![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 MAGGIO 2001 |
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L’importanza della chiarificazione di concetti e valori, come giustizia, eguaglianza, potere, interesse nazionale, per una corretta discussione pubblica
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Ian Carter e Mario Ricciardi (a cura di), "Freedom, Power and Political Morality. Essays for Felix Oppenheim", Palgrave, Londra 2001, pagg. 244, s.i.p. |
A leggere il bel saggio dedicatogli da Norberto Bobbio, Felix Oppenheim potrebbe sembrare un pensatore che appartiene a un'epoca filosofica ormai trascorsa. I ricordi di Bobbio si chiudono nel 1993, data del loro ultimo incontro, quando fu tradotto in italiano Il ruolo della moralità nella politica estera (Angeli), e partono trent'anni prima, nel '63, quando le analisi concettuali di Oppenheim - sull'idea di "libertà" e "interesse nazionale" per esempio - cominciarono a divenire un punto di riferimento per le discussioni che si tenevano tra i protagonisti della breve e minoritaria stagione del neoilluminismo italiano. Ma proprio il suo libro principale, Dimensioni della libertà, allora tradotto da Feltrinelli con una controversa prefazione di Giulio Preti, è ancora oggi in grado di suscitare riflessioni interessanti. Robert Nozick, ad esempio, in uno dei suoi Puzzle socratici (Cortina 1999), dedicato alla "Coercizione", afferma di aver trovato quel libro "illuminante". Pur non condividendone l'analisi su cosa significa essere "non libero", è proprio dagli esempi di Oppenheim che prende le mosse. E le conclusioni risentono di un'altra sua idea: quella della possibilità di misurare gradi diversi di coercizione e libertà.
Tutte idee queste che acquistano nuova vitalità nei saggi scritti in suo onore per il volume Freedom, Power and Political Morality, curato da Ian Carter (autore di A Measure of Freedom) e Mario Ricciardi (che di recente ha curato per Feltrinelli un'edizione del celebre saggio di Isaiah Berlin Due concetti di libertà). Di concetti come "libertà" e "potere" - così ricchi di valenze normative - possono essere fornite definizioni puramente descrittive? Come si può definire il concetto di interesse nazionale? Che rapporto c'è tra realismo politico e questioni morali legate all'esercizio del potere? Un governo è libero di agire contro l'interesse nazionale? Può essere obbligato a farlo per ragioni morali? E che ruolo possono avere realisticamente le questioni morali (relative ai diritti umani, o a questioni di giustizia distributiva) nella formulazione delle politiche nazionali e internazionali? Tutte questioni molto bobbiane, a ben vedere; e tale è il mix tra realismo e tensione morale, tra avalutatività dell'analisi e impegno concreto, conditi dalla necessità di distinguere con precisione ambiti e problemi. Le distinzioni sono quasi sempre assai sottili. Rispondendo tra gli altri a Luigi Bonanate, che parla di "realismo e moralità dell'interesse nazionale", Oppenheim ricorda che, riguardo ai governi che agiscono per preservare l'interesse nazionale, egli preferisce parlare non di moralità ma di necessità pratica: la quale può anche essere considerata immorale quando ad esempio è lesiva dei diritti umani. Oppure quando ribadisce la propria posizione generale sulla distinzione tra fatti e valori. Da un lato egli propone di definire concetti come libertà, eguaglianza, potere, in termini descrittivi. Dall'altro ne ripropone delle ricostruzioni che assumono valenze esplicative che divergono da quelle del linguaggio ordinario. Tali ricostruzioni non sono né vere né false, in quanto stipulazioni linguistiche, ma sono soggette a criteri di oggettività in quanto legate a indagini sia empiriche sia normative.
Oppenheim tiene a precisare di non aver mai appartenuto al movimento del positivismo logico, con il quale però condivide l'amore per la chiarificazione concettuale trasmessogli dal padre. Paul Oppenheim era un filosofo della scienza vicino al circolo di Vienna noto per alcuni lavori sulla logica della spiegazione scritti insieme a Carl Hempel. Gli Oppenheim sono una famiglia ebraica e risiedevano a Francoforte. Alla ascesa al potere di Hitler si sono rifugiati prima in Belgio, il paese della madre, e poi a Princeton grazie ai buoni auspici di Einstein, che era amico del padre. Felix ha studiato prima diritto e poi scienze politiche. I suoi studi sono stati interrotti dalla guerra, che ha combattuto prima nell'esercito belga (fatto prigioniero dai tedeschi, riuscì a fuggire e a raggiungere gli Usa) e poi in quello americano. I suoi primi lavori sono influenzati dall'empirismo liberalizzato di Carnap e Hempel, e dall'idea di costruire un linguaggio rigoroso per la scienza del diritto e della politica. Ha tentato di applicare il metodo dell'analisi logica al linguaggio giuridico (anticipando gli studi di "logica deontica" con uno scritto del '44) e fu questo uno degli aspetti che attrassero Bobbio (e con lui altri esponenti del neoilluminismo, come Preti e Uberto Scarpelli), che gli commissionò le voci Libertà, Giustizia e Uguaglianza per il Dizionario di politica (Utet, 1976).
"Se si usa "libertà" come etichetta per le preferenze morali o politiche di ognuno - scrive Oppenheim - l'impegno di ognuno alla libertà sarà vano. Tutti saranno d'accordo che la libertà è il bene supremo, ma non saranno d'accordo su altro. Un disaccordo significativo sul valore della libertà presuppone un accordo sul significato di libertà in termini non valutativi", che sappia far riferimento agli aspetti sia normativi sia empirici della libertà. Un modo questo per purificare il concetto dai suoi usi retorici e demagogici, e per aiutarci a comprendere - con realismo - come altri valori come uguaglianza, giustizia o benessere, possano essere in contrasto con il fine della libertà: che non siamo affatto liberi di definire come ci pare.