![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 MAGGIO 2001 |
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Un medico prescrive a un malato di reni una dieta a base dì latte materno. Il malato torna a casa e, non trovandovi la moglie, va dalla vicina che ha partorito da poco e le racconta le sue disavventure. La donna, premurosa, propone di allattarlo e l'uomo accetta di buon grado. Dopo un po', la donna comincia a trovare la situazione molto stimolante e offre ripetutamente all'uomo di dargli qualunque cosa desideri. L'uomo, immerso perdutamente nel suo seno, non risponde; infine però si riscuote e le dice "In tal caso, prenderei volentieri un biscotto".
Nella nostra vita sociale è comune raccontarsi barzellette così, ed è anche comune che ci si faccia degli scherzi, che si disegnino caricature e si imitino i manierismi di amici o persone famose; sono alcune tra le tante forme dell'umorismo, una caratteristica onnipresente e distintiva della specie umana. Su di essa si sono interrogati per secoli filosofi, psicologi e antropologi, sollevando per lo più domande causali: perché si ride in casi simili? perché il riso è piacevole? perché le stesse esperienze che fanno ridere alcuni (e provocano loro piacere) lasciano altri indifferenti (o li angosciano)? Freud, per esempio, avrebbe detto che la barzelletta di cui sopra ci permette di dar voce in forma socialmente accettabile ai nostri repressi desideri incestuosi (donde il piacere) e quindi di scaricare momentaneamente le energie psichiche destinate di solito alla loro repressione (donde il riso). In Una dolce follia, William Fry si pone domande teoriche d'altro genere; esplora cioè non l'origine ma la struttura del comico. A lungo collaboratore di Gregory Bateson, Fry deve al maestro l'idea fondamentale del suo libro (uscito in inglese nel 1963). Non è un'idea sorprendente, per chi conosca Bateson, ma è assai suggestiva. Quella umoristica è una situazione paradossale.
Andiamo con ordine. In partenza ci sono i paradossi logici: chi dice "Io sto mentendo" dice qualcosa che è vero se e solo se è falso. Ci sono poi i tentativi di risolvere i paradossi, per esempio la teoria dei tipi di Russell, in base alla quale una frase A che parla di una frase B appartiene a un tipo logico diverso da B e quindi una frase autoriflessiva come "io sto mentendo" è mal formata, perché dovrebbe appartenere contemporaneamente a due tipi diversi; e c'è il riconoscimento da parte di Bateson e altri che queste soluzioni cadono negli stessi paradossi che vogliono evitare (le frasi che costituiscono la teoria dei tipi parlano di tutte le frasi, quindi anche di se stesse). Ne segue la convinzione di Bateson (ma anche di Hegel) che "il paradosso non può essere escluso dal pensiero e dalla comunicazione umana", che gli esseri umani, lungi dal volerli "sciogliere in nome di una pretesa logica lineare", dovrebbero piuttosto imparare ad abitare i paradossi, a muoversi con disinvoltura in una forma di vita in cui essi hanno stabile dimora.
La situazione paradossale studiata più profondamente da Bateson è quella del "doppio legame". Se mi si dice "Sii spontaneo", mi si danno contemporaneamente un'istruzione di primo livello (sii spontaneo) e una di secondo livello (obbedisci all'ordine), che sono in conflitto reciproco. Mi trovo in condizioni analoghe se mi si comunica, esplicitamente o (più spesso) implicitamente (diciamo aggrottando le sopracciglia), "Questo è uno scherzo": mi si invita infatti a prendere sul serio l'invito a non prendere nulla sul serio. Il gioco dei bambini e degli adulti non fa che inscenare paradossi, in cui si slitta costantemente dalla figura allo sfondo, dal reale al fittizio (pensate a un bambino che gioca al pirata d'inverno e si rifiuta di mettersi il cappotto perché un vero pirata non se lo metterebbe mai). Gli episodi umoristici fanno la stessa cosa ("l'umorismo è innanzitutto gioco"), ma hanno in più un elemento esplosivo, in cui figura e sfondo compaiono insieme, rendendo il paradosso innegabile e magari insostenibile (Fry parla a lungo della cataplessia, una sindrome i cui soggetti si accasciano a terra privi di forze quando incontrano qualcosa di divertente): è quella che gli inglesi chiamano punch line, ossia la battuta finale, fulminante appunto come un punch, un pugno. Nel caso della nostra barzelletta, fino alla punch line si trattava di una storiella strana e un po' boccaccesca, ma che potrebbe accadere davvero; la battuta finale chiarisce però che niente andava preso sul serio e ci affonda tutt'a un tratto nel paradosso,
una tesi interessante, ma mal servita da un libro disorganizzato e dispersivo, oltre che irrimediabilmente datato (discorre per pagine dell'ordine di beccata e delle ritualizzazioni studiate da Lorenz come se fossero novità). Forse, invece di riesumare questo reperto di dubbio valore, sarebbe stato meglio scrivere un testo nuovo sull'argomento.