![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 APRILE 2001 |
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Cinquant'anni fa moriva a Cambridge Ludwig Wittgenstein. La sua vita è piena di aneddoti e l'opera esibisce ripensamenti, che si riflettono nello stile filosofico. Dalla assertività degli aforismi contenuti nel "Tractatus", agli scritti successivi agli anni '30 ordinati per domande, esempi, analogie, tutti concentrati sugli usi effettivi del linguaggio, fino all'indagine cui lavorò, ormai morente, sulle condizioni necessarie a che le parole abbiano senso, confluite nel libro "Della certezza"
Una caratteristica singolare della vita di Ludwig Wittgenstein è la gran quantità di aneddoti, di eventi significativi o addirittura romanzeschi di cui è costellata. Dal punto di vista della storia della filosofia si tratta, in un certo senso, di un anacronismo.
Commentando in una lezione la biografia assolutamente monotona di Kant, Heidegger osservava che la vita dei filosofi è interamente consegnata alle loro opere - e in effetti, almeno in epoca moderna, è raro che la biografia di un pensatore risulti per se stessa interessante sul piano teoretico (lo stesso Heidegger non fa certo eccezione a questa regola). Con Wittgenstein, invece, ci si sente riportati all'atmosfera delle "Vite" di Diogene Laerzio, quando gli aspetti più significativi di una concezione filosofica si traducevano plasticamente in episodi biografici e brevi frasi memorabili - con la differenza, non trascurabile, che in questo caso abbiamo a che fare, con ogni probabilità, con resoconti autentici e non con costruzioni mitiche elaborate dalla tradizione.
Gli ultimi giorni del filosofo fino alla sua morte, avvenuta a Cambridge esattamente cinquanta anni fa, sono anch'essi intessuti di questa esemplarità aneddotica, a cominciare dalle ultime parole, confidate alla padrona di casa e destinate al gruppo fedele di amici e discepoli raccolti nella stanza attigua: "Dite loro che ho avuto una vita meravigliosa". In un primo momento, era inevitabile che quest'estremo messaggio destasse qualche perplessità, visto che la vicenda personale di Wittgenstein - segnata fin dall'infanzia dal suicidio di tre dei suoi fratelli e proseguita in uno stato di emergenza permanente, tra crisi e angosce continue - non corrisponde certo all'idea più corrente di una vita "meravigliosa". A un'indagine più attenta, però, questa perplessità non solo appare ingiustificata, ma per di più porta alla luce un malinteso che ha ostacolato a lungo la comprensione del progetto filosofico di Wittgenstein. E' noto infatti che Wittgenstein distingue dai problemi scientifici (e cioè i problemi in senso stretto, le domande cui è logicamente possibile cercare una risposta) i problemi apparenti, nati dall'opacità interna al nostro linguaggio, che la filosofia ha il compito di dissolvere attraverso l'analisi logica delle proposizioni. Seguendo quindi un modello classico di razionalismo moderno, molti suoi interpreti hanno avuto la tendenza a includere tra questi problemi apparenti anche le forme più tipiche di inquietudine etica, esistenziale o religiosa - di qui la perplessità di fronte al fatto che, anziché dissolversi, queste inquietudini avessero scavato nella vita di Wittgenstein un solco tanto profondo.
