![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 MAGGIO 2001 |
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Secondo Celentano, la legge olandese sull'eutanasia dà al medico facoltà di uccidere. Ora, sulla "buona morte" si possono avere opinioni diverse, ma parlarne nei toni scelti dal cantante è francamente arbitrario. Negli stati dove è legale, l'eutanasia si decide dopo un complesso e sofferto itinerario. Altro che arbitrio, come spiega in questa intervista Sherwin Nuland, medico e professore all'università di Yale che ha fatto parte del Connecticut Hospice, il primo ricovero per morenti negli Stati Uniti. Nuland ha tenuto all'università cattolica di Roma una delle "lezioni italiane" organizzate dalla Fondazione Sigma-Tau. Dell'autore di Come moriamo (Mondadori, 1997) va in questi giorni in libreria I misteri del corpo, avvincente rassegna delle idee sull'organismo umano dai tempi di Ippocrate all'epoca moderna (Mondadori, pagg. 320, lire 34.000).
Anche dove non è legale, l'eutanasia viene praticata da sempre, ma in modo sotterraneo, attraverso una intesa che rimane nel segreto dei rapporti tra il medico, il paziente, la famiglia. Lei approva questa via informale?
"L'eutanasia deve essere un gesto difendibile: verso la famiglia, verso il collegio di esperti che presiede alla decisione e il paziente. Difendibile e realistica. Quando ne sei convinto e hai escluso, consultati i colleghi, altre vie, l'eutanasia è una soluzione consentita. Tra le altre vie da tentare includo quelle dello spirito, della fede, che sono sempre importanti, anche se il paziente è per avventura agnostico".
L'eutanasia deve essere dunque l'esito di una procedura formale.
"Certo, altrimenti ci si mette su una china scivolosa. Senza formalismi, i criteri diventano
labili, mentre devono essere rigidi, rigidissimi. Non puoi allontanarti neppure un secondo dai criteri stabiliti senza correre il rischio di rendere l'eutanasia troppo facile. I medici possono avere ragioni personali per aderire alla richiesta, possono essi stessi non tollerare la sofferenza del paziente o il fallimento della propria azione terapeutica: le giustificazioni emotive per deviare sono molte. Ecco perché occorre una procedura trasparente e severa". Nella sua carriera di medico, le è mai capitato essere parte nel processo decisionale che porta all'eutanasia?
"Sì, due volte. E non si è trattato di suicidi assistiti, ma di eutanasia attiva, cioè direttamente praticata. Ho voluto essere personalmente coinvolto per evitare complicazioni. L'esperienza olandese mostra che il 10 per cento di coloro che tentano il suicidio assistito va incontro a seri inconvenienti, dal vomito alle convulsioni, che peggiorano le cose. L'ho scritto anche in un editoriale sul New England Journal of Medicine: se, come medici, vogliamo affrontare seriamente la questione, è all'eutanasia attiva che dobbiamo ricorrere e non al suicidio assistito".
Lei non approva quindi il dottor Kevorkian, che fa azionare al paziente la macchinetta con il veleno.
"Kevorkian è attualmente in prigione, il luogo a lui più adatto. E' un uomo ai confini della pazzia: non è un clinico, non ha mai curato malati, accetta di assistere pazienti che non conosce, non capisce la difficoltà delle decisioni di cui parliamo. Agisce più che altro in risposta a sue pulsioni emotive. Penso dunque che sia un individuo pericoloso. Però ha avuto un merito: quello di sollevare la questione".
Un giudizio sull'eutanasia non è possibile senza prima rispondere alla domanda: che cosa induce il morente a desiderarla?
"La richiesta nasce soprattutto da un errore della medicina, o meglio del medico che non rivolge sufficiente attenzione ai problemi del malato terminale. Negli "hospice", dove questa attenzione viene invece prestata, è raro che sia chiesta. Ciò che evita l'eutanasia sono
soprattutto le cure palliative, i trattamenti che hanno per scopo l'attenuazione del dolore". Quando il paziente desidera la buona morte, viene in genere esaudito?
