RASSEGNA STAMPA

8 GIUGNO 2001
FRANCOIS FEJTO
La Francia non è più figlia di Sartre
Oltralpe si assiste alla rivincita postuma di Aron sul filosofo de "La nausea" e la destra costruisce una rete di riviste liberali e aperte al confronto
Nel 1997 Michel Winock, direttore della rivista Histoire, ha pubblicato Le Siècle des intellectuels (Editions du Seuil), magistrale sintesi in tre parti: "Gli anni Barrès", "Gli anni Gide", "Gli anni di Sartre". Concludendo: è la fine degli intellettuali? Per l'eminente storico, il dopo-Sartre ha segnato la fine degli intellettuali di tipo dreyfusard, contestatori, militanti, anarcoidi, che rivendicavano la moralizzazione della politica. Per Winock, dunque, la fine degli intellettuali ha lo stesso senso che la fine della storia ha per Fukuyama dopo il crollo del comunismo. Per la storiografia in generale, come per il ruolo degli intellettuali nella società, credo che si debba parlare di fine di un'epoca, non di fine in generale. Ma l'estinzione del progressismo angelista - che così spesso si faceva manipolare dai partiti comunisti, cioè dal Cremlino e dai suoi compagni di strada - è incontestabile.
Gli intellettuali francesi posteriori ai primi anni Settanta sono certo diversi dai predecessori. Non che difettino i motivi di indignazione o di collera per gli eventi internazionali; o che, delusi dall'impantanamento del 1968 e dal rifiuto della società di cambiare vita, come promettevano i socialisti vincitori nel 1981, si siano allontanati dalla politica. No. Lo dimostrano gli interminabili dibattiti sul Libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois; pro o contro la globalizzazione, pro o contro il souverainisme, sull'avvenire del capitalismo, pro o contro li diritto di manifestazione letteraria del razzismo; le controversie suscitate dalle confessioni di un generale in pensione che si dice fiero di avere ucciso e torturato in Algeria, dal riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni nel 1915, poi le polemiche sull'unicità o no della Shoah, sul diritto d'ingerenza della Nato nel Kosovo... Tutto testimonia il persistente interesse degli intellettuali francesi per idee e fatti politici.
Ma come sono cambiati stili e metodi da quelli dei maitres à penser alla moda come Philippe Sollers, quando giurava sul libretto rosso di Mao (dopo è molto cambiato e in meglio); o come Michel Foucault, la cui ultima opera, L'archeologia del sapere (in Italia edita da Rizzoli), annunciava una virata etica che purtroppo non poté concludere; come il brillante e confusionario Roland Barthes; o come Louis Althusser, che abbacinava i giovani in cerca di un radicalismo assoluto col suo comunismo corretto Mao.
Dopo si passava a un clima più temperato. I nuovi filosofi - come il trio Alain Finklekraut, André Glucksmann e Bernard-Henri Levy - sono diventati più attenti ai dettagli. Prima di pronunciarsi come procuratori o giudici, cercavano d'informarsi. A rischio di scontentarli, si direbbe che si siano liberalizzati, o almeno liberati dai fantasmi, dai miti e dalle utopie rivoluzionarie, facendo dei Diritti dell'uomo e del cittadino il loro cavallo di battaglia. La metamorfosi risale al 1973-74 ed è avvenuta con discrezione, ma non senza una seria crisi di coscienza per alcuni, non senza una buona dose d'opportunismo per altri. Meno manifesti e petizioni, più riflessioni e ricerche. A Sartre si possono rimproverare molte aberrazioni, ma è alla sua influenza, moderatrice per una volta, che gli ultra-gauchistes, come Le Dantec - all'epoca del pentimento l'intervistai per Il Giornale - non si sono dati a imprese insensate, tipo quelle dei correligionari della Brigate rosse.
La pubblicazione di Ombre cinesi (in Italia edito da Sugarco) - dopo quella del meraviglioso Gli abiti nuovi del presidente Mao (in Italia edito da Antistato) - da parte di Simon Leys, ancora taciuta dai mass-media, fu la campana a morto per il gruppo di scrittori, giornalisti, scienziati maoisti guidati dalla Giovanna d'Arco napoletana, Maria Antonietta Macciocchi, molto quotata a Parigi, da Philippe Sollers, Claude Roy, Alain Bouc e Patrice de Beer, di Le Monde, che avevano salutato il trionfo dei Khmer rossi. Ci lasciavano alcuni castristi, hoxhisti e soprattutto terzomondisti, nostalgici editi dai veterani del gauchisme del 1968, François Maspéro e Christian Bourgois. Oggi sono emarginati.
