RASSEGNA STAMPA

24 MAGGIO 2001
ERALDO AFFINATI
Wolfgang Sofsky, la natura crudele dell'umanità

Il filosofo tedesco torna a riflettere sul rapporto tra l'individuo e la violenza

Wolfgang Sofsky, tedesco, 49 anni, è un autore ormai noto anche in Italia.  Di lui finora erano stati pubblicati due testi di notevole efficacia: il primo, intitolato L'ordine del terrore (Laterza, 1995, pagg. 522, lire 38.000) si configura come una straordinaria analisi strutturale del campo di concentramento nazista: la precisione analitica di quella ricerca faceva intui­re che l'autore non era uno dei tanfi studiosi della Shoa.  Il suo sguardo, attraverso l'orrore novecente­sco, puntava diritto verso il cuore di tenebra dell'uo­mo. E infatti, il secondo libro, Saggio sulla violenza (Einaudi, 1998, pagg. 195, lire 28.000), confermò l'impressione di qualità speculativa che alcuni criti­ci avevano testimoniato.

L'autore partiva da alcune domande essenziali: quali sono le radici del crimine?  Lo Stato può neu­tralizzare la tensione fra gli uomini o è costretto a restituirla normalizzata nella civiltà anche democra­tica?  Ne risultò un profilo a 360 gradi dei momenti in cui si articola la violenza: arma, tortura, spettato­ri, esecuzione, caccia e fuga.  Lo spettro dei riferi­menti andava dalla Bibbia alla pittura di Francis Bacon.  La completa assenza di pregiudizi ideologi­ci, morali e politici trasmetteva un disincanto che ancora oggi, nella memoria che ne abbiamo, appas­siona e fa riflettere.  Rievocando le terribili gesta di Gilles de Rais, che all'alba del Rinascimento uccise e violentò centinaia di bambini, Wolfgang Sofsky scrisse: «Il crimine è tratto peculiare della specie umana.  Le bestie feroci non commettono delitti.  Solo l'essere umano è nella condizione di fare il peggio».

Tale affermazione acquista ulteriore evidenza in un'altra raccolta di saggi dello stesso autore: Il para­diso della crudeltà.  Dodici saggi sul lato oscuro dell'uomo (Einaudi, pagg. 114, lire 18mila), da poco uscita in libreria, nella quale risulta chiara l'insuffi­cienza delle spiegazioni che, di fronte agli atti vio­lenti della cronaca contemporanea, talora vengono date.  Nessuna analisi psicanalitica o sociologica o politica potrà mai fare completa luce sui comporta­menti omicidi di cui l'uomo continua a rendersi protagonista in ogni parte del mondo.

L'inclinazione a uccidere, spiega lo studioso, è inscritta nella no­stra dotazione ge­netica, come sape­vano gli antichi, che attraverso le maschere rituali indicavano la morte. Coloro che compiono atti di violenza non sono tutti uguali e quin­di gli schemi onni­comprensivi appa­iono destinati a fal­lire.  Individuare i contesti aiuta a comprendere le dinamiche, produ­ce storie plausibili, ma non serve a spiegare l'atroci­tà del gesto criminoso. «La cultura occidentale ­sostiene Sofsky - è riuscita a interpretare la furia omicida solo come malattia o come momento di pazzia causato da circostanze avverse».

Nel saggio più importante del libro, «Civiltà, orga­nizzazione e violenza», l'autore scarta numerose ipotesi in vario modo consolatone: quelle tese a legare violenza e modernità, crudeltà e burocrazia, crimine e storia e propende piuttosto per un'anali­si antropologica che, invece di inseguire impossibi­li risposte assolute, scopra le costanti dei comporta­menti umani estremi pronte a ricomparire nei sin­goli casi: annientamento dell'Altro, desiderio di am­mirazione da parte di un terzo, cieca volontà di sopraffazione.

Chiunque affronti questo libro, il cui ventaglio espositivo comprende episodi anche recenti, come le stragi algerine, gli stupri etnici nell'ex-Jugo­slavia, quelli africani, gli scontri fra israeliani e pale­stinesi, nonché numerosi casi di serial-killer, alla fine della lettura avrà meno illusioni sulla possibili­tà che l'uomo possa davvero correggere la propria natura ferina, ma si sentirà più pronto a decifrarne certi inconfutabili segni anche nell'attualità quoti­diana raggiungendo così le medesime sconsolate conclusioni di Montaigne il quale, nel secondo li­bro dei suoi Saggi, a proposito della crudeltà, scris­se: «Vivo in un'epoca in cui noi abbondiamo in esempi incredibili di quel vizio, a causa della sfre­natezza delle nostre guerre civili; e non si trova niente nelle storie antiche di più grave di quello che noi proviamo ogni giorno.  Ma ciò non mi ci ha affatto addomesticato».
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Il mondo dell'uomo