RASSEGNA STAMPA

24 APRILE 2001
LUCIO CECCHINI
Federalismo parola guasta

Le vere idee di Carlo Cattaneo liberate dalle deformazioni leghiste

A differenza di Gioberti e di Ferrari il pensatore lombardo non voleva federare realtà regionali ma puntava su municipi autonomie comunali

Carlo Cattaneo nacque a Milano nel 1801, duecento anni fa. E per molti decenni la sua figura è stata parecchio ignorata. Una decina di anni fa il suo nome è tornato a circolare in ragione della pretesa dei leghisti di farne una specie di nume tutelare di volontà o velleità secessionistiche. Fino a che punto era legittimo questo uso politico di un pensatore tra i più acuti dell'Ottocento? E' vero, Cattaneo è il padre del federalismo italiano. Ma con caratteristiche proprie che lo distinguono profondamente - poniamo - dal neoguelfismo. Infatti, a lui, repubblicano e democratico fin nel midollo, non passò mai per la mente di risolvere il problema italiano attraverso una federazione di principi con alla testa il papa, come nelle intenzioni di Vincenzo Gioberti. Ma Cattaneo si differenziò nettamente anche da un altro federalismo, quello di Giuseppe Ferrari, anch'esso repubblicano e suo amico personale, ma fautore della conservazione degli stati prerisorgimentali che avrebbero dovuto subire trasformazioni rivoluzionarie m senso democratico.

Infatti quando, all'indomani dell'esplosione del 1848-1849, Ferrari tentò la costituzione di un partito repubblicano antimazziniano - Mazzini era considerato il maggiore sostenitore dell'unitarismo - urtò contro la netta indisponibilità del lombardo a condividere l'impresa. Tra i due ci furono intensi scambi di lettere. Cattaneo obiettò il 29 ottobre 1851: "Io ho veramente fatto un'errata corrige al tuo programma; ma mi sono disanimato, perché le mie interpretazioni non legano col rimanente. E' una catena d'idee che porta un'impronta troppo nota. Non può essere firmata che da te; ogni altra firma parrebbe estorta".

Ma su cosa verteva il contrasto tra i due? Cattaneo contestava l'esistenza degli Stati italiani, respingeva l'idea di una federazione tra loro, non condivideva la geografia politica di Ferrari. La sua federazione doveva passare attraverso un patto tra i comuni che considerava centrali in una tradizione italiana di libertà - che spazzasse via gli stati esistenti e realizzasse ll'unità nazionale. A questo proposito scriveva: "Tra la padronanza municipale e la unità nazionale non si deve frapporre alcuna sudditanza o colleganza intermedia, alcun parteggio, alcun Sonderbund. I sonderbundi dell'Italia sono quattro: il borbonico, di otto milioni e più; l'austriaco di sei, e se lo si considera anche arbitro dei ducati, poco meno di nove; il sardo di cinque o poco meno, il pontificio di tre". Per cogliere appieno il significato di questa affermazione, basterà ricordare che i sonderbund erano i cantoni svizzeri cattolici ribelli che avevano dato origine alla guerra omonima, contro i quali si erano battuti, per un rafforzamento del potere federale e per contrastare le tendenze centrifughe, con pari intensità sia Mazzini sia lo stesso Cattaneo.

