RASSEGNA STAMPA

6 MAGGIO 2001
CLAUDIA GUALDANA
Leggere Confucio senza intellettualismi

I dialoghi del pensatore cinese nell’interpretazione di Frédérick Leboyer

Frédérick Leboyer, "Confucio. Maestro d’arte marziale", Luni Editrice,

pagine 156, L.38.000

Socrate e Confucio sono alla base di civiltà dissimili, pur essendo a tratti uomini affini. Immortalati nella gloria della posterità, furono ineguagliabili nell’arte di trasmettere la conoscenza ai discepoli. Speculari nell’accettazione serena della morte e nell’arte del dialogo, condivisero l’indifferenza per la scrittura, il cui compito fu lasciato a terzi. Socrate è un punto focale nel pensiero dell’Occidente, ma anche il maestro per eccellenza, esempio di coerenza e rettitudine. Al pari di Kong-tseu, catalizzatore di una tradizione di cui si sentiva erede e prosecutore.

Senza il greco Socrate, la storia d’Europa sarebbe molto diversa. Così come lo sarebbe la Cina, se non avesse seguito per quasi 2500 anni i precetti di Kong-tseu. È Frédérick Leboyer a suggerirci il paragone, nella sua traduzione di Lun-yu , i dialoghi di Confucio, pubblicati in lingua italiana da Luni Editrice. Non meraviglia che sia il medico francese, ora ottantaduenne, a proporre un Confucio esente dagli intellettualismi delle versioni di alcuni eruditi. Né che l’autore suggerisca un avvicinamento ideale tra Socrate e il maestro cinese. Leboyer, già autore di best seller quali Per una nascita senza violenza e Shantala, l’arte del massaggio dei bambini secondo la tradizione indiana (entrambi usciti da Bompiani, rispettivamente nel 1975 e 1976) è figlio della téchne greca, ma è anche un maestro di taijquan , l’arte marziale cinese per eccellenza.

Specializzato in chirurgia e ostetricia, Leboyer è noto per aver teorizzato (nonché applicato nella sua clinica parigina) un metodo per neutralizzare il trauma della nascita del neonato. La sua tecnica si basa su precetti marziali: utilizzo consapevole della respirazione e ausilio del suono nel travaglio, affinché l’evento della nascita si trasformi in "un’esperienza quasi estatica".

I dialoghi curati da Leboyer sono cosa nuova rispetto alle traduzioni precedenti, tanto meraviglia l’assenza di quei lati oscuri che qualche volta hanno reso il pensatore cinese ostico ai lettori europei. D’altronde i sinologi, per quanto dotti in fatto di opere cinesi, talvolta hanno interpretato Kong-tseu così come un grecista si occuperebbe di Platone o Aristotele, concentrandosi sul pensiero allo stato puro. Dimenticando che il termine filosofia, Chè hsueh, compare in Cina solo in seguito al contatto con l’Occidente ed è di origine greca. Laggiù una filosofia intesa come disciplina non esiste, poiché mai il pensiero si distacca da una via pragmatica di catarsi esistenziale, così come non si allontana dalla politica, dall’economia e dalla religione.

Confucio, architrave dell’etica e del comportamento sociale di un’intera civiltà, è maestro nella creazione di "Wen", l’uomo realizzato e integrato in una società armoniosa.

L’apparente discrepanza tra l’ambizione della meta e la linearità quasi paradossale dei dialoghi, si può colmare solo con una lettura pratica dei suoi precetti. Leboyer lo ha fatto: anziché inchinarsi alla grandezza del filosofo, ha cercato la via per applicare il suo pensiero, trovandola in una disciplina marziale. Per questo il suo Confucio è vivo e mai, leggendo le sue scarne parole, ci sorge il dubbio di misurarci con il retaggio di un passato troppo remoto.
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