RASSEGNA STAMPA

13 MAGGIO 2001
FLAVIO BARONCELLI
Rorty, prima viene il dialogo

Si discute sul web del suo scambio con una studiosa indiana sul multiculturalismo, tra letteratura e filosofia

Da qualche lustro, ogni volta che leggo Rorty, mi chiedo, senza trovare una risposta convincente, come mai a tanti (me compreso) torni naturale fargli le pulci, invece di perfezionare e applicare quel nocciolo di buon senso caduto in dimenticanza di cui egli è portatore. Perché sì, Rorty sarà anche scettico, postmoderno, e perfino "nicciano" ma, alla resa dei conti, afferma delle ovvietà che solo un fanatico della filosofia edificante può negare. La letteratura è più adatta della filosofia a farci solidarizzare e simpatizzare con il resto dell'umanità; i sentimenti non nascono dalle teorie; nessun teorema può fondare valori e fini universali; se ascolti l'Essere, udrai solo l'eco, un po' cavernosa, delle tue parole. Ne consegue che, al fine di andare d'accordo tra esseri umani, valgono più dei gesti concreti di collaborazione e di convivenza, che la ricerca di un punto di osservazione superiore tale da permetterci di conoscere gli Altri (e noi stessi) come se ci fossero delle Essenze nascoste da disvelare.

Non so cosa capiti ai giovani (mai sottovalutare le possibili Diversità), ma credo che una constatazione valga per quanti sono grosso modo coetanei di Rorty, e a lui affini per sensibilità sociale: le sue teorie sono, prima che il frutto di un'elaborazione filosofica, il riassunto di un'educazione sentimentale molto comune. Da Kim abbiamo imparato ad amare l'India, da Mowgli e Bambi a soffrire se gli animali soffrono, da racconti di vecchi partigiani ad aborrire il fascismo. Solo parecchi anni dopo ci hanno spiegato che Kipling e Walt Disney erano imperialisti e specisti, e che quegli altri nostri eroi erano, senza saperlo e senza averne il fisico, agenti del Totalitarismo universale. Per fortuna, però, nonostante tante parole contro i loro ispiratori, i sentimenti per Kim e per Bambi e per l'ingenuo universalismo dei militanti d'un tempo hanno continuato a vivere dentro di noi. Senza quei sentimenti, concetti come quelli di diversità culturale e di equilibrio ecologico e di "classi meno agiate", avrebbero sprigionato tanto magnetismo etico quanto un paracarro. Peggio ancora: avrebbero dimostrato di essere piegabili a quasi ogni scopo. Ce lo confermano mille esperienze. Eppure, quando Rorty dice le sue quattro normalissime cose, ci attacchiamo alle sue imprecisioni e alla rigidità di certe sue fissazioni. Come se lì stesse il punto. Come se non si trattasse, piuttosto, di sbrigarsi a prendere sul serio una concezione del rapporto tra valori e ragione che, essendo vecchia almeno quanto David Hume, è scritta in tutti i manuali.

Rorty insiste sul fatto che le creazioni meticce di individui e gruppi di confine valgono, per la comprensione tra i popoli, più di tanti programmi scolastici e di tanti convegni sull'universalismo. Anche questo corrisponde all'esperienza di tutti i giorni. C'è qualcuno che abbia imparato ad apprezzare musiche e cucine "diverse" dai libri che dimostrano che la musica è un linguaggio universale, dalle teorie sul crudo e sul cotto, o dagli elenchi delle stranezze che gli uomini mangiano nei vari angoli del mondo? C'è qualcuno, in Italia, che non ha visto gli studenti abbandonare l'impegno politico, mentre i programmi scolastici si incamminavano verso le vette più alte della coscienza civile? Eppure, per qualche misterioso motivo, il filosofo che ci pone davanti a questi fatti, e alle questioni che ne conseguono, diventa lui stesso il problema.

Il caso di questa corrispondenza tra Anindita Balslev e Rorty è così esemplare da rappresentare, forse, un'occasione per cambiare rotta. "Madame Balslev c'est moi", ci viene da pensare di fronte all'insistenza di Anindita nel chiedere di sapere di più, di poter dirigere le esperienze future lungo linee certe, indicate da una riflessione più profonda basata su una cultura universale, che elimini in anticipo passi falsi e contraddizioni logiche. Un'invincibile deformazione professionale (nonostante Pascal, per il quale era ovvio che la coerenza non ha a che fare con la salute) ci porta a volere un preciso programma rispetto al quale essere logicamente conseguenti. Con Anindita, diamo ragione a Rorty sull'essenziale, ma poi vorremmo dialogare sapendo già dove il dialogo andrà a finire, ed affidarci ad un'esperienza comune con l'Altro (sconosciuto) sapendo già dove ci porterà. Dovremmo rammentare, come minimo, che conoscere, almeno in questi casi, è comunque già cambiare; eppure vorremmo prima conoscere perfettamente l'Altro, e solo dopo incontrarlo. Ci comportiamo, insomma, come se le Essenze di cui con Rorty affermiamo l'inesistenza non solo esistessero, ma garantissero anche, una volta scoperte, la soluzione pacifica di tutti i nostri problemi. "Conoscersi è amarsi": chi ha inventato questa sciocchezza? E perché la ripetono con entusiasmo anche quanti affermano di non credere né a una Divinità né a una Natura né a una Storia provvidamente buone?

