RASSEGNA STAMPA

27 APRILE 2001
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Wittgenstein la leggenda di un genio

Nel "Tractatus" dichiarò di avere la chiave definitiva della logica

Il 29 aprile 1951 moriva a Cambridge di cancro Ludwig Wittgenstein, considerato da molti il più rappresentativo filosofo del Novecento. Una misura dell'interesse suscitato dal suo nome si può facilmente valutare con una ricerca in rete: su Google si ottengono addirittura 120.000 riferimenti (tanto per capirci, per Umberto Eco ce ne sono meno della metà: "soltanto" cinquantamila). Il motivo di tanta riverenza è presto detto. A differenza della gran maggioranza dei suoi colleghi e rivali, che sono già fortunati se riescono a produrre nella vita un libro memorabile, Wittgenstein ne ha prodotti due. Il primo ritenne di aver risolto tutti i problemi della filosofia, ed è osannato dagli analitici. Il secondo dichiarò che il primo era tutto sbagliato: in base al principio "i nemici dei miei nemici sono miei amici", esso è ben visto dai continentali. Il risultato è che Wittgenstein è un filosofo per tutte le scuole, se non proprio per tutte le stagioni. Alla sua leggenda contribuisce non poco il personaggio, che apparteneva a una delle più ricche e singolari famiglie viennesi. Il primo ricordo di Ludwig era la barba di Brahms che gli faceva solletico nella culla. La sorella Magaret fu rappresentata da Klimt in un bel quadro, commissionato dal padre come regalo di matrimonio. Il fratello Paul era un famoso pianista, e quando perse in guerra la mano destra Ravel scrisse per lui il Concerto per la mano sinistra. L'altro fratello Hans, un genio mozartiano che a quattro anni componeva e suonava pianoforte e violino, scappò di casa a vent'anni e si dissolse nel nulla. Un terzo fratello, Kurt, si sparò un colpo alla tempia nell'autunno del 1918, quando la truppa che egli "comandava" si rifiutò di obbedirgli.

Wittgenstein frequentò una scuola tecnica a Linz, dalla quale gli allievi uscivano con strane idee nella testa. Uno dei suoi compagni, di nome Adolf Hitler, ebbe per tutta la vita la fissazione di una "soluzione finale" del problema ebraico.

Nel suo primo libro, Wittgenstein dichiarò invece di aver trovato la "soluzione definitiva" dei problemi della logica. Il libro si intitolava Tractatus Logico-Philosophicus, e il suo motto era: "ciò che si sa, si può dire in tre parole".

Coerentemente, l'intero argomento si sviluppava in sole sette frasi commentate, come nel quartetto di Franz Joseph Haydn Le ultime sette parole di Cristo in croce (con un Introduzione ed al fine un Terremoto). La sostanza del Tractatus è presto detta: il mondo, il pensiero e il linguaggio hanno la stessa struttura. Se il fico si giudica dai frutti, come diceva un altro al quale, come a Wittgenstein, piaceva parlare per aforismi, questo fico non vale molto: una sua conseguenza è, infatti, che per sapere com'è fatto il mondo basta sapere com'è fatto il linguaggio. Hans Gadamer rincarerà la dose, sostenendo addirittura che "il linguaggio è il solo essere che si può comprendere". Nella parte centrale del Tractatus Wittgenstein si concentrò sulla logica, alla quale egli pensava si riducesse il linguaggio. Naturalmente, altri l'avevano studiata prima di lui. Ad esempio, il suo maestro Bertrand Russell, che qualche anno prima ne aveva effettuato un'analisi sintattica: basata, cioè, sul concetto di dimostrazione. Wittgenstein propose, nel suo libro, un'analisi semantica: basata, cioè, sul concetto di verità.

Entrambi credettero che i loro approcci fossero contrapposti, e non si accorsero che erano invece complementari. La cosa non sfuggì invece al matematico Emil Post, che nel 1921 dimostrò che entrambi gli approcci producevano gli stessi risultati. Da quel momento la logica ha traslocato dai dipartimenti di filosofia in quelli di matematica, dove risiede tuttora. Oggi il Tractatus è ricordato soprattutto per l'ultima delle sue sette frasi, che corrisponde al Terremoto del quartetto di Haydn: "su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere". Memorabile, ma non così originale come si pensa. Già Lorenzo Da Ponte, nel 1786, a chi gli faceva notare che non doveva collaborare con Mozart a un soggetto tratto dalle proibite Nozze di Figaro, aveva risposto: "su ciò di cui non si può parlare, si può cantare". La fascetta dell'edizione statunitense de Il nome della rosa: "su ciò di cui non si può parlare, si può raccontare". E nel frattempo, naturalmente, tutti parlano.