"Se come medico ho compiuto ogni sforzo ma il malato continua a soffrire, non attribuisce più valore alla vita, non ha una nitida immagine di sé, se insomma da una persona in queste condizioni ricevo ripetute richieste di aiuto, non c'è comitato etico che possa dissuadermi dal prestarlo. Qual è infatti il mio compito principale come dottore? Alleviare la sofferenza. Se ho davanti una persona che soffre tremendamente e io ho modo di intervenire, e se egli mi chiede di farlo aiutandolo a morire, credo che il mio obbligo morale sia acconsentire. Altri sostiene che è immorale procurare la morte. Dal canto mio sono convinto che invece
non è etico per un medico assistere alla sofferenza senza agire".
Il medico, però, ha anche l'obbligo di curare.
"Diciamo che ha l'obbligo di guarire, e l'eutanasia è una forma di guarigione. La situazione è inconsueta, capita due o tre volte nella vita professionale. Ma, in determinate circostanze, il solo modo di guarire è porre termine alla sofferenza agevolando la morte".
Nella sua esperienza, la sofferenza è la sola ragione delle richieste di eutanasia ?
"No, ci sono anche altri motivi. Le faccio il caso di una donna con tumore all'ovaio e metastasi in più parti del corpo. Sta per uscire dall'ospedale dopo una chemioterapia
inutile, ma la dimissione significa passare i due o tre mesi che le restano in casa di una figlia divorziata e con tre bambini. Si domanda allora: "Perché rovinare la vita di mia figlia? Meglio morire ora".
Ci sono poi persone che la malattia terminale induce a interrogarsi sul rapporto con Dio
e l'universo. In letteratura questi pazienti vengono descritti come i più disposti a cercare l'avviso del prete o dello psicologo, in un processo di acquisizione di quella saggezza
che le riconcilia con la morte, la quale viene infine invocata.
Come vede, oltre alla sofferenza contribuiscono molti fattori, il più importante dei quali è la sensazione di rappresentare un peso intollerabile per gli altri".
Nel nuovo libro, I misteri del corpo, lei spiega come l'atteggiamento verso la buona morte sia cambiato nei secoli.
"Nel mondo classico il suicidio era un modo accettato per sottrarsi a situazioni difficili, sia che fossero di carattere politico, finanziario o personale, ed era il medico a fornire il veleno.
Poi, con l'avvento del cristianesimo e soprattutto con Costantino, l'influenza della Chiesa aumenta e i medici abbandonano il campo, salvo sporadici ritorni. Quando la medicina comincia ad acquisire i mezzi adatti - parlo della sintesi della morfina all'inizio dell'Ottocento o dell'invenzione della siringa nel 1860 - la parola "eutanasia" viene a significare non più "passaggio facile alla fine della vita" ma "aiuto al paziente nel morire". In epoca recente la potenza delle tecnologie biomediche consente di prolungare artificialmente la vita, ma a prezzo di gravi sofferenze. Aumenta quindi la richiesta di eutanasia. La questione è stata messa a fuoco da due casi americani, quello di Nancy
Beth Cruzan, in coma da otto anni, e di Karen Quinlan, una giovane in stato vegetativo, mantenuta in vita dai medici contro la volontà dei genitori, che infine ottennero dal
tribunale l'autorizzazione a "staccare la spina". Erano gli anni Settanta e da quel momento medici e bioeticisti hanno cominciato a chiedersi: che cosa stiamo facendo? Se Dio
esiste e ha deciso che quella determinata persona deve morire, che senso ha impedirlo?" Nella sua riflessione sull'eutanasia, lei usa spesso il termine "ambiguità costruttiva". Con quale significato?
"Il tema del suicidio assistito è così vasto che in una società pluralistica non può dar luogo a posizioni unanimi, così come nessuna decisione morale, da chiunque venga presa, può essere condivisa dagli altri al cento per cento. Occorre dunque trovare la soluzione che per quel determinato paziente e in quelle specifiche circostanze appare sensata. Questo è il solo
obiettivo che possiamo proporci: ricercare una via che abbia giustificazione morale e pratica nel caso in esame. Le nostre decisioni contengono sempre un margine di
incertezza: dobbiamo imparare a conviverci. Questa ambiguità è però costruttiva perché invita alla discussione, all'accoglimento di altri punti di vista, e quindi aiuta a
decidere".