RASSEGNA STAMPA

20 MAGGIO 2001
MARCELLO CINI
Un umano ad alta intensità tecnologica

Giuseppe O. Longo è un personaggio geniale e proteiforme. Come scienziato insegna Teoria dell'informazione all'Università di Trieste. Come traduttore ha fatto conoscere in Italia tutta l'opera di Gregory Bateson. Come scrittore è autore affermato di opere di narrativa premiate e tradotte in varie lingue. Finora queste sue attività, purriflettendosi indirettamente l'una nell'altra, avevano prodotto testi di genere tradizionale: saggi, romanzi, racconti, drammi teatrali. Con il suo ultimo libro, Homo technologicus - Meltemi editore, pp. 214, L. . 30.000 -, Longo ha inventato invece, e non è poco, un nuovo genere letterario. Si tratta di un saggio nel quale uno scheletro di fatti e ragionamenti organizzato secondo un filo logico è rimpolpato da frammenti di storie, racconti allegorici, fantasie allucinatorie che contribuiscono a formare un insieme organico in grado di rappresentare assai meglio di altre forme espressive già sperimentate la complessità dell'oggetto della sua ricerca: la grande tappa evolutiva di cui siamo testimoni e protagonisti, dall'homo sapiens all'homo technologicus, o, se si vuole, dall'uomo "a tecnologia limitata" all'uomo "a tecnologia intensa".

"L'homo technologicus - ci avverte infatti l'autore nell'introduzione - non è 'uomo-più-tecnologia': è bensì un'unità evolutiva profondamente nuova, è un'unità organica, mentale, corporea, psicologica, sociale e culturale senza precedenti, che, se partecipa ancora dei miti, dei desideri e delle necessità dell'uomo 'tradizionale', crea

anche miti, necessità e desideri suoi propri e inediti".

Il libro è dunque una narrazione. Il dramma ha per protagonisti l'uomo e le sue macchine e mette in scena i loro complicati e mutevoli rapporti. Come sempre, un modo originale di guardare la realtà ne coglie subito aspetti imprevisti. Ne scorriamo rapidamente alcuni. Il primo è quello che presenta lo sviluppo delle nuove tecnologie non più come risultato delle funzioni razionali, astratte e formali della mente umana e come dimostrazione della loro superiorità rispetto ai prodotti dell'intelligenza pratica legata all'esperienza corporea, ma come frutto di un processo evolutivo "così rapido e tumultuoso che la teoria non riesce più a starle dietro". Ne segue che "la velocità e la complessità della tecnica impediscono alla scienza di tracciarne un quadro esplicativo coerente e completo e di fornire risposte certe ai problemi applicativi" che ne derivano.

"Ad esempio - leggiamo - se si volesse capire come funziona Internet, tutta la poderosa e raffinata teoria delle comunicazioni sviluppata nel Novecento servirebbe a ben poco: non c'è una teoria di Internet, eppure bene o male questa grande protesi cognitiva funziona. Funziona e cresce per effetto di interventi locali che sanno più di bricolage che di programmazione razionale calata dall'alto e ad ampio raggio. Tuttavia gli aggiustamenti locali, e spesso improvvisati, finiscono con l'armonizzarsi, dando luogo a conseguenze spesso impreviste e creative".

Il secondo aspetto imprevisto (per l'appunto!) di questo approccio è quello di mettere in evidenza come le "tecnologie della mente-corpo" (quelle cioè che riportano l'intelligenza, già scarnificata dal funzionalismo, in un corpo che scambia col mondo esterno stimoli e perturbazioni), modificano organismo e ambiente collocandoli all'interno di una feconda coevoluzione. "In questa visione - ipotizza Longo - l'avvento del simbionte uomo-macchina, cioè dell'homo technologicus, non si configurerebbe forse come uno snaturamento dell'uomo, bensì come un suo completamento emergente di tipo auto-organizzativo".

Il terzo aspetto rivelato dal nuovo approccio, legato al precedente, che ne porta tuttavia le possibili conseguenze all'estremo, è quello dell'identificazione del corpo come luogo centrale del mutamento indotto dalle nuove tecnologie. "Oggi la tecnologia è insieme diffusa e invasiva: da una parte si espande intorno al corpo, modificandolo e prolungandolo, e dall'altra si insinua nell'organismo per interagire in modi fini e inusitati, per potenziare, modificare o annullare facoltà, o semplicemente per ricavare informazioni". L'espansione del corpo, che si estende nello spazio fino ad occupare tutto il globo, conduce a una "disseminazione della sensibilità corporea" fino a negarne "l'attributo primo, quello della prossimità o della presenza: si può fare un viaggio lunghissimo, partecipare a una gara o assistere a una rivoluzione senza muoversi dalla poltrona, dunque senza attuare la dislocazione spaziotemporale corrispondente al movimento di cui il corpo ha (aveva) bisogno per percepire, dunque per esistere".

La penetrazione del corpo potrebbe preludere dunque alla nascita di un simbionte totale e non più soltanto cognitivo, come è prefigurato da uno scioccante racconto iniziale. In esso si narra come, a un certo momento della storia galattica si sia giunti alla decisione di realizzare il progetto di un calcolatore biologico, formato da "due parti, una tradizionale, inorganica, e una organica o biologica". Per quanto riguarda quest'ultima "si era dimostrato, anche sperimentalmente, che il massimo rendimento si raggiungeva quando uno degli organismi in simbiosi era quello di un essere umano".

"La teoria - prosegue il racconto - e soprattutto la sperimentazione, si erano però urtate con una serie di problemi etici, filosofici e religiosi". Per alcuni decenni, dunque non se ne fece più nulla, anche se alcuni gruppi isolati di ricercatori avevano proseguito nella clandestinità le ricerche e, si diceva, anche la sperimentazione. Dopo alcuni decenni, tuttavia, l'atmosfera culturale, sociale e politica era profondamente mutata. "Com'era prevedibile, tra una popolazione più sollecita del proprio immediato vantaggio che vigile degli effetti lontani, la ripresa del progetto dei calcolatori biologici non provocò quasi alcuna reazione". Fu così che, stabilito che uno dei due simbionti doveva essere un uomo, furono costruiti alcuni prototipi per verificarne l'idoneità. "I genetisti trovarono infine - così si conclude il racconto - la componente più adatta allo scopo. Per la produzione in serie si decise di scegliere gli uomini tra coloro che, giunti al venticinquesimo anno, si erano rifiutati di pronunciare il giuramento di fedeltà al Consiglio, come prescritto dalle leggi".

Dopo questa lunga premessa, che mi sembrava necessaria per sottolineare l'originalità del discorso di Longo, sia nella forma che nella sostanza, mi resta da accennare ad alcuni dei temi che vengono affrontati nei tre capitoli nei quali il libro si suddivide. Dei primi due, "Tecnologia, evoluzione, flessibilità" e "Macchine della mente" dirò, per ragioni di spazio, poche cose, anche se sono pieni di spunti interessanti, osservazioni acute, battute spiritose. Mi preme, ad esempio, sottolineare la conclusione del primo, che si potrebbe definire come un elogio della flessibilità. (Non saltatemi addosso: mi rendo conto che il termine, comunemente usato per indicare la tendenza del capitale a rendere i lavoratori utilizzabili e plasmabili a piacimento senza regole né limiti, fa giustamente innervosire i lettori del manifesto. Ma qui non si tratta di questo).

Si tratta, come spiega bene l'autore, del potenziale non impegnato di cambiamento indispensabile per la sopravvivenza di un sistema complesso. "Una normativa troppo precisa, che voglia prevedere tutti i casi possibili, e dare ricette per la soluzione di tutti i problemi, non fa altro che fissare entro soglie molto anguste le variabili del sistema, sottraendogli dunque quasi tutta la flessibilità con l'impedirgli quasi tutti i cambiamenti". E' per questo che "bisogna tener conto della flessibilità 'naturale' di cui sono dotati gli esseri umani e valorizzarla al massimo: è dai singoli che bisogna cominciare a costruire la società flessibile e solidale che vorremmo. Non i singoli isolati, ma i singoli in quell'armoniosa e ricca e differenziata coralità sociale che segna i rapporti interpersonali quando sono improntati alla cooperazione comunicativa e all'altruismo attivo".

Allo stesso modo mi preme sottolineare, del secondo capitolo, l'elogio della ridondanza e l'elogio della diversità. "Il mondo 'naturale' - leggiamo - è ridondante, pletorico, robusto; quello ricostruito dall'uomo è essenziale, stringato, fragile. Inoltre, spesso, nelle strutture artificiali (ad esempio le organizzazioni, le aziende, le ditte, ma anche i partiti e le associazioni) la comunicazione si svolge solo dall'alto in basso, per cui la trasmissione dei comandi è gerarchica. Sotto questo profilo la rete è affatto diversa: la comunicazione non è gerarchica, bensì eterarchica, potendosi svolgere da un nodo qualsiasi a un altro qualsiasi nodo".