La realtà è che quest'etichetta di Scheinprobleme marchia per Wittgenstein essenzialmente le classiche dispute della filosofia accademica - ad esempio l'opposizione tra realismo e idealismo, o il progetto di una teoria razionale e ontologicamente fondata dell'essenza del pensiero, della libertà o quant'altro. Le autentiche inquietudini esistenziali, i Lebensprobleme radicati nella prassi, richiedono tutt'altro trattamento, per quanto siano anch'essi logicamente distinti da quel genere di domande empiriche cui la scienza sperimentale può pretendere di offrire una risposta. In primo luogo, questa problematicità esistenziale richiede, per dissolversi, una risposta pratica e non una semplice analisi logica: "se la tua vita è problematica", scrive Wittgenstein nel 1937, "è segno che la tua vita non si adatta alla forma della vita. Devi dunque cambiare la tua vita e, se si adatta alla forma, allora la problematicità si dissolve". In secondo luogo, il dissolvimento non significa in questo caso una scomparsa, ma una trasfigurazione: "chi vive nel modo giusto, percepisce il problema non come tristezza, dunque non come qualcosa di problematico, ma piuttosto come una gioia; quasi cioè come un etere limpido intorno alla vita, e non come uno sfondo dubbioso". Le ultime parole del filosofo morente certificano dunque, a conti fatti, il compimento di questa trasfigurazione: senza essere né esorcizzata né rimossa, la problematicità della vita si è mutata in un "etere limpido" - e gli ultimi giorni di Wittgenstein a Cambridge sembrano celare in sé, come in un rebus, la formula di questa trasfigurazione.
La casa in cui Wittgenstein si spense il 29 aprile 1951 apparteneva al suo medico, il dottor Edward Bevan, che aveva acconsentito ad accoglierlo già alla fine di gennaio, dopo aver constatato il rapido avanzamento del tumore alla prostata, per evitargli il ricovero in ospedale. La casa, situata al 76 di Storey's Way a Cambridge, ha un nome involontariamente profetico: "Storey's End", che suona press'a poco "La fine della storia".
Anche per quest'aspetto, l'aneddoto sembra avere una presa quasi mitologica sulla realtà.
Al di là infatti del dato oggettivo del decesso, gli ultimi anni di Wittgenstein hanno un sapore intrinseco di compimento. Già prima che il suo male venisse diagnosticato, aveva dato precise disposizioni sulla pubblicazione postuma delle Ricerche filosofiche, abbandonato l'insegnamento e la propria abitazione privata, tenendo per sé una somma sufficiente a vivere al massimo per un paio di anni, nell'intuizione appunto dell'imminente "fine della storia".
Ciò che più colpisce però in questa cosciente preparazione al trapasso, è l'estraneità per ogni commossa evocazione della trascendenza. E' Wittgenstein stesso, in un colloquio con Maurice Drury a pochi giorni dalla morte, che osserva: "Non è curioso che, pur sapendo di non avere ancora molto da vivere, non mi sorprenda mai a pensare alla 'vita futura'? Tutti i miei interessi riguardano ancora questa vita e le mie residue capacità di scrivere". Del resto, quando ai primi di marzo i medici avevano deciso di sospendere le cure ormonali e radiologiche, ormai inadeguate allo stato avanzato del male, Wittgenstein aveva reagito con sollievo, dal momento che gli effetti collaterali della terapia intensiva lo rendevano incapace di concentrarsi sul lavoro filosofico. Il suo solo commento era stato: "Adesso lavorerò come non mai!" - un impegno rispettato fino alla fine, visto che l'ultimo blocco di appunti sul tema della certezza arriva fino al 27 aprile, un giorno prima che perdesse conoscenza. Per intendere il senso autentico di questa indifferenza per l'aldilà, bisogna ricordare che, fin dal Tractatus logico-philosophicus, quello del limite era stato per Wittgenstein forse il concetto-chiave della filosofia, in linea del resto con una tradizione europea che risale fino al mito platonico della caverna. Il punto cruciale qui è che ogni enfatica evocazione della finitezza ha già tradito l'esperienza del limite, si è già avvolta nel paradosso di voler dire l'indicibile. Viceversa, perché il limite si mostri in quanto tale e, da "sfondo dubbioso", si trasfiguri in un "etere limpido", è necessario che il pensiero si concentri senza residui sul suo compito immanente, sciogliendosi da ogni tensione progettuale. Non per nulla, in un'annotazione degli ultimi mesi, Wittgenstein osserva che al fondo delle domande metafisiche vige "la disposizione d'animo di chi prende sul serio una certa cosa, ma poi a un certo punto non la prende più sul serio e dichiara che c'è qualcosa di ancora più serio. Così, ad esempio, uno può dire che è cosa molto grave che il tale sia morto prima di condurre a termine una certa opera; mentre in un altro senso non ha proprio alcuna importanza. Qui si usano le parole 'in un senso più profondo'... La prassi dà alle parole il loro senso".
Il vincolo tra il linguaggio e la prassi, evocato in quest'ultima citazione, è essenziale per capire il tema della certezza, cui Wittgenstein si dedicò tanto febbrilmente nei suoi ultimi giorni. Lo spunto di queste riflessioni era stato in origine il tentativo di G.E. Moore di contrastare lo scetticismo metafisico rivendicando un'evidenza indubitabile a quel genere di certezze elementari espresse in frasi come "So di avere due mani" o "So che la terra esiste da più di cento anni". Quella che in Moore era però una difesa del senso comune, in Wittgenstein prende le forme di un'indagine sulle condizioni perché, in generale, le parole abbiano senso. L'idea di Wittgenstein è che le frasi indubitabili siano tali non in virtù di una loro qualità intrinseca (possiamo infatti immaginare circostanze in cui un dubbio sarebbe del tutto legittimo e circostanze in cui frasi completamente diverse appaiano non meno certe), ma perché fissano lo sfondo, l'intelaiatura grammaticale dei giochi linguistici correnti - ed è solo all'interno di questo sfondo che ha senso sollevare un dubbio, per la semplice ragione che al di fuori di una qualche cornice grammaticale un atto linguistico galleggia nel vuoto (come è senza valore una smazzata di carte al di fuori di un gioco specifico, sia esso il poker, la briscola o il ramino).
Questo sfondo grammaticale non è però né univoco né definitivo, può fluttuare e modificarsi a seconda del gioco a cui giochiamo, e non è frutto né di una necessità logica né di un accordo contrattuale: è la forma di vita in cui siamo praticamente impegnati a dettare i contorni del gioco, sicché la certezza si configura in ultima istanza come un momento della prassi "che è al di là del giustificato o non giustificato; dunque in un certo senso come qualcosa di animale". Questo radicamento della logica nella prassi vivente non è affatto, come potrebbe sembrare, una forma di riduzionismo. Wittgenstein, cioè, non intende minimamente promuovere un'indagine scientifica sulle cause antropologiche e biologiche per cui giochiamo l'uno o l'altro gioco. Un'indagine del genere, per quanto possibile, è comunque viziata dal fatto che è solo in un certo gioco e in una certa grammatica che determinati fatti naturali possono assurgere al ruolo di "cause".
Le cause insomma non spiegano il gioco linguistico, ma cadono al suo interno: "Non dimenticare che il gioco linguistico è, per così dire, un che di imprevedibile. Voglio dire: non è fondato, non è ragionevole (o irragionevole). Sta lì - come la nostra vita". Il compito che Wittgenstein si assegna è dunque quello di vedere l'intero gioco linguistico nel suo complesso (e non una sua presunta base o presupposto) alla stregua di una semplice prassi animale. Lo sguardo filosofico deve insomma cogliere il frutto più sofisticato e complesso della prassi comunicativa nella figura semplice dell'immediatezza vivente - e solo allora l'orizzonte del senso acquisterà quella completa limpidezza, in cui nulla è nascosto, che permette al pensiero di acquietarsi.
L'intreccio così esibito tra i due lati dell'umano - il vivente e il parlante - costituisce tuttora il nocciolo del confronto tra le ricerche più avanzate in ambito scientifico e filosofico, con i problemi che ne derivano. E' affascinante notare come queste riflessioni, in apparenza così generali e astratte, siano in perfetta sintonia con le meditazioni strettamente personali di un uomo avviato alla morte. Fedele insomma alla sua ispirazione, si direbbe che anche in questo caso Wittgenstein sia riuscito a esprimere il fondo più intimo dell'esperienza parlando d'altro - non di sé, ma del mondo in generale.