Quindi per lui il federalismo era lo strumento ideale per realizzare l'unità nazionale, un'unità salda proprio perché rispettosa delle tradizioni e delle culture locali delle quali doveva rappresentare la sintesi armonica. Tutta la sua polemica è contro il centralismo e l'uniformità forzata, non contro l'unità nazionale che, anzi, considerava un'esigenza fondamentale. Se ne è reso esattamente conto Norberto Bobbio, quando ha scritto che la soluzione federale di Cattaneo, incardinata sui termini del municipio e della nazione " ... finiva per essere presentata in modo da richiamare alla mente la dottrina, già da tempo affermata dal Mazzini, e da lui propugnata costantemente per tutta la vita, del comune e della nazione come i due termini dello stato italiano repubblicano democratico e unitario". Tra i due c'era molta differenza, ma in entrambi era presente la spinta verso la realizzazione dell'unità nazionale. Tanto è vero che Cattaneo, nel vivo di questo confronto con Ferrari giunse quasi a ripudiale il termine "federalismo", "parola guasta - scrive - che significa disunione ciò che è unito e non unione di ciò che è disunito ed a preferirgli quelli di "unione federale" o "unione libera", perché il suo problema fondamentale era unire ciò che era disunito, e non il contrario. Si deve aggiungere che Cattaneo fu favorevole all'impresa garibaldina nel Mezzogiorno, anche se si oppose ai plebisciti "fusionari" e all'ordinamento centralista imposto dalla monarchia di Savoia al nuovo stato che, a suo giudizio, non realizzavano la vera virtù politica e spirituale del paese. Ci sembra che la storia successiva sia qui a dare abbastanza ragione.

Dobbiamo a Giuseppe Montanelli una delle analisi più lucide, che indovina con una certa semplificazione, quanto finissero per assomigliarsi i programmi dell'" unitario" Mazzini e del "federalista" Cattaneo: "Se l'unitarismo consiste a disfare gli Stati esistenti, ordinando l'Italia su due soli termini, Città e Nazione, Cattaneo è unitario quanto Mazzini. Se il federalismo consiste a conservare la padronanza municipale per tutti gli interessi municipali, Mazzini è federalista quanto Cattaneo, perché va fino al governo diretto del popolo, predicato dal suo collega Ledru-Rollin e combattuto come concetto federativo dall'unitario Luigi Blanc".

Ognuno potrà apprezzare a questo punto quanto siano lontane le pulsioni secessionistiche di oggi dal genuino pensiero di Carlo Cattaneo. Oltretutto il lombardo non era regionalista. Egli era molto più attento alle dimensioni della tradizione comunale, e quando collaborò con Farini a un primo progetto regionalista, mise in guardia contro la tendenza a considerare l'Emilia un'unica realtà, mentre vi convivevano tradizionalmente tre sistemi legislativi e amministrativi molto diversi. Invece, era regionalista Mazzini, che molti considerano - a torto - una specie di campione del centralismo.

Ma c'è un altro aspetto fondamentale per marcare l'inconciliabilità assoluta di Cattaneo con i contemporanei "tribalismi" alla Bossi. In questi anni i leghisti, con in testa il loro ideologo di un tempo, Gianfranco Miglio, hanno predicato una sorta dì "etnonazionalismo" delle piccole patire in nome della salvaguardia di una presunta purezza etnica della loro strampalata regione che risponde al ironie di "padania". Cattaneo non soltanto non credeva ad alcuna purezza di questo tipo, ma pensava al contrario che il cammino della civiltà consistesse soprattutto nella commistione tra i popoli diversi e nel confronto delle culture. "Quanto più civile è un popolo - scrisse - tanto più numerosi sono i principi che nel suo seno racchiude. Ogni fenomeno nuovo determina modificazione nella teoria. Le ingerenze straniere fuirono necessario sussidio alle civiltà indigene. Il primo motivo alla trasformazione progressiva d'una società, ossia d'una tradizione, è il fotuito contatto di un'altra tradizione e d'una altra società". Fino ad aggiungere: "Ricordiamo che tutti noi, popoli moderni dell'Europa, siamo figli di padri che furono in un dì, più o meno lontano, figli di barbari".

Molte altre cose si potrebbero dire. Ma ciò che conta è che quello cattaneano era un pensiero moderno e civile, non inquinato né, da razzismi né da etnicismi consimili, nemico di ogni discriminazione, privo di qualsiasi pulsione di tipo nazionalistico. "Noi abbiano per fermo - gli capitò di scrivere - che l'Italia debba tenersi soprattutto all'unisono coll'Europa, e non accarezzare altro nazionale sentimento che quello di serbare un nobil posto nell'associazione scientifica dell'Europa e del mondo".
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