![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 MAGGIO 2001 |
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Se,
invece che il denaro, il parametro per giudicare la qualità della vita fosse il
tempo destinato a pensare dovremmo concludere che quella attuale è una fase
involutiva.
«Non stiamo più sdraiati sotto un albero a contemplare
il cielo attraverso le dita dei piedi scriveva
Musil circa un secolo fa Abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno».
Navigando in rete e computando sui nostri computer, oggi
potremo dire tutto e documentarci e fare sogni (virtuali) su tutto, ma rischiamo,
scrive Giuseppe O. Longo, di perdere le nozioni di unità e di finitezza,
anche di indefinito, che sono la sostanza delle storie: «perché ci
comprendiamo solo se non ci comprendiamo del tutto».
In un
libro che fa seguito al Nuovo Golem
(Laterza'98) - e come questo nitidamente pedagogico -, Longo torna a parlarci
del rapporto uomo-tecnologia, e lo fa questa volta da scienziato e da
poeta. Homo technologicus è infatti costruito su una combinazione di
prosa scientifica e filosofica, di racconti e di poesie: un modo «obbligato»,
forse, per «raccontare» la complessità del mondo biologico, il «grande libro»
dal quale Longo deve aver appreso non soltanto numeri ma anche e soprattutto le
molteplici dimensioni e i diversi gradi di precisione dei messaggi; vale a dire
che la complementarità di rigore e immaginazione è la strada (l'unica) che
permette, se non di superare, di aggirare almeno in parte i limiti di questo
nostro strano modo di comunicare per segni discreti, per frasi e parole una
dietro l'altra... , una peculiarità che indurrebbe un facile (ed errato) salto
di tipo logico: credere che la natura del mondo dei viventi sia lineare come
lo sono le nostre frasi; grazie alle quali abbiamo costruito monumentali
descrizioni del mondo. Se è vero che la scienza ci ha privati di una visione
«innocente» della realtà, questa però non l'abbiamo per davvero conquistata,
in quanto la scienza ne ha prodotto una descrizione semplificata. Infatti, per essere «trattabile», un modello
scientifico, nell'identificare e creare classi omogenee, nell' attribuire
numeri a eventi e oggetti, deve recidere ciò che ingombra, vale a dire le
molte, molte differenze. E dire che l'informazione nasce dalla differenza!
Da
analoghe premesse è nata la teoria dell'IA (intelligenza artificiale): «basata
sull'ipotesi non verificata (e non verificabile), secondo la quale ogni dominio
della conoscenza può essere descritto da una teoria formale (di tipo
logico-matematico)». Da qui, le
«macchine della mente» (i computer e le reti), le quali possono fare a meno del
corpo per pensare. Ciò sarebbe vero se
non fosse che i modelli matematici e algoritmici funzionano per approssimazione
riduttiva della mente umana (e dell'universo biologico in generale): perché
allora dovremmo temere, visto che noi un corpo lo abbiamo, di essere
condizionati da queste macchine?
Sarebbe
già molto che «imparassimo a fare un uso assennato della scienza applicata»,
come Einstein si augurava. Longo
confida piuttosto in una moratoria («bisogna riprendere fiato... bisogna
ricominciare a pensare»), e nell'aiuto non tanto di una filosofia «scientifica»
(«perché questa gli scienziati se la fanno da sé») quanto di in una «buona
filosofia tradizionale».
Le macchine hanno tradito la promessa di un tempo libero dal lavoro e felice, durante il quale «contemplare il cielo attraverso le dita dei piedi», ma non impediranno il ritorno periodico del sogno. Limitandoci a considerare quelli notturni - una pausa dalla veglia impegnata in computi, consultazione di listini, navigazione in rete... - possiamo intanto sperare, come scritto nell'ultima pagina del libro, «di fare dei sogni che ci diano la chiave di tutto».