RASSEGNA STAMPA

9 GIUGNO 2001
PIETRO GRECO
Se il politico fa lo scaricabarile
Caso Di Bella e Protocollo sul clima: la scienza e la responsabilità delle scelte
L'altro ieri il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato una mozione in cui si chiede al governo nazionale di ripetere la sperimentazione sulla terapia Di Bella. Tra i motivi addotti dalla maggioranza politica di centro-destra che ha approvato la mozione c'è il riferimento a due scienziati, Marcus Mullner e Stephen J. W. Evans, che hanno criticato il metodo con cui è stata condotta nel 1998 la sperimentazione voluta dal Ministro della Sanità Rosy Bindi e coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità.
Ieri il giornale della Conferenza episcopale italiana, Avvenire, ha pubblicato un'interessante intervista a un ricercatore tedesco del Max Planck Institute esperto di clima. Lo studioso sostiene di avere le prove che l'aumento della temperatura media del nostro pianeta non ha un'impronta umana, non è dovuto cioè ai gas serra immessi in atmosfera dall'uomo, ma ha un'origine naturale, è dovuta al ciclico cambiamento dell'attività solare. Ciò è bastato ad alcuni commentatori e ad alcuni politici per evocare le incertezze della scienza e chiedere all'Europa dì imitare Bush e rinnegare il protocollo di Kyoto, con le sue modeste limitazioni alle emissioni di gas serra.
Queste due vicende, in apparenza così diverse fra loro, hanno molti elementi in comune. E si tratta di elementi di interesse generale, che attengono al decisivo rapporto tra politica e scienza in una società democratica, complessa, multiculturale e multietnica come la nostra. Il primo elemento in comune è che in entrambi i casi c'è qualcuno che propone una scelta politica (rifare la sperimentazione Di Bella; rinnegare il Protocollo di Kyoto) che ha pesanti conseguenze sulla vita e le persone. Le due richieste possono essere giudicate bizzarre e persino gravemente sbagliate (e chi scrive le giudica tali), ma in entrambi i casi si tratta di proposte del tutto legittime sul piano politico.
Tuttavia sia i membri di maggioranza del Consiglio regionale lombardo sia i commentatori dell'Avvenire mostrano, come dire, un certo ritegno ad assumere in pieno le loro responsabilità e a rivendicare il carattere tutto politico della loro onerosa scelta. E cercano così di farsela legittimare da un'autorità non politica, da un'autorità scientifica. Detto in altro modo, cercano di scaricare sulla scienza le responsabilità della politica.
Simili tentativi avvengono molto spesso. E, a essere onesti, non solo nell'area culturale della destra. Diventano frequenti quando la scelta politica è controversa e allora chi la vuole o deve compiere cerca di appoggiarsi a un'autorità esterna e, in apparenza, obiettiva. Allora, spesso, il politico cerca di appoggiarsi a uno scienziato, manco a dirlo, autorevole per scaricare almeno in parte il peso della sua legittima scelta. Il tentativo è del tutto comprensibile sul piano umano. Ma è poco limpido sul piano della democrazia. Perché confonde le diverse responsabilità che, in una società democratica, hanno la politica e la scienza. Anzi, i politici e gli scienziati. Il tentativo è improponibile quando, come nei due casi che abbiamo citato, l'autorità esterna e, in apparenza, obiettiva richiamata dai politici bisognosi di sostegno é un singolo scienziato, rispettabile e autorevole, che esprime una posizione minoritaria, se non proprio marginale, nella comunità scientifica cui appartiene. In questo caso è addirittura cercare di scaricare sulle incertezze della scienza, vere o presunte, le responsabilità per scelte politiche che sono, peraltro pienamente legittime.
Ma allora, cosa deve fare (anzi, cosa dobbiamo pretendere che faccia) un politico quando vuole o deve prendere una decisione fondata su basi scientifiche, che nove volte su dieci, hanno margini di incertezza più o meno ampi? Beh, il politico non può rivolgersi a un singolo scienziato. Perché nelle comunità scientifiche non c'è quasi mai unanimità e c'è quasi sempre una costellazione dì posizioni, anche estreme e opposte tra loro. Ciascuna delle quali legittima. Anzi, ciascuna delle quali necessaria. In quanto parte essenziale del carattere fortemente critico che è nella natura del dibattito scientifico.