Risolti i problemi della logica, Wittgenstein coerentemente si ritirò sulle montagne austriache. Fece per qualche anno il maestro elementare, senza averne la pazienza. Distribuì botte ai bambini, e finì sotto processo per aver picchiato a sangue un'alunna. Ridisceso precipitosamente a valle, si dedicò all'architettura e progettò una casa a Vienna per la sorella. Dirigendone i lavori, si accorse che agli operai non si poteva parlare soltanto in maniera dichiarativa, e bisognava dar loro ordini: un aspetto del linguaggio di cui, nel Tractatus, si era completamente dimenticato! In un'altra occasione,passeggiando con l'economista italiano Pietro Sraffa, fu messo al muro daun'imbarazzante domanda: se il mondo ha la stessa struttura del linguaggio, a che cosa corrispondono nel mondo gli espressivi gestacci napoletani?

Questa volta Wittgenstein si convinse che forse non proprio tutto era stato risolto nel suo primo libro, e tornò al lavoro a Cambridge. Le Ricerche filosofiche, che usciranno postume, si apriranno con una tirata contro San Agostino, reo di aver proposto una teoria completamente sbagliata del linguaggio: la stessa del Tractatus. Com'era stato possibile prendere un tale abbaglio? Semplice: il linguaggio ci ha stregati tutti. E come si può eliminare la sua fattura?

Altrettanto semplice: smettendo di filosofare, e incominciando a osservare. Durante un'altra passeggiata, questa volta con il fisico Freeman Dyson, a Wittgenstein venne in mente l'idea centrale delle Ricerche. Passando vicino a un campo da calcio dov'era in corso una partita, si accorse che anche nel linguaggio non facciamo altro che giocare con le parole. La prima conseguenza è che, così come non c'è un unico gioco universale, contrariamente a quanto credono gli italiani, non c'è neppure un linguaggio universale, contrariamente a quanto avevano creduto i logici. Inoltre, così come non ha senso chiedersi se le regole di un gioco siano vere, non ha senso parlare di verità linguistica: tutto si riduce a imparare le regole del gioco, e a comportarsi di conseguenza. In particolare, il significato di una parola sta nel suo uso: una teoria, questa, che ebbe enorme successo negli anni '30, e costituì uno dei dogmi del positivismo logico e del Circolo di Vienna. Le Ricerche avevano per motto: "il progresso appare sempre più grande di quello che è". Il riferimento era, ovviamente, al primo libro, ma il motto si poteva benissimo applicare anche al secondo, le cui teorie erano già state largamente anticipate.

Anzitutto, dall'intuizionista olandese Luitzen Brouwer, secondo il quale il significato dei teoremi sta nelle loro dimostrazioni. E poi, soprattutto, dai matematici francesi riuniti sotto il fittizio nome di Bourbaki, che a partire dagli anni '30, e indipendentemente da Wittgenstein, rifondarono la matematica sulla base di una gran varietà di strutture assiomatiche, corrispondenti a vari giochi linguistici. Proprio la matematica doveva essere il banco di prova delle teorie esposte nella prima parte delle Ricerche. Wittgenstein scrisse una serie di appunti preparatori, incautamente pubblicati dagli eredi, ma non riuscì mai nell'intento. Dovette quindi accontentarsi, per la seconda parte del libro, di applicazioni psicologiche. Ma le Ricerche non lo soddisfecero, e nei ``Pensieri diversi disse chiaramente: "le mani nelle quali capiteranno non saranno perlopiù quelle nelle quali me lo immagino volentieri. Possa essere presto dimenticato del tutto dai filosofi accademici". Naturalmente aveva ragione a preoccuparsi, visto il commercio di inediti, memorie, biografie, commenti, foto, romanzi e film che è stato fatto e si fa sul suo nome. Paradossalmente, i matematici che non gli prestano la minima attenzione nel loro lavoro dimostrano, nei fatti, di averlo compreso meglio dei filosofi che si ostinano a insegnarlo nelle università, e a immaginare (e magari anche credere) che egli sia stato uno di loro.
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