Ciò detto, anche prima del sisma provocato dall'uscita nel dicembre 1973 di Arcipelago Gulag, cominciavano a raggiungere il grosso pubblico intellettuali e scrittori isolati come Boris Souraine - autore della più grande biografia di Stalin (in Italia edita da Adelphi) col bollettino Est-Ouest, Claude Lefort e Cornélius Castonadis con la rivista Socialisme ou barbarie, David Rousset e Manès Sperber. Poi gli intellettuali liberali anticomunisti si organizzavano. Sostenuto dal politico moderato 0livier Guichard, il Comitato degli intellettuali per la libertà lanciò un'offensiva contro l'influenza comunista, pubblicando manifesti, convocando tavole rotonde e congressi, riunendo personalità diverse come il sempre giovane Jean d'Ormesson, Anatole Daumnan, eroico difensore del cinema indipendente, Jean-Marie Domenach della rivista Esprit, e l'avvocato Marc Varaut, che aveva appena pubblicato un bel libro sul Processo di Gesù visto da angolazione giuridica (difenderà Papon, convinto della sua innocenza). Un gruppo di studenti e amici di Raymond Aron - finalmente riconosciuto vincitore del lungo duello con Sartre - fondava la combattiva rivista Contrepoint, che Le Nouvel observateur, allora molto gauchiste, definiva "la rivista più intelligente della destra". Contrepoint fu diretta dall'eminente Georges Liébert e dal politologo Gérard Slamx, aveva rimpiazzato l'eccellente Preuves di François Bondy, scomparsa per l'impossibilità di trovare un finanziamento in Francia. Contrepoint mobilitava autori diversi come i sociologi Kostas Papaioannou e François Bourricaud, l'ex nazionalista maurrassiano convertito all'aronismo Raoul Girardet, l'ex staliniana Annie Kriegel, giovani titani della sociologia come Jean Baechler, Pierre Manent e Marcel Gauchet e- last but not least - l'economista, pubblicista e filosofo Jean-Claude Casanova: sarà lui, dopo la morte di Aron, a prendere la direzione della rivista Commentaire, il cui comitato d'indirizzo includerà Indro Montanelli ed Enzo Bettiza.
Accanto a Esprit dell'infaticabile Paul Ricoeur, ringiovanita dall'attenta direzione di Olivier Mongin, e alla più eclettica rivista di Pierre Nora, Débats, è Commentaire a rappresentare lo spirito liberale non conformista col maggior vigore. Fra i collaboratori conta sempre più accademici, come Alain Besançon, Marc Fumaroli e l'ungherese Peter Kende, ma anche Jean François Revel, che non è necessario presentare ai lettori del Giornale. vi ha collaborato dagli inizi, come Eugène Ionesco ed Emil Cioran. Come singolo come direttore del settimanale Le Point, Revel è un'istituzione del liberalismo vigilante, proprio come l'inesauribile Edgar Morin, il Theilard de Chardin laico; come Gilles Martinet, il più moderno e aperto fra i socialisti; come Pierre Rosanvallon, teorico dei sindacati, che, scomparso François Furet, dirige l'Association Saint-Simon.
Tanto di cappello anche al vecchio amico Bernard Cazes, erede di Bertrand de Jouvenel alla testa dei futurologi di Francia; a Pierre Béhar, che ha attratto l'attenzione del pubblico con l'eccellente Introduction à la nouvelle geopolitique, a Pierre Hassner e Jacques Rupnik, animatori del Centre de recherches internationales de Sciences-Po; a Thierry de Montbrial e Dominique Moïsi, direttori dell'iperattivo Institut français des relations internationales, del poligrafo Alexandre Adler, che col Courrier international ha fondato un organo "informazione insostituibile; poi a France culture Radio della libertà di spirito, che da anni ascolto riconoscente; infine a chi m'ha insegnato molte cose e che vorrei presentare al pubblico italiano come uno dei pensatori più profondi e meno conosciuti, senza dubbio a causa del linguaggio ermetico: Pierre Legendre, specialista di diritto canonico e analista rigoroso e insostituibile della modernità.
Evidentemente la lista è incompleta e qualche grande spirito me ne vorrà per non averlo citato. Ma occorre ancora sottolineare come alla maggior parte di quelli che ho nominato non piacerebbe definirsi di destra o liberali. Sono di destra agli occhi di ciò che resta della vera sinistra, per esempio Pierre Bourdieu o Alain Touraine. E sono di sinistra per la Nuova destra di cui - quando dirigevo l'ufficio parigino del Giornale - ho presentato la figura più intelligente, il sempre attivo Alain de Benoist. Il Figaro magazine passa per essere stato il più distinto settimanale di destra, è molto aperto, liberale, europeo. Un ultimo cenno ai souverainistes, avanguardia dell'antiamericanismo, dell'antiatlantismo e dell'antifederalismo europeo: ne è portavoce la rivista Géopolitique di Marie-France Gradua. I più mediatici fra loro sono il socialista Jean-Pierre Chévènement, il romanziere popolare Max Gallo, l'eterno ribelle Régis Debray, l'originalissimo Emmanuel Todd e Paul Thibaud, ex direttore di Esprit, divenuto neofita dell'antiprogressismo.
Finendo l'articolo, capisco che fortuna ho avuto, e ho, ora da decano, partecipando alla vita di varie generazioni in un ambiente ricco di talenti promettenti e intelligenza feconda come Parigi.
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