Anindita è tutti noi. Lo è a tal punto che le sue lettere possono avere una funzione catartica. Simpatizziamo con le sue reazioni da filosofo, e da insegnante che immagina che tutti i problemi sarebbero risolti con degli opportuni programmi scolastici (è così semplice: basta prendere il mondo e farlo diventare una scuola). Ma c'è un limite. Anindita è colta, intelligente, premurosa nei confronti della filosofia, ma alla fine risulta un po' petulante. Quando non ne possiamo più, ci accorgiamo che, se uno ha da fare quelle domande, non è a Rorty che deve rivolgerle, e che non si può all'infinito dargli ragione senza mai dargli retta.

D'accordo, la sua contrapposizione tra romanzo e filosofia è troppo rigida. In questo libretto, poi, ne abbiamo una versione insieme troppo particolareggiata, e troppo restrittiva. La conferenza dell'89 che apre questa pubblicazione, infatti, ha il merito di aver dato la stura allo scambio di lettere con Anindita, ma restringe il mestiere del filosofo alla carriera di Heidegger, e pretende che i romanzi corrispondano, tutti quanti, a quel che dice Kundera a proposito dell'essenza del romanzo come luogo della tolleranza, della democrazia, della risata di Dio. E dunque viene voglia di eccepire, naturalmente: c'è forse da attendere Cervantes? Non è forse vero che già nell'Iliade e nell'Odissea i torti e le ragioni si mescolano in modo irridente rispetto a qualsiasi ordinata gerarchia degli esseri, delle classi, delle nazioni? Chi non ha sentito almeno un po' di compassione per Tersite e per Polifemo? Per un verso, quindi, bloccarsi sul romanzo, e non parlare di opere d'arte (e solo di alcune tra esse), è una fissazione priva di fondati motivi. Per l'altro, l'asserita impotenza della filosofia si mescola disordinatamente in Rorty con il timore che i filosofi, amplificando la propria voce attraverso i circuiti dei Princìpi e dell'Essere, possano a volte, come i religiosi, diventare fin troppo influenti. Volendo completare il suo discorso, uno dovrebbe distinguere tra opera d'arte e opera d'arte, tra filosofia e filosofia, e forse tra libro e libro, tra capitolo e capitolo.

Ci si può anche mettere al lavoro, se si vuole, per produrre un rortismo meno facilmente criticabile. Ma una cosa, anche solo limitandosi a leggere le peroranti domande di Anindita e le pazientissime (almeno in superficie) risposte di Dick, si fa chiara: il punto più importante è un altro. Se Dick ha complessivamente ragione, come sembra credere Anindita, allora ciò che bisogna immediatamente abbandonare è quell'atteggiamento che Hayek chiamava costruttivista. Atteggiamento che in questi argomenti porta a credere che ci siano Diversità da conoscere prima con atteggiamento contemplativo, e poi da sistemare e quasi riprogettare secondo un piano tutto dispiegato nella mente dei Buoni.
Non so se Rorty ne sia perfettamente consapevole, e comunque Dick non lo rinfaccerebbe mai all'amica Anindita, ma questo atteggiamento non è solo poco pragmatista: generalizzato, potenziato, affidato a temperamenti meno cauti e ragionevoli di quello della Balslev, diventa anche pericoloso.

Si incomincia apprezzando modi di essere del passato o di quelli che un tempo si chiamavano "selvaggi"; ci si chiede come, in condizioni diverse, si possano riguadagnare quelle ineffabili felicità, quelle vite autentiche e quelle morti "naturali"; si aggiungono un po' di doveri qui e un po' di rinunce là, si cementa il tutto con una volenterosa etica della responsabilità e con un grande amore per la posterità di ciascun essere vivente. Quasi sempre, nessuno ci dà retta. Ma ci potrebbe anche capitare (capitò a Rousseau: chi l'avrebbe potuto prevedere?) di produrre dei programmi filosofici di successo, dei libri in grado - checché ne voglia pensare Rorty - di rafforzare, sistematizzare, estremizzare sentimenti. E di giustificare nuovi fanatismi.
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