| Quelle supersocietà unite contro i deboli | Il professor Alexander Zinoviev ne ha viste abbastanza per
definirsi un "pessimista nel senso sociologico". Sua è la tesi
che non esistono più stati dominanti ma una Supersocietà
composta da cinquanta o sessanta milioni di individui, in
essa cooptati, che dominano il mondo, non più divisi da
confini o da classi ma padroni della conoscenza e, fatto mai
verificatosi, dell'informazione mondiale. Forse questa
Supersocietà appartiene a quella letteratura sociale che
trova forme suggestive anche nel caos del mondo. Ma
l'apparizione di un nuovo potere non istituzionalizzato ma
onnipresente si manifesta ogni giorno nella nostra politica,
nel suo voler prolungare qualcosa che non c'è più e nel suo
esitare di fronte al nuovo che non c'è ancora.
Prendiamo le sue sacre rappresentazioni, i raduni dei vecchi
e nuovi "padroni del vapore" imprenditori, finanzieri,
politici, scienziati, grand commis.
L'officiante è il governatore della Banca di Italia o un uomo
di governo, o un re di denari. Secondo antica liturgia
cattolica da concistoro i presenti indossano tutti un
uniforme, i doppiopetti scuri delle grandi occasioni e come i
vescovi della Cei reggono fra le mani, in atteggiamento
devoto e pensoso le relazioni dell'officiante, approvando
con impercettibili movimenti del capo e degli occhi ciò che
sta dicendo. Come si trattasse di progetti razionali e fattibili
e non della "navigazione a vista" piena di rischi e di
imprevisti che è della Supersocietà che ha scambiato il
mercato per il nuovo dio.
È di prammatica che l'officiante ricordi alla assemblea che
"occorre aumentare la flessibilità". Che significa in pratica?
Significa che la produzione deve liberarsi progressivamente
di tutti i lacci e laccioli sindacali che le impediscono di
muoversi più liberamente e speditamente. Con quali costi
sociali?
Il tema non è "politicamente corretto". Tutto può accadere
a questo mondo anche che agli esseri umani piaccia
cambiare durante la vita una quindicina di lavori o rincorrere
il lavoro che non c'è più. E nessuno può escludere che la
maggioranza degli uomini come si è dimostrato in alcuni
regimi autoritari preferisca l'obbedienza alla libertà. Ma fatto
sta che non se ne discute minimamente perché uno dei
caratteri della Supersocietà o del sistema che le assomiglia è
di procedere per dogmi.
Poi immancabile viene la esortazione alla rivoluzione
tecnologica, alle tre I di Berlusconi: più istruzione, più
informatica, più Internet. Ma l'esito della rivoluzione
tecnologica poco prevedibile tecnicamente è un buio
assoluto socialmente. Non esiste il minimo dubbio che la
rivoluzione tecnologica ha due effetti nel mondo del lavoro:
abolisce i lavori che uniscono le classi i lavori come furono
intesi da fordisti, da socialisti e anche dal Mussolini di
Dalmine, il lavoro per la collettività e aumenta i lavori servili,
non più al servizio complessivo del paese ma del ceto
dominante, i lavori in cui i potenti acquistano a basso prezzo
il tempo del lavoro dei dipendenti occasionali.
L'esito sociale della rivoluzione tecnologica è come dicevo
imprevedibile, ma non è stato il mitico tempo libero del
"siamo tutti creatori", è stato una società abbassata che non
si è liberata dalle pastoie del lavoro e non è arrivata alle
attività superiori, "quanto a dire il peggio del peggio", come
osservava la Arendt.
Le sacre celebrazioni oscillano fra la drammatizzazione
esagerata del presente e l'elusione dei rischi futuri. Gli
ottimati riuniti in concistoro chinano il capo sui loro
quadernetti quando l'officiante gli ricorda, in toni da ultima
spiaggia, le spese sociali eccessive e i buchi nel bilancio.
Come se non si rivolgesse a un consesso che negli ultimi
venti anni ha visto aumentare i suoi profitti del trecento o del
quattrocento per cento, come se non parlasse ai cittadini e
gerenti di una delle dieci nazioni più ricche del mondo. Non
sappiamo se la Supersocietà sia una suggestiva invenzione
di Zinoviev ma certo esiste una consociazione di poteri in
grado di dettare le parole d'ordine, le mode, le paure, le
prediche di salvezza.
Gli ottimati in conferenze non dissimili da quelle della Cei
presiedute da monsignor Ruini si occupano e preoccupano
di problemi immediati: la caduta dell'euro, le strozzature
burocratiche, il dilemma fra più tasse e meno tasse. Non si
occupano minimamente - del resto la liturgia non lo
contempla - del vero drammatico problema, il crollo, la
rapida scomparsa di quella utopia industriale sia liberista
che comunista che affidava alla produzione, allo sviluppo la
soluzione di tutti i problemi. Sostituita dalla confusa
navigazione a vista, dal confuso arrembaggio dei ricchi alle
superstiti ricchezze del mondo.
E' un vuoto politico più che avvertibile anche da noi: il
governo Berlusconi non è ancora in carica ma già si capisce
che le sue promesse e progetti e riforme sono agganciati alla
navigazione a vista della nebulosa dei poteri. Che si tengono
secondo una elementare regola di sopravvivenza, uniti
contro i deboli. Il rifiuto di Bush alla lotta per la salvezza
dell'ambiente ha spiegato in che consiste questa nuova
alleanza: ciò che decide il capofila non piace ai suoi alleati
del mondo avanzato, si alzano alcune flebili proteste, ma si
allineano e affidano la salvezza dell'anima e della faccia al
popolo di Seattle. |