RASSEGNA STAMPA

19 APRILE 2001
LUCIO VILLARI
Le sue passioni morali

a 200 anni dalla nascita

Non avrebbero potuto essere più affini e più dissimili Giacomo Leopardi e Carlo Cattaneo. Quasi coetanei, Leopardi aveva tre anni in più, sicuramente ignoti l'uno all'altro, furono protagonisti di una passione intellettuale e politica che infiammò la cultura italiana nell'età della Restaurazione e li vide, solitari e radicali, interpretare il ruolo di critici "aristocratici" e insieme progressisti del loro tempo, in lotta con la religione, i reazionari, il moderatismo, la sottomissione al gendarme d'Europa, l'Austria. Laici, repubblicani, atei ambedue, parevano segnati dalle meteore che avevano solcato il cielo d'Italia negli anni in cui nacquero. Leopardi, suddito dello Stato pontificio, pochi mesi dopo la fuga del papa e la proclamazione a Roma della repubblica giacobina; Cattaneo in quel giugno 1801, a Milano, dove di lì a poco nascerà la Repubblica italiana sotto la presidenza di Napoleone Bonaparte. Eppure, nei decisivi anni Trenta, quando i dilemmi della politica, il risorgere in forme rivoluzionarie in Italia e in tutta Europa degli ideali di libertà e di giustizia, il confronto ravvicinato tra la cultura umanistica e la rapida crescita industriale, costrinsero anche gli intellettuali italiani a compiere delle scelte, le strade di Leopardi e di Cattaneo si separarono.

Possiamo solo intuire cosa avrebbe fatto Leopardi se fosse vissuto negli anni decisivi del Risorgimento italiano. Di Cattaneo però abbiamo la certezza del suo impegno di patriota e di organizzatore rivoluzionario nelle Cinque Giornate di Milano, di testimone intransigente dell'unità d'Italia, di critico dell'unificazione monarchica, ma anche animatore di energie nuove e di traguardi civili e morali per la società italiana, per le classi lavoratrici, le forze della produzione, le prospettive della tecnica e della scienza al servizio dell'uomo. Quando Cattaneo morì, nel giugno 1869, mancava qualche mese alla liberazione di Roma e alla fine del potere temporale; un altro passo della storia verso la costruzione di un mondo fatto di nazioni, città, individui guidati dai valori della libertà e da quella verità pacificatrice che solo la scienza pareva garantire all'umanità, legandola alla concretezza della vita, sottraendola alla povertà, promuovendola alla illuministica "filosofia civile" di cui Cattaneo si faceva in vario modo rinnovatore. Intanto fondando, nel 1839, Il Politecnico, che fu per oltre quattro anni un esempio di ricerca sul campo, comparata e "scientifica", di impegno multidisciplinare tra storici, linguisti, economisti, scienziati, ingegneri, medici, naturalisti, imprenditori, in nome di una cultura sperimentale inedita, ispirata in realtà sia ai modelli dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert, sia ai contemporanei successi dell'industrialismo.

Non a caso, mentre gli avvenimenti politici e militari della guerra di indipendenza del 1859 incalzavano, e mentre nel 1860 Garibaldi liberava l'Italia meridionale, Cattaneo per quanto stimolato dai suoi amici repubblicani e garibaldini (Crispi, Bertani, Alberto Mario) a combattere con gli altri patrioti, e quasi costretto a divenire deputato nel primo parlamento italiano del 1861, preferì starsene in un operoso distacco, scrivendo saggi, articoli, promuovendo iniziative

imprenditoriali pubbliche e indagini sociali, quasi a confermare un annoiato dissenso dall'unificazione nazionale, avvenuta in contrasto con il suo progetto di una Italia federale. Un dissenso cui però dava un tocco particolare, riprendendo la pubblicazione del Politecnico proprio nel 1860, con l'intento di sostituire alla politica e alle sue faticose servitù, la "rappresentazione del progresso delle scienze e arti pratiche, mettendo in pronta luce le scoperte".

