![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 MAGGIO 2001 |
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Da oggi in libreria il primo dei due Meridiani
destinati a raccogliere gli insegnamenti del Risvegliato e quelli della
tradizione
Le parole
del Buddha nascevano da un umano desiderio di quiete imperturbabile, eppure
hanno attraversato l’Asia con l’impeto di un fiume in tumulto. Il corso degli
insegnamenti del Risvegliato si è diramato in scismi, è cresciuto nelle diatribe
dei filosofi. Ha valicato montagne dall’India al Tibet, ha solcato mari dalla Cina
al Giappone e all’intero Sud-Est asiatico. Non è semplice sintetizzare duemilacinquecento
anni di civiltà in un’opera. Perciò la comparsa del corpus buddhista nella
collana «I Meridiani» di Mondadori è da considerarsi un evento. In primis per
prestigio dell’orientalistica italiana, di livello internazionale, però poco
celebrata in patria. Il curatore dei due volumi intitolati La rivelazione del
Buddha, di cui il primo è in libreria oggi (pagine 1.470, lire 95.000), è
Raniero Gnoli, ordinario di Indologia alla Sapienza di Roma. Dotto
sanscritista, raffinato esegeta del pensiero buddhista e tantrico, Gnoli è
stato allievo di Giuseppe Tucci, lo studioso che esordì negli anni Venti a Santiniketan,
la scuola fondata dal poeta bengalese Tagore, e che poi entrò nella rosa dei più
eminenti orientalisti del XX secolo. Nel solco della più alta tradizione
orientalistica vede la luce un’opera importante, in cui rivive la storia
dell’unica religione senza Dio. Il Buddha - racconta Gnoli - nacque verso il
566 a.C. nel Nord dell’India, nella famiglia di un agiato signore di campagna.
Di bell’aspetto e in possesso di una fortuna, Siddharta, ovvero «colui che ha
raggiunto il suo scopo», si sposa a 16 anni e diventa padre. Ma l’esistenza
dorata non soddisfa la sua natura e all’età di circa 29 anni lascia tutto per
cercare la verità. Celebri sono le sue peregrinazioni attraverso l’India.
Sappiamo dei lunghi digiuni ascetici, del suo corpo ormai macilento, della
provvidenziale coppa di riso che lo salva da una morte sicura.
Fino a
quando, a Bodhgaya, «ai piedi di una ficus religiosa», nella primavera del 531
il suo occhio divino si apre e ottiene l’illuminazione. Siddharta Gautama da
quel momento è il Buddha, il Risvegliato, e si avvia a Benares predicando la
sua verità.
Egli
raccoglie discepoli attorno a sé, espone il suo pensiero e mai scrive. Saranno
i suoi figli spirituali, i monaci, a redarre i testi sacri, a togliere e
aggiungere nei secoli, a dibattere nelle Università il suo verbo, nella
straordinaria vicenda dell’affermazione di un «culto» che è anche una civiltà.
La ripartizione in due tomi de La rivelazione del Buddha riflette la suddivisione
della dottrina nei due rami principali in cui si spezza la comunità. Se nel secondo
troveremo i tesori della tradizione mahayana, più noti al pubblico occidentale,
nelle quattro sezioni che compongono il primo compaiono i testi sacri dei
Theravidin, i seguaci della scuola «degli anziani», detta hinayana. Si tratta
del canone pali, redatto dall’allora esigua comunità buddhista tra il IV e il
III secolo a.C., per tradizione suddiviso in tre sezioni: Vinayapitaka,
canestro per le regole disciplinari dei monaci, Suttapitaka, raccolta dei
discorsi del Buddha e Abhidhammapitaka, canestro della dottrina.
A questi
si aggiungono i capolavori dei massimi commentatori. Troviamo Il cammino verso la
purificazione di Buddhaghosa, leggiamo il Buddhacarita , ovvero Le gesta del
Buddha, composto nel I secolo d.C. da Asvaghosa, al cui stile si ispirò
Kalidasa, il celebre poeta.
Tra una raccolta di Jataka, le storie delle vite precedenti del Buddha, e un codice monastico scoperto solo nel 1931, compare anche un dialogo tra il monaco Nagasena e il re indogreco che fa tanto pensare a Menandro. C’è spazio per riflettere e consultare, in queste 1.470 pagine. Ma anche, semplicemente, per leggere: il testo sacro talvolta cela un capolavoro letterario.