RASSEGNA STAMPA

5 GIUGNO 2001
FRANCA D'AGOSTINI
Le armi linguistiche della repressione sociale

Robert Brandom è autore di una delle poche sintesi filosofiche veramente interessanti apparse negli ultimi anni: Making it Explicit, un libro di settecento pagine, le cui stesse tesi vengono riesposte in versione abbreviata in un saggio uscito da poco con il titolo Articulating Reasons (Harvard University Press). Il suo lavoro è consistito fino ad oggi nel legare a una originale rilettura di Hegel i temi e i presupposti dei più influenti autori della tradizione analitica: non soltanto Wittgenstein e Frege, ma anche Michael Dummett. Ci troviamo, dunque, di fronte non a un filosofo "post-analitico", o a un analitico pentito e in fase di autocritica, come farebbe pensare il riferimento all'hegelismo, ma a un tentativo, sostanzialmente riuscito, di completare un certo percorso della filosofia analitica del linguaggio e della conoscenza, vedendone le possibili convergenze con certi temi

hegeliani, e dunque (è quasi inevitabile, quando si parla di Hegel) aprendola anche alle esigenze del pensiero politico e all'analisi della società. Compito della filosofia secondo Brandom è "rendere esplicito", che significa: chiedere e dare le ragioni delle azioni e dei giudizi. Anche il significato di un enunciato è, in ultimo, l'insieme delle ragioni per cui e grazie alle quali viene detto, e capire un enunciato significa capire le ragioni orientative e le norme in base alle quali è stato formulato. Brandom chiama normatività quell'insieme di

"per cui" e "da cui" che sta intorno a ogni gesto razionale, giudizio o pensiero, e che permette e costituisce i gesti, i giudizi, i pensieri. Questa premessa lo avvicina ai grandi teorici del rapporto tra "conoscenza e interesse" (per evocare l'espressione del giovane Habermas), ossia a coloro che hanno sottolineato le "forze" pragmatiche o le ragioni orientative-regolative delle posizioni teoriche, e delle stesse costruzioni del mondo. In questa tradizione, tipicamente post-kantiana e post-hegeliana, Brandom porta il suo originale contributo di analiticità, chiarezza, rigore (caratteristiche tipiche della tradizione filosofica a cui appartiene), ma anche qualche articolazione decisamente nuova, e una evidente serietà di intenti filosofici.

Nel colloquio che segue, chiarisce essenzialmente quattro punti della sua prospettiva, particolarmente rilevanti dal punto di vista "europeo": 1) le ragioni del suo interesse per l'hegelismo; 2) il suo rapporto con la tradizione del marxismo come sbocco politico-pratico del discorso hegeliano; 3) il suo contributo all'impostazione dei rapporti tra umanità e natura; 4) il ruolo del "dare-chiedere ragione" rispetto alle situazioni di ingiustizia, oppressione, manipolazione ideologica.

Fino ad oggi lei ha soprattutto tentato di articolare lo stile minuzioso e rigoroso della filosofia analitica angloamericana con i contenuti e le proposte del pensiero europeo, ossia con la tendenza tipicamente "continentale" a praticare un tipo di filosofia legata alla concretezza del presente storico-sociale. Qual è il punto di avvio della sua proposta filosofica?

Kant ci ha insegnato che conoscere e agire sono fenomeni normativi, che ciò che rende speciali i nostri giudizi e le nostre azioni differenziandoli, per esempio, dai movimenti dei nostri corpi, è che essi implicano impegni specifici: responsabilità che siamo disposti ad assumerci, e a riconoscere. Hegel per primo ha osservato che questa normatività è socialmente istituita ed è legata all'occupare un posto e svolgere un ruolo sociale. L'idea di Hegel si sostituiva all'idea kantiana di libertà come capacità di essere responsabili, di assumere impegni, di esercitare un'autorità su se stessi: Kant apprezzava al massimo grado queste qualità, ma non fu mai in grado di spiegare il modo in cui agiscono in ambito sociale. La natura sociale della normatività è una acquisizione hegeliana particolarmente importante, che la nostra cultura, specie quella di lingua inglese, ha in qualche modo dimenticato. Chi studia Hegel in America, non so se sia per caso o di proposito, si occupa per lo più di filosofia politica: ma per Hegel la filosofia politica era radicata e fondata in un'ontologia, in un modo di pensare gli esseri umani. Pochi si sono occupati di questo aspetto e in un certo senso la vera e propria fondazione hegeliana è andata perduta.

Che significato ha, nel quadro del suo discorso, l'interpretazione marxista di Hegel?

Credo che sia impossibile, oggi, leggere Hegel senza considerare ciò che ne ha fatto Marx, e le riletture marxiste dell'hegelismo. Direi che Marx ha reso un grande servizio a Hegel, precisamente nel senso che dicevo: ci ha insegnato cioè a oltrepassare la visione atomistica-empiristica-individualistica degli esseri umani. Il "pensiero fondamentale" di Marx - e lui usa precisamente questi termini, nei Manoscritti del 1844 - è che le relazioni morali tra persone - relazioni di giustizia, di oppressione, e così via - possono valere irriducibilmente tra gruppi sociali. Da Hegel, Marx traeva la lezione che non c'è nulla di naturale nell'unità di un singolo essere umano, per ciò che concerne le considerazioni normative. Dunque possono esservi rapporti normativi tra classi che non sono spiegabili in termini di - né sono riducibili a - relazioni morali tra persone. Potrebbe darsi per esempio il caso di individui che vendono il loro lavoro in base a uno scambio apparentemente libero, e corrispondente a criteri di giustizia, ma osservando la cosa dal punto di vista della costituzione normativa dei gruppi sociali - nel caso di Marx, dal punto di vista delle classi - ci può essere ancora ineguaglianza, e una condizione di oppressione. La visione hegeliana per cui le condizioni normative sono istituite ci dice che queste non hanno alcuna unità naturale: così può darsi la possibilità che una classe costituisca una unità, o la costituisca un genere, come abbiamo visto con il femminismo. Ma può darsi che, in particolari casi, a

 noi imprevedibili, una persona tratti un'altra ingiustamente pur mantenendosi all'interno di principi in apparenza socialmente accettabili: può darsi che le relazioni tra uomini e donne, valutate dal punto di vista della costituzione normativa dei generi, siano ancora stabilite in modo ingiusto. E questa è la tipica acquisizione marxiana: una volta che il genio è fatto uscire dalla bottiglia, non è possibile rimettercelo dentro.

C'è qualche senso, secondo lei, in cui l'intuizione di Marx va oltre (o anche: contro) la dialettica hegeliana?

Marx ovviamente ci ha dato una interpretazione della dialettica corrispondente ai suoi specifici interessi. Non condivido per esempio la premessa della critica marxiana all'idealismo: non credo che l'idealismo debba essere rimesso con i piedi per terra. Ma penso che ci sia una tradizione progressiva che inizia con l'assunzione da parte di Hegel dell'idea kantiana della normatività del giudizio su ciò che è propriamente umano, prosegue con la sua interpretazione di tale normatività in termini di status sociale, e culmina con l'idea di Marx che le relazioni normative si istituiscono non soltanto nei confini di un singolo

corpo umano, ma tra unità più ampie. Come ho detto, noi possiamo ammettere che ci siano anche unità diverse dalle classi, più ampie o meno ampie, a cui fare riferimento (la razza, i generi, ecc.), ma in ogni caso, il progresso sociale si compie tracciando confini diversi, spostando o diversificando i confini, e pensando a quali possano essere le relazioni normative che ne derivano. Il contributo di Marx si pone quindi nella stessa linea di Hegel, qualunque fosse la sua opinione in proposito.

Come altri continuatori e interpreti di Hegel - non ultimo Hans Georg Gadamer - lei preferisce il "momento oggettivo" della filosofia dello spirito hegeliana, ossia le realizzazioni  storico-linguistiche e sociali della normatività. Definendo il suo punto di vista, lei parla apertamente di "idealismo oggettivo". Ora ci chiediamo: quale vantaggio comporta questo idealismo oggettivo? Quali sono i due o tre o più problemi fondamentali che una prospettiva di questo genere permetterebbe di risolvere?

Naturalmente, come filosofo di professione, i problemi che mi propongo di risolvere sono per lo più legati alla ricerca e alle forme della ricerca, mentre come intellettuale o come cittadino le questioni sono diverse. Ma devo dire che ho buone prospettive per entrambi.

Dal punto di vista professionale, sembra che abbiamo ancora da risolvere il problema di come l'essere umano si collochi in un mondo che è meglio compreso e descritto dalle scienze naturali, e dalla loro impostazione atomistica, matematizzante e riduttiva.