Era questa la sua risposta ai dilemmi che, nel cuore della cultura del Romanticismo, egli e Leopardi si erano posti almeno trenta anni prima e ai quali avevano dato, pur muovendosi nella medesima tensione intellettuale, una soluzione opposta. Leopardi rifiutando la "globalizzazione" dell'economia e il rischio di perdita di identità degli individui e dei popoli con i taglienti ironici versi della Palinodia del 1835 ("...Universale amore,/ ferrate vie, molteplici commerci/ vapor, tipi e choléra i più divisi/ popoli e climi stringeranno insieme..."). Cattaneo esaltando invece l'anno

dopo, col saggio Ricerche sul progetto di una strada di ferro (da Milano a Venezia alla valle del Po), il destino economico e sociale delle "ferrate vie", con le quali si sarebbero attenuate "le due voragini dell'umana forza, lo spazio e il tempo". Infatti, era sull'immagine di una inevitabile globalizzazione dell'economia che Cattaneo esercitava la fantasia di storico universale, di studioso di "tipi" umani, di scopritore delle vicende della storia dell'Italia, dell'Europa, dell'Asia, dell'Africa, degli Stati Uniti, dell'America precolombiana, rivelando doti di scrittore "vichiano", con "il senso fantasmagorico - dirà poi Emilio Cecchi - delle origini, delle migrazioni, delle civiltà scomparse".

Forse la poesia di Leopardi e la poeticità scientista e storica di Cattaneo erano le facce della medaglia della modernità vissuta e interpretata criticamente. Una modernità di mercificazione che il capitalismo industriale e la borghesia degli affari avevano fatto implodere nel Romanticismo e nella Restaurazione (da cui però Cattaneo voleva estrarre il meglio e l'utile in essa contenuti) e che Leopardi invece sprezzava come alienante, e temeva fortemente. Di qui il privilegiare, da parte di Cattaneo, lo spazio lombardo, le tradizioni storiche e culturali (in particolare settecentesche)

della Lombardia; luogo d'Italia dove più facilmente potevano sperimentarsi le virtù della modernizzazione. Così dava corpo, come ha sottolineato in una recente ricerca Paolo Mauri, "alla figura dell'intellettuale concretamente militante, che si pone i problemi non per astratto gusto erudito, ma perché trovino sbocchi concreti. Non per nulla, travisato e ridimensionato da Croce, Cattaneo ritrova lettori in grado di apprezzarlo in Gobetti e poi in Gramsci".

Vorrei però aggiungere che al rifiuto idealistico del pragmatismo militante di Cattaneo si contrappose, in un momento tragico della storia d'Italia, con una sorta di pensosa autocritica, il filosofo che forse più di Croce era stato severo con Cattaneo, Giovanni Gentile. Ebbene, il filosofo dell'attualismo pubblicò nel marzo 1943, in una piccola collana della casa editrice Sansoni, le pagine di Cattaneo dedicate alla "Lombardia antica e moderna", facendole seguire da una ampia postfazione. Gentile, che in scritti del 1908 e del 1931, aveva preso le distanze da Cattaneo, pareva ora riabilitarlo totalmente. Ne correggeva il tradizionale, negativo giudizio di essere "poligrafo" e ne identificava invece una unità di pensiero e di alta consapevolezza storica, elogiandone anche le forme, narrative e poetiche del linguaggio, veicolo di una profonda verità di pensiero.

Un testo gentiliano, credo, pochissimo noto, scritto nell'immediata vigilia del 25 luglio e della riconquista della libertà in Italia. La libertà che Cattaneo, scrivendo e agendo, aveva sempre difeso, anche citando, ripetute volte, un attuale e folgorante passo dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Machiavelli, dove è detto che un popolo, per conservare la libertà, "deve tenervi sopra le mani".
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vedi anche
Filosofia (e) politica