RASSEGNA STAMPA

19 APRILE 2001
MAURIZIO CABONA
Le confessioni di un intellettuale messo all'indice

Baudrillard, sociologo e antropologo francese presenta la sua mostra fotografica a Milano. E commenta la cultura europea d'inizio secolo: "Vedo una società più integralista che liberale. Sulle opinioni c'è una sorta di comitato etico che decide il giusto e l'ingiusto"

Con la bella testa beethoveniana, dalla chioma leonina, un Jean Baudrillard a Milano in veste di fotografo si sottrae alla corte assidua di un fotografo locale, che vuole riprenderlo davanti alla sua esposizione alla libreria Fnac di Milano ("È l'oggetto che ci pensa", fino al 19 maggio). E ciò raddoppia ironicamente il gioco dei segni: se è qui per parlare della sua mostra, Baudrillard resta uno dei più importanti e originali antropologi e sociologi del mondo, esperto della società dei consumi, dei suoi miti, delle sue strutture, dell'"estasi della comunicazione". Ha avuto anche una cattedra universitaria a Nanterre - nessuno è perfetto -, ma si è fatto perdonare con un'opera di rara intuizione, che nulla cede al ron-ron degli atenei, oggi anche di quelli francesi.

