RASSEGNA STAMPA

25 APRILE 2001
DANIELE ABBIATI
Una vita dedicata al rigore

Fu Bertrand Russell a valorizzare il suo talento

"Ma é ormai venuta l'ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio". Così Socrate si congeda dal mondo. "Dica loro che ho avuto una vita meravigliosa". Queste le ultime parole di Ludwig Wittgenstein rivolte alla moglie del medico che l'aveva in cura. Esempi di un ottimismo moribondo, nel primo caso rivolto al futuro, nel secondo al passato. Socrate, il sileno tanto brutto fuori quanto bello dentro, e Wittgenstein, il ricercatore della perfezione, ci hanno lasciato in modi così simili e diversi perché simili e diversi erano con tutte le loro forze quasi sovrumane.

Sono gli abissi della solitudine che parlano tramite loro, una solitudine beata e tremenda, al tempo stesso. Postumo, per entrambi, verrà il "successo", la mesta salita sul piedestallo della Storia, spettatrice lontana e incomprensibile. "Il sentimento del mondo come una totalità delimitata è il sentimento mistico", scrive Ludwig nel Tractatus logico-philosophicus. Ed è l'apertura finale, il sopraggiungere del fiume al mare dopo un corso tumultuoso. Il maestro e poi allievo di Wittgenstein, Bertrand Russell scrisse che "la filosofia è un'amante ritrosa, le si può colpire il cuore unicamente impugnando una fredda lama d'acciaio con mano appassionata". Sulla ritrosia dell'amante certamente Ludwig non avrebbe concordato, l'amore essendo per lui un teorema irrisolto. Ma quella fredda lama d'acciaio fu senza dubbio il suo strumento preferito. Quante volte l'infilzò nelle proprie carni razionali fino a straziarle, quante volte punì i propri limiti logici, la propria inadeguatezza! "Era, forse - è ancora Russell che parla - l'esempio più perfetto che io abbia mai conosciuto di un uomo di genio, così come lo si immagina per tradizione: appassionato, profondo, intenso e dominatore".

Si erano incontrati la prima volta il 18 ottobre 1911 al Trinity College di Cambridge. Ludwig aveva 22 anni e stava rapidamente raffreddando la passione per l'ingegneria aeronautica, desideroso di dedicarsi a qualche cosa di più alto, Bertrand 39 e aveva già scritto, con Whitehead, i Principia mathematica. Proprio l'opera, con i precedenti studi di Gottlob Frege, destinata a marchiare a fuoco lo spirito del giovane austriaco. Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer e Sesso e carattere di Otto Weininger furono soltanto utili palestre. Era tempo di uscire, tuffarsi nel vasto oceano della logica e della matematica. Di annegarvi, forse col sorriso sulle labbra.

La scialuppa del rigoroso simbolismo non poteva bastare, il gesto implicito con il quale "si mostra" e non "si dice" rimaneva l'unico possibile per quell'anima immobilizzata e assorta. Tutto il resto è "sillogismo". Tutto il resto è "tautologia". Ludwig Wittgenstein, dicono, morì il 29 aprile 1951, naufrago sulla fragile zattera che si era costruito al prezzo della vita. E questo, probabilmente, non è nemmeno un "fatto atomico".
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti