![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 APRILE 2001 |
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A un secolo dalla nascita (19 giugno 1901) fa ancora discutere il teorico della "Rivoluzione Liberale"
L'atteggiamento di Piero Gobetti verso il fascismo non può essere inteso se non si tiene presente la visione, pessimistica e amara, che egli ebbe della storia dell'Italia moderna. Secondo questa visione (largamente ispirata ad Alfredo Oriani e a Mario Missiroli), la storia italiana aveva sofferto di un difetto fondamentale: essa non aveva avuto la riforma religiosa, e questa mancanza aveva determinato l'immaturità morale, ideale e politica degli italiani.
Secondo Gobetti, sbagliavano coloro i quali ritenevano che il Risorgimento avesse segnato un'importante inversione di tendenza. Il Risorgimento era stato, in realtà, una rivoluzione fallita, un movimento abortito, perché era stato azione di pochi, alla quale il popolo italiano era rimasto estraneo. Il problema di costruire un'unità, che fosse unità di popolo, era rimasto così insoluto, perché la conquista dell'indipendenza non era stata sentita e voluta dalla grande maggioranza degli italiani tanto da diventare vita intima della nazione, non era stata opera faticosa e autonoma di formazione attivamente spontanea.
Per questi motivi, col Risorgimento gli italiani non riuscirono a formarsi una coscienza dello stato; ancora una volta essi non poterono recare la loro pratica adesione alla realtà vivente dell'organizzazione sociale e politica. Tutto ciò doveva pesare enormemente sulla storia italiana successiva, poiché mancando il principio primo dell'educazione politica, ossia della scelta delle classi dirigenti, venne a mancare anche una lotta politica aperta.
Ecco perché la vita italiana dall'unità in poi era stata divorata da un cancro che aveva spento in essa ogni dibattito ideale, ogni gara vera ed efficace, ogni luce di idealità, ogni genuino confronto di proposte e di programmi per affrontare i problemi italiani: questo cancro era stato il trasformismo, da Agostino Depretis a Giovanni Giolitti, allo stesso Filippo Turati. Anche il socialismo, infatti, era stato in Italia, secondo Gobetti, non un elemento dialettico, di rottura, di lotta, di reale contrapposizione bensì era stato collaborativo, corporativo, grigio, dedito ai piccoli vantaggi, alle transizioni, agli accordi sottobanco.
In questa luce e in questa prospettiva Gobetti guardava anche al fascismo, e lo considerava "l'autobiografia della nazione": di una nazione che credeva "alla collaborazione delle classi", che rinunciava "per pigrizia alla lotta politica", che insomma "valeva poco". Anche Mussolini, dunque, non era nulla di nuovo nella storia italiana: egli offriva "la prova sperimentale dell'unanimità", attestava "l'inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie". Mussolini era la prova vivente che "gli italiani hanno bene animo di schiavi".
Il fascismo, insomma, riproponeva, secondo Gobetti, "il problema di un'esegesi del nostro Risorgimento", perché ne svelava "le illusioni e l'equivoco fondamentale". Sotto questo profilo il fascismo aveva avuto almeno questo merito, se così lo si poteva chiamare: "di offrire la sintesi, spinta alle ultime inferenze, delle storiche malattie italiane: retorica, cortigianeria, demagogismo, trasformismo". Sicché, combattere Mussolini voleva dire combattere, "ingigantito, il vizio storico che rese possibili in Italia i fenomeni Depretis e Giolitti". Il fascismo era "il legittimo erede della democrazia italiana eternamente ministeriale e conciliante, paurosa, delle libere iniziative popolari, oligarchica, parassitaria e paternalistica". Vittorio Emanuele Orlando ed Enrico De Nicola erano entrati quindi, "con pieno diritto e in perfetta parità di spirito", nel "listone" coi fascisti. Da tutto ciò discendeva che, se si voleva combattere seriamente ed efficacemente il fascismo, bisognava modificare realmente il corso della storia italiana, bisognava infondere in essa nuova vita, bisognava "rifare la nostra formazione spirituale, lavorare per le nuove élites e per la nuova rivoluzione".