Quest'ultimo è stato un punto di vista che senz'altro ha trasformato la nostra cultura per il meglio, che ha una innegabile presa sulla realtà, ma che, è importante notarlo, non è tutta la verità. Rendersi conto, con Hegel, che la maggior parte delle questioni che ci riguardano - ossia il significare qualcosa, il dire qualcosa, anche il volere qualcosa - sono fenomeni normativi, e che non c'è nulla che possiamo fare da soli, ma esistono solo cose che possiamo fare come membri di una comunità, ci obbliga a precisare in che modo le strutture normative entro le quali ci muoviamo - ciò che ci rende "persone" invece che

 animali - sono istituite. In altre parole, dobbiamo chiederci in che modo l'essere umano si collochi in un mondo su cui la scienza ha la massima autorità, e mi sembra che Hegel, agli albori della modernità, abbia avuto una serie di intuizioni molto importanti per il chiarimento di tutto ciò.

In quale senso la sua analisi della dimensione sociale della normatività potrebbe avere anche una dimensione pratico-politica?

Concependo la ragione come una pratica sociale, Hegel fu effettivamente il primo a chiedersi come essa si ponga in rapporto ad altre pratiche sociali, incluse quelle regressive e conservative, le pratiche di violenza e di coercizione. Fu anche il primo a porre il seguente problema: come possiamo distinguere tra le pratiche razionali quelle che sono coercitive? In certo modo si trattava di un antico problema: già Platone si preoccupava di distinguere filosofia e retorica, essere un filosofo ed essere un sofista. Tutto questo doveva assumere una forma particolare nell'età moderna, quando andava profilandosi ciò che Hegel già vedeva, ma che non poteva ancora riscontrare nella sua epoca, e che è profondamente vero oggi: che dobbiamo togliere la violenza dalla minima forma di interazione sociale. Hegel già vedeva - e questo fu ciò che soprattutto attrasse l'attenzione di Marx - che ci sono diverse forme di irrazionalità, oltre alla semplice violenza fisica, e che in particolare c'è la possibilità di distorcere la comunicazione, di agire violentemente sul linguaggio, il quale, come Hegel diceva, è "il corpo dello spirito". La distorsione in un linguaggio può rendere per noi impossibile vedere dove stia la ragione.

Dobbiamo anche guardarci da questa moderna forma di illibertà che consiste nel non poter essere responsabili, a causa della distorsione sistematica delle strutture linguistiche e concettuali di cui facciamo uso. Mi sembra che Hegel sia stato particolarmente ricettivo e profetico, su questo punto. Mi sembra che abbia visto con chiarezza che questo si avviava ad essere il problema della modernità: quando non c'è nessuno che ti punta un fucile alla tempia per obbligarti a fare qualcosa, ma ci sono molti che ti insegnano un cattivo linguaggio, un linguaggio che non ti permetterà di concepire pensieri critici e di auto-emancipazione. Questa è la dimensione di Hegel che soprattutto ispirò Marx: l'immagine del diverso tipo di repressione sociale che caratterizza la modernità. Meglio essere moderni, piuttosto che non esserlo: meglio usare il linguaggio, e non il fucile. Ma entrambi, Hegel e Marx, precisamente si preoccupavano della distorsione del linguaggio: peraltro lo stesso problema di Freud, di Foucault, ecc.

Essere tardo-moderni, quali noi siamo, significa diagnosticare, in ogni generazione e in ogni carriera, le forme della distorsione, le quali non coinvolgono catene e fucili, ma i modi in cui parliamo e le nostre istituzioni. E nei singoli casi non sappiamo che cosa potrà succedere: fino a quarant'anni fa le relazioni di oppressione e repressione tra uomini e donne erano praticamente invisibili, ed ora ne abbiamo una percezione esatta, e ci diciamo: come abbiamo potuto pensare che questo fosse il modo giusto di comportarsi?

Ciò significa che abbiamo imparato una lezione (non che sia penetrata ovunque, e che ovunque sia messa in pratica, ma almeno intellettualmente abbiamo una visione di come comportarci, ed è chiaro quale sia la via da seguire). Quale sarà la prossima lezione? Alcuni dicono: i diritti animali, altri pensano di no. In ogni caso a partire da Hegel sappiamo che nel mondo umano c'è una quantità di cose di questo tipo che non abbiamo ancora fatto, e che ci toccherà fare. Non soltanto: Hegel ci ha anche dato gli strumenti concettuali per pensare in questo modo, e forse non li abbiamo ancora sufficientemente sfruttati.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti