![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 MAGGIO 2001 |
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Niente valori universali per un mondo che però dall'Occidente ha molto da imparare
Propiziato da un incontro alla Sixth East-West Philosophers Conference a Honolulu nel 1989, il carteggio edito da Il Saggiatore a cura di Simona Morini, fra il filosofo americano Richard Rorty e là studiosa di filosofia, di origine indiana, Anindita Balslev, affronta i problemi che si affacciano per il lavoro filosofico di fronte al inondo multirazziale, segnato da differenze etniche, culturali e sociali e nondimeno attraversato dai processi tecnologici e socioeconomici della globalizzazione.
La Balslev nelle sue lettere fa valere insistentemente l'istanza di un nuovo progetto culturale che assicuri una cornice culturale coerente e unitaria a un mondo globalizzato che è al tempo stesso una disseminazione di differenze e di tradizioni diverse e spesso ignare l'una dell'altra. Per lei si tratta, in sostanza, di riformulare un progetto illuminista che coniughi un nuovo assetto culturale con nuove strategie di emancipazione dei gruppi sociali subordinati, delle minoranze, delle donne, delle popolazioni oppresse. Il testo suscita l'impressione che la Balslev da un lato manifesti una forte recettività e una grande aspettativa dal dialogo con il filosofo americano, dall'altro la serie di interrogativi con i quali incalza il suo interlocutore sembra riproporre da parte sua sempre la medesima questione e il medesimo atteggiamento, ovverosia la convinzione che spetti alla filosofia, in quanto sapere più alto e privilegiato, il compito di definire il nuovo assetto culturale e il nuovo ordine morale del mondo che nel frattempo è cambiato e globalizzato.
Ma Rorty, ben noto al pubblico italiano, è radicalmente diffidente di qualsiasi impostazione fondazionalista e di qualunque approccio essenzialista che si voglia riproporre al lavoro dei filosofi. Da wittgensteiniano non crede alla filosofia come "super-ordine di superconcetti" e perciò non si presta alla speculazione filosofica sulla natura umana, astorica e atemporale, il detrito filosofico", come osserva Simona Morini, per dedurre il giusto assetto della società umana. Il filosofo americano manifesta un abito di concretezza quando insiste sulla complessità dei rapporti fra le culture.
Sebbene storicista, nominalista, filosofo della solidarietà e della tolleranza, Rorty non è però un relativista, anzi professa una forma moderata di etnocentrismo che ha serie motivazioni filosofiche. Infatti il relativismo presuppone che esista un super-vocabolario con il quale si possono confrontare tutte le culture ponendosi al di fuori di esse. Ma questo non è appunto possibile; non si può parlare al di fuori di una cultura, di una tradizione o al di fuori di un vocabolario. Altrettanto impossibile quanto pretendere di scattare la foto di una montagna prescindendo da qualsiasi punto di vista. Dietro l'etnocentrismo di Rorty c'è una semantica che egli condivide con Donald Davidson, ossia il fatto che comprendere e comunicare è sempre tradurre nel proprio linguaggio ciò che dice l'altro.
Non c'è modo di porsi al di fuori del proprio linguaggio, si interpreta e si traduce sempre sul campo, on the field. Così come Thomas Kuhn diceva che il progresso scientifico non si misura rispetto alla realtà là fuori, ma rispetto alle teorie scientifiche trasmesse.
L'argomento antirelativistico vale anche per il suo opposto speculare, ossia per le metafisiche della ragione umana universale rappresentate da Kant, da Husserl, da Putnam e, in questo carteggio anche dalla sua simpatica collega indiana Anindita Balslev. E' anche sotto questo aspetto che Rorty, anziché preoccuparsi della perdita dell'identità culturale, dichiara che spera di perderla.
Rorty nutre una fiducia pragmatica nella contaminazione delle culture, nell'ibridazione dei codici simbolici che sono l'espressione di un'immaginazione con la quale gli uomini ricreano continuamente la loro identità - anziché scoprirla - a mezzo di metafore vive, vero carburante di nuovi vocabolari. Il romanzo è per lui il paradigma della democrazia occidentale perché in esso ciascuno ha diritto di essere quello che è. Per queste ragioni, Rorty professa più fiducia nella letteratura e nell'etnografia che non nelle teorie filosofiche. Gli invarianti universali della cultura dicono poco (sono poveri di informazione, direbbe Salvatore Veca).
Se da un lato è etnocentrico, dall'altro Rorty si apre al confronto sui valori che vengono avanzati e che devono essere discussi e negoziati ottimizzando la comunicazione fra culture diverse. Per queste ragioni Rorty non è un relativista, non è nemmeno un irrazionalista dal momento che valorizza l'argomentazione; infine impopolarmente e in minoranza difende ancora qualche tratto positivo dell'Occidente.