Platone all'asilo| L'insegnamento della filosofia |
| All'università di Padova si è svolto in questi giorni un incontro intitolato "Che cosa insegna chi insegna filosofia?". Il titolo volutamente tautologico e provocatorio era stato scelto per segnalare l'imbarazzo degli addetti ai lavori, costretti dall'attuale processo di riforma a ripensare la sostanza del loro compito e perplessi di fronte a indicazioni contraddittorie.
Per citare solo l'esempio più ovvio, la riforma Gentile introdusse l'equazione filosofia = storia della filosofia, ma nel pensiero di Gentile la storia della filosofia era da intendersi come un percorso intellettuale mentre nelle successive incarnazioni della "sua" riforma la cronaca ha preso sempre più il sopravvento, e la filosofia che si insegna a scuola ha finito per ridursi a una successione di nomi, date e titoli degna di un elenco del telefono.
Di fronte a un pubblico di docenti e studenti, universitari e non, i partecipanti si sono interrogati su tutti i temi: è più opportuna una trattazione della filosofia per autori o per problemi? vanno privilegiati i testi originali o vanno utilizzati i manuali? l'insegnamento della filosofia va esteso a tutti i tipi di scuola secondaria o va invece mantenuto nella riserva indiana dei licei, originariamente concepiti come strumento di formazione della futura classe dirigente (strano che i dirigenti debbano studiare filosofia, chissà che cosa avrebbe detto Socrate)? Fra i partecipanti c'ero anch'io, e quelle che seguono sono le tesi che ho presentato.
La filosofia è una pratica, un modo di vivere, non un insieme di contenuti. Uno studente o un insegnante potrebbero ripetere fedelmente contenuti "filosofici" senza avvicinarsi di un passo alla filosofia, così come un altro potrebbe imparare a memoria mille poesie senza essere un poeta: definisce un filosofo lo spirito con cui parla e agisce, non quel che dice o fa. La pratica filosofica è un'educazione alla libertà: un esercizio costante al superamento delle abitudini consolidate, dei luoghi comuni, delle strutture di potere. In questo esercizio ci sono grandi maestri, e appena possibile dovremmo andare a "bottega" da loro: imparare con l'esempio di Platone come l'accordo non sia garanzia di verità (perché potremmo essere tutti ciechi) o con l'esempio di Kant come l'interesse privato non sia un buon fondamento per la giustizia.
La storia in quanto tale non ha dunque significato filosofico, perché in filosofia è necessario sentirsi chiamati in causa, messi in discussione, e la storia in quanto tale (in quanto erudizione) ha invece spesso un effetto rassicurante; ma ha un decisivo valore ausiliario perché dei maestri del passato dobbiamo conoscere i dettagli specifici se vogliamo dialogare con loro e non con immagini di comodo. Infine, se la libertà è la caratteristica fondamentale degli esseri umani, a nessuno dovrebbe essere negata l'opportunità di praticarla; non è mai troppo presto per cominciare o troppo tardi per proseguire. Insegniamo ai bambini dell'asilo, con favole e filastrocche, a contestare l'ovvio. E continuiamo fino in tarda età, perché quando finisce la riflessione filosofica finisce anche quel che ci distingue da una pietra o da una pianta. |