![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 APRILE 2001 |
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Un approccio critico e razionale alle questioni pubbliche
Pubblichiamo uno stralcio dal libro di Sebastiano Maffettone che il Saggiatore manderà in libreria nel prossimi giorni. Il titolo, Etica pubblica, è la fortunata espressione coniata dallo stesso Maffettone una ventina d'anni fa. Il volume affronta una gamma ampia di temi, con capitoli sull'etica degli affari e del servizi pubblici, su psicoanalisi e bioetica, sulla mente e la persona, sulle relazioni internazionali e sulla mobilità del lavoro, sui diritti umani in relazione alle diverse forme di governo e sull'etica della comunicazione ed i massmedia. Il brano qui proposto inquadra tutto ciò in una prospettiva pluralistica e liberale e insieme non relativistica, in contrasto sia con la vulgata antimetafisica decostruttivista e postmoderna sia con le nostalgie neotomiste avanzate di recente dall'Enciclica papale Fides et Ratio.
Gli antimetafisici decostruzionisti, non distinguono tra la sfida filosofica alla ragione in generale e la discussione di determinati usi della ragione. Finiscono così, in maniera spesso devastante per l'intelligenza loro e di chi li prende sul serio, per criticare non un singolo argomento sbagliato, ma la possibilità di ogni argomento in generale.Ciò risulta offensivo non solo per la filosofia, ma anche per il buon senso, in quanto è evidente che ogni critica e qualsiasi dubbio su un argomento teorico hanno un significato se e solo se sono presentati alla luce di ulteriori argomenti dello stesso livello di quelli criticati. Possiamo certo consolarci, pensando che il relativo successo di stili di pensiero, che non tengono conto di ciò, vada attribuito al fatto endemico per cui le idee banali sono quelle che hanno maggiore impatto pubblico. Ma resta l'obbligo di chiarire almeno un punto: non ha senso criticare un argomento globalmente, perché non serve a niente criticare qualcosa in nome del nulla o, il che è lo stesso, del tutto. Più in generale, e per lo stesso motivo, non ha senso una critica puramente esterna al tema trattato. Così - contrariamente a quanto pretendono i fan del costruttivismo sociale - non ha significato una critica della logica alla luce dell'economia, una della fisica in nome dell'antropologia oppure una della matematica nell'ottica della sociobiologia. Tutti questi modi di pensare esterni non producono nuove conoscenze e nessuna consapevolezza filosofica "profonda", ma solo confusione culturale.
Questo vale anche per il dominio dell'etica, che è quello che qui ci sta a cuore. Perché non ha senso alcuno criticare una posizione etica in nome, che so?, dell'ideologia borghese, della prepotenza maschilista oppure del risentimento. A meno che, naturalmente, queste tesi non acquistino una pregnanza etica, che le renda non più globali ed esterne.
Per ottenere un risultato del genere, bisogna giocoforza ritenere che il processo di comprensione della realtà sia, almeno parzialmente, valutabile in termini obiettivi. Ed è questo un vero problemà metafisico. Al tempo stesso, però, scetticismo teorico, cinismo culturale e nichilismo etico oggi sembrano condannare la metafisica una volta e per sempre. Ma la rumorosa immaginazione dei pensatori postmoderni non è che l'esito finale di un più lungo processo che comprende tutto il secolo breve. Una professione antimetafisica attraversa le maggiori scuole di pensiero del secolo ventesimo: storicismo, empirismo logico, fenomenologia ed esistenzialismo. Le grandi conciliazioni della metafisica classica tra unità e diversità, finità e infinità, quiete e movimento, individuale e universale - sono dimenticate e talvolta frettolosamente dichiarate morte.
In casi del genere, non credo sia superfluo interrogarsi sull'opportunità, e direi sulla possibilità stessa, di una simile rinuncia. Si può pensare filosoficamente senza ricorrere alle categorie della metafisica, e queste ultime davvero scompaiono, oppure rimangono nascoste nei fondamenti dei singoli discorsi disciplinari e pratici? Una domanda del genere a me sembra centrale. E non rinviabile. Forse, le scuole filosofiche del secolo scorso, che ho poc'anzi menzionato, sosterrebbero che la filosofia si salva proprio separandola dalla metafisica.
In proposito ci sono però molti dubbi. Non per niente, sempre più al tramonto apparente della metafisica fa seguito da presso l'alba della fine della filosofia. Ma, prima di firmare il certificato di morte nella filosofia, forse vale la pena di soffermarsi più a lungo a riflettere sul senso di quello che si sta facendo.
Da un lato, l'affermata fine della metafisica si traduce sovente in una fiducia eccessiva e impropria nelle scienze e nei suoi saperi. Fisica, bio1ogia, logica, ma anche e per altro verso diritto, economia, storia reclamano non solo l'autonomia delle proprie competenze, ma anche una sorta di capacità di presentarle sotto specie universale. I dilemmi etici ed epistemologici, di cui prendiamo coscienza con ritmo crescente in tutti questi domini, sembrano mostrare l'implausibilità di queste strategie imperialistiche.
D'altro lato, la metafisica, quando è assente, tende a essere supplita da argomenti teologici e religiosi. Ne dà testimonianza chiara, ad esempio, la recente Enciclica di Giovanni Paolo II Fides et Ratio. Non siamo in questo caso evidentemente al cospetto di un saggio filosofico vero e proprio, purtuttavia il documento collega in maniera interessante la crisi della modernità all'assenza di metafisica. Il problema sta in quella sorta di realismo ingenuo che sottintende la metafisica dell'Enciclica stessa. Nella prospettiva ontologica, ciò vuol dire assumere acriticamente la tesi per cui l'esistenza si può predicare. Nella prospettiva etica, ciò comporta fare propria una specifica visione del bene, senza rendere conto adeguatamente del "fatto del pluralismo". Volendo ridurre all'osso queste difficoltà filosofiche, potremmo anche dire che l'Enciclica presenta una posizione filosofica e fondazionale tipicamente pre-kantiana e pre-liberale. Una posizione che, per uomini e donne della modernità, risulta assai difficile condividere a meno di argomenti forti capaci di convincere del contrario, argomenti che tuttavia nell'Enciclica stessa, ma direi non solo nell'Enciclica bensì anche nelle sue fonti filosofiche più tipiche, mancano.
Sia il liberalismo critico, sia quello realistico per approdare a una dottrina consensuale destinata a giustificare le istituzioni e la loro forza. Muovendo da un'assunzione condivisa tanto generale, io credo che occorra distinguere le diverse forme di 1ibéralismo secondo il modo in cui le preferenze individuali sono considerate rispetto alla giustificazione dell'ordine sociale e politico. Secondo i liberali realisti, infatti, le preferenze individuali giustificano l'ordine sociale e politico nella misura in cui sono "rivelate" dalle scelte effettive dei cittadini e delle cittadine, presi questi ultimi indifferentemente come consumatori o votanti. Nell'ambito di questa versione del liberalismo, la forza delle istituzioni è giustificata in termini di consenso effettivo. E ogni tentativo ulteriore di giustificazione sarebbe superfluo se non addirittura perverso. Al contrario, per il liberalismo critico, le preferenze individuali come rivelate dalle scelte effettive della gente, per quanto importanti esse siano, non costituiscono l'unica ragione in grado di giustificare
l'ordíne sociale e politico. Nulla osta, invece, andare oltre le preferenze rivelate dalle scelte effettive, soprattutto perché tali preferenze sono endogene, dipendono cioè sostanzialmente dal modo in cui si sono formate. Ed è per questo che un liberale critico vede il consenso razionale o ideale come addirittura più importante di quello empirico ed effettuale.
Una teoria del consenso ipotetico o ideale serve tra le altre cose a separare un modello politico di scelta collettiva da un modello del tipo di quello basato sul mercato concorrenziale e in genere da un modello puramente aggregativo, enfatizzando il ruolo del giudizio critico all'interno della visione politica liberale. In questo modo elementi normativi sono essenziali per integrare un paradigma puramente positivo o descrittivo, e proprio per ciò l'etica diviene centrale per una concezione della politica. Per dare solo due esempi chiari di pensatori che possono essere classificati utilmente assumendo la mia distinzione tra liberalismi, si può dire che Hayek (con Hume) sia un liberale realista mentre Rawls (con Kant) sia un liberale critico.