Il politico che vuole prendere una decisione fondata su basi scientifiche deve necessariamente registrare il parere di una riconosciuta autorità scientifica in materia. Che, in genere, esprime un parere frutto di una selezione critica interna alla comunità scientifica. Per capirci, il Consiglio regionale della Lombardia che vuole prendere una decisione sulla terapia Di Bella ha il dovere di registrare il parere dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss). E chi vuole prendere una decisione in merito al Protocollo di Kyoto ha il dovere di registrare il parere dell'International Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo di scienziati esperti di clima che lavora per le nazioni Unite. Tanto più se l'Iss e l'Ipcc riferiscono opinioni largamente condivise dalla maggioranza degli scienziati che si occupano, rispettivamente, di oncologia e di clima.
Certo né il politico né alcun altro al mondo ha la certezza assoluta che il parere dell'Iss e dell'Ipcc, ovvero il parere delle autorità scientifiche, siano la verità. La conoscenza scientifica è un'attività dell'uomo che non si sviluppa attraverso votazioni a maggioranza e, men che meno, sulla base dell'ipse dixit. La storia della scienza è costellata di esempi in cui il parere di singoli scienziati si è dimostrato più valido del parere di intere comunità scientifiche.
Tuttavia, quando la decisione deve essere presa qui e ora e in assenza di un qualsiasi metodo per poter decidere a priori chi ha ragione e chi ha torto, il politico non ha altra scelta che quella di acquisire il parere dell'autorità scientifica competente, che esprime il parere della gran parte degli esperti in una determinata materia. Questa procedura non è perfetta. Ma è di gran lunga la migliore che abbiamo a disposizione. Ogni deroga da questa decisione mina alla base la possibilità di effettuare scelte politiche fondate sulla conoscenza scientifica condivisibili da tutti. Ogni deroga da questa procedure, è un puro arbitrio.
Per capirci, è un puro arbitrio da parte del Consiglio regionale della Lombardia fondare la valutazione scientifica della terapia Di Bella sull'analisi critica dei professori Mullner e ed Evans e non su quella dell'Iss. E sarebbe un puro arbitrio fondare la ricusazione del Protocollo di Kyoto sulla base dell'analisi critica di un singolo climatologo, sia pure rispettabile, e non su quella dell'Ipcc. I due pareri sono semplicemente incommensurabili.
Gli uomini di scienza, naturalmente, hanno il dovere di facilitare il dovere dei politici dì riferirsi a un'autorità scientifica. Non certo censurandosi. Al contrario, conservando gelosamente la loro indipendenza intellettuale. Ma avendo cura, quando comunicano al pubblico dei non esperti, di chiarire il contesto scientifico della loro singola posizione. Dicendo chi e quanti, tra i propri colleghi, l'accettano. E chi e quanti, tra i propri colleghi, sono invece critici. Inoltre i singoli scienziati hanno il dovere, quando non c'è, di favorire la formazione di un autorità scientifica, nazionale o internazionale, che esprima il consenso maggioritario della loro comunità.
Gli uomini politici hanno il dovere di acquisire il parere dell'autorità scientifica. E, anzi, hanno il dovere di far emergere, quando non c'è, un'autorità scientifica di riferimento. Certo assicurandosi che questa autorità pratichi la valutazione e la selezione critica delle varie posizioni presenti nella comunità di scienziati esperti.
Una volta acquisto in modo limpido il parere dell'autorità scientifica e riconosciutolo come l'unico legittimato a rappresentare la posizione della scienza, i politici possono prendere le loro decisioni in assoluta libertà, tenendo conto di quel parere o rigettandolo. Ma a questo punto devono assumersi la piena e totale responsabilità della loro scelta. In altri termini, il Consiglio regionale della Lombardia può scegliere, in contrasto con le indicazioni dell'Iss, di avviare una nuova sperimentazione della terapia Di Bella. E un governo può scegliere di ricusare il Protocollo di Kyoto, in contrasto con le indicazione dell'Ipcc. Ma in ambedue i casi i politici devono assumersi la piena e totale responsabilità della loro scelta, squisitamente politica. Devono assumersi la piena e totale responsabilità degli effetti che quella scelta provoca. E in nessun caso possono coprirsi con la foglia di fico offerta dal primo scienziato di passaggio, per quanto autorevole esso sia. Solo in questo modo è possibile rendere limpido e, quindi, democratico il rapporto tra politica e scienza in una società che proprio sulle conoscenze scientifiche fonda gran parte della sua dinamica economica e del suo sviluppo civile.
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