La lotta contro Mussolini e contro il fascismo doveva essere dunque, per Gobetti, la lotta contro "l'altra Italia", ovvero contro l'Italia di sempre, l'Italia del conformismo e della corruzione, della transazione e del compromesso, della mancanza di idealità e di coraggio, e, conseguentemente, della mancanza di élites illuminate ed eroiche, capaci di condurre una vera lotta politica. Per questo Gobetti dichiavara di combattere Mussolini "come corruttore prima che come tiranno, il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura". Anzi, paradossalmente (ma in piena coerenza con la sua concezione della storia italiana), Gobetti valorizzava il fascismo, vedeva in esso un'occasione storica importante e decisiva: nel senso che, se esso fosse stato veramente una dittatura, se esso avesse governato duramente gli italiani, se li avesse oppressi con ferro e col fuoco, allora negli italiani sarebbe scoccata la scintilla della ribellione, dell'opposizione, della lotta. Quanto più il fascismo fosse stato duro e spietato, quanto più avesse infierito sugli italiani, tanto più essi avrebbero incominciato, attraverso questo lavacro di violenza e di sangue, a fare i conti con se stessi, a costruirsi un carattere, a conquistarsi degli ideali, a consacrarsi a una lotta politica vera. Il fascismo, insomma, avrebbe potuto, suo malgrado, rigenerare lo spirito della nazione, plasmarlo a nuova vita, infondergli quel soffio vitale che nemmeno il Risorgimento era riuscito a infondergli.
Proprio a proposito del fascismo, la riflessione di Gobetti mostrava tutta la propria debolezza. La quale si manifestava anche in ciò: Gobetti non riusciva a spiegare perché mai il fascismo avrebbe potuto avere quel carattere "provvidenziale" che egli si augurava che avesse; perché mai, insomma, esso avrebbe potuto essere quello strumento terribilmente duro e terribilmente serio, capace di indurre gli italiani a fare i conti con la propria storia, di prendere consapevolezza delle proprie tare, di crearsi una salda, robusta, sana coscienza etico-politica. In altre parole: se il fascismo era il concentrato di tutti i difetti italiani, se era l'incarnazione suprema di quello stesso vizio storico che aveva reso possibili in Italia i fenomeni Depretis e Giolitti, perché mai esso avrebbe potuto diventare una forma politica intransigente e spietata, aliena da compromessi, una tirannide nuda e cruda, un regime fondato solo sulla violenza e sul manganello (il fascismo di Farinacci, appunto), e quindi tale da costringere gli italiani a fare i conti seriamente con se stessi?
Un'altra cosa colpiva nell'analisi gobettiana del fascismo: la completa assenza in essa di qualunque riferimento al ruolo del socialismo nel primo dopoguerra. E non del socialismo riformista, da Gobetti tanto aborrito, ma del socialismo massimalista e bolscevico: di quel socialismo, cioè, che per anni minacciò la rivoluzione senza farla, e però attuandola un po' ogni giorno con una interminabile sequenza di scioperi, di sopraffazioni, di violenze. D'altro canto, non bisognava certo essere filofascisti o simpatizzanti del fascismo per accorgersi del ruolo nefasto svolto dal massimalismo socialista dal 1919 in poi. E infatti molti antifascisti se ne accorsero. Per esempio un liberale tutt'altro che alla vecchia maniera, tutt'altro che inquinato di "spirito giolittiano", come Giustino Fortunato (tenuto da Gobetti in grande stima e considerazione), vide nel fascismo il frutto del "quadriennio dell'ubriacatura bolscevica" momento di "carognaggine più unica che rara". Ma come abbiamo detto, Fortunato non fu certo il solo a dare questa valutazione. Già nel luglio 1920, uno storico che collaborava a "La Rivoluzione Liberale", Luigi Salvatorelli, aveva scritto su "La Stampa": "Noi abbiamo rilevato da un pezzo che la tendenza e i metodi massimalisti dominanti fra gli elementi direttivi del Partito socialista italiano correvano il rischio di scatenare non la rivoluzione, che quegli stessi elementi dichiaravano di non voler fare "per ora", ma il suo opposto: la reazione". Salvatorelli aveva aggiunto che mentre da un lato le masse, mantenute in stato di eccitazione quasi continua senza lo sfogo di una grande azione e di un obiettivo ben definito, perdevano la misura e la disciplina e cedevano alle lusinghe dell'anarchismo; dall'altro lato quella parte di popolazione che non militava in nessun partito e non aveva idealità politiche ben definite, ma che subiva essenzialmente le impressioni del momento e amava soprattutto la tranquillità, si irritava enormemente per le difficoltà quotidiane procuratele da questo stato di agitazione permanente, e ne concepiva una forte avversione contro coloro che essa riguardava come gli unici responsabili. Di qui il desiderio di ristabilire l'ordine, con qualsiasi mezzo, di qui uno stato d'animo antisocialista, una vaga aspirazione al "governo forte" al "pugno di ferro" eccetera.
Salvatorelli aveva concluso: "Ora, noi crediamo appunto che una notevole parte di responsabilità, nella creazione e nel mantenimento di un simile stato d'animo, risalga al massimalismo nostrano, alla sua politica prevalentemente negativa, alla sua tattica di punzecchiature continue, di agitazioni sempre rinascenti, di scioperi a ripetizione". Questa lungimirante analisi di Salvatorelli coincideva sostanzialmente del resto, con il giudizio di Antonio Gramsci, che nel maggio del 1920 aveva scritto su "L'Ordine Nuovo": "La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario ...; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa".