato, che abbatte il centralismo. Che ne pensa il giurista? Angelo Mattioni, docente di diritto pubblico alla Cattolica, osserva che con la legge costituzionale di due anni fa «le Regioni possono determinare automaticamente i loro statuti, compresa anche la forma di governo più rispondente alle esigenze dei cittadini. E tutto ciò senza alcun intervento dello Stato centrale. Siamo di fronte ad un regionalismo accentuato che si avvicina al federalismo». Per Mattioni non sono da escludere passi successivi facendo partecipare le Regioni alla gestione del potere centrale con l'istituzione del Senato o seconda Camera delle autonomie. Si raggiungerebbe, dice, «l'unità nella
specificità» invertendo in un certo senso il processo che aveva finora condotto agli Stati federali: non più ex pluribus unum, ma ex uno plures. E questo con conseguenze anchesul principio di sussidiarietà che è quasi naturale nel federalismo. «L'importante - conclude Mattioni - è che tutto avvenga nel rispetto delle procedure previste dalla Costituzione. E credo che anche Cattaneo sarebbe d'accordo».