La rete, appunto. E' nel terzo capitolo, "L'uomo nella rete", che Longo affronta le domande che nascono dall'esplosione della Rete globale le cui fitte maglie innervano tutto il pianeta. E' chiara l'ambiguità del titolo, che riassume il conflitto fra due posizioni estreme: l'euforia di Nicholas Negroponte, da un lato, che la vede come un'anticipazione di un mondo caratterizzato dal decentramento, dall'armonizzazione e dal potenziamento delle capacità umane, e il catastrofismo di Neil Postman, dall'altro, che prevede l'avvento di una teologia tecnologica foriera di forme di totalitarismo tecnocratico in cui il despota, o la classe egemone o il partito unico di un tempo sarebbero sostituiti da un tiranno anonimo e non localizzato.

E' chiaro che l'autore non sposa né l'una né l'altra. Preferisce scatenare la sua fantasia per presentare, nelle diverse forme che gli sono congeniali, gli effetti possibili che lo sviluppo della rete può avere sulla nostra cultura. Accenno soltanto, anche per non privare il lettore del gusto di scoprirli e approfondirli da sé, ad alcuni dei temi sollevati.

Il primo è quello dei diversi significati del termine "navigazione". "Strano navigare - commenta Longo - che si svolge nella più assoluta immobilità e che pure gli spalanca visioni di ampiezza paurosa, squarci profondissimi su arcani paesaggi appena intravisti che lo incitano ad abbandonare l'itinerario stabilito per avventurarsi all'inseguimento delle sirene". Ma la Sirena, ci spiega un frammento inserito a questo punto, "nel frattempo ci ha ripensato, è tornata indietro per tirarsi su le calze, anzi la calza, o per mettersi il rossetto, e così il nostro navigatore manca l'appuntamento".

Il secondo tema è quello della "natura della rete". Che è al tempo stesso un "indefinito mosaico policromo in cui tutte le tessere sono interessanti ma nessuna è davvero fondamentale", oppure grande metafora di una cultura che diviene pletorica e frammentaria, o infine "singolare museo onnicomprensivo, in cui la Divina Commedia, l'ultimo modello della Ford e le donnine nude si trovano su bancarelle contigue".

Il terzo tema è quello della rete come autore, o iperautore, di sé stessa. "Autore strano, perché a-cefalo e a-centrico, privo di un progetto individuabile, se non a posteriori, e tuttavia reale, che sa e sa narrare cose che nessuna delle sue

componenti, umane o macchiniche, sa e sa narrare". Questo autore non possiede una mente, ma è una mente, nel senso preciso che Gregory Bateson ha dato a questo termine. Sotto questo profilo è un soggetto cognitivo, dotato di proprietà emergenti, alla stregua dei sistemi auto-organizzativi: la rete come un formicaio, "nel quale si ravvisano una conoscenza, un'intelligenza, una capacità d'azione che trascendono quelle attribuibili alle singole formiche".

Potrei fermarmi qui. Ma mi sembra opportuno terminare osservando che la lettura di questo libro solleva una domanda fondamentale, che ci assilla tutti, alla quale non sappiamo tuttavia ancora dare risposte adeguate all'urgenza e alla radicalità delle trasformazioni che incombono. Qual'è il rapporto fra l'emergente homo technologicus e l'homo oeconomicus degli economisti? Sono necessariamente due facce della stessa medaglia? Questa domanda, ovviamente ne genera infinite altre. Per esempio: in che misura la riduzione a merce di ogni bene materiale e immateriale, addirittura di ogni forma di comunicazione tra gli uomini, condiziona il processo di coevoluzione tra la natura umana e i suoi artefatti che Longo ci ha descritto? O ancora: è l'economia soltanto una tecnica tra le altre finalizzata al raggiungimento di un obiettivo unico e determinato, che non lascia spazio ad altri criteri di scelta, come sostiene Umberto Galimberti - e dunque il processo è inarrestabile e incontrollabile - oppure è soltanto un vincolo che oggi incanala il processo evolutivo lungo un percorso a una sola dimensione, ma che domani potrebbe essere modificato e bilanciato da altri vincoli di diversa natura che permettano di arricchire la flessibilità, la ridondanza e la diversità della nostra specie?

Come si vede le vecchie formule non bastano. Ci sono tante cose nuove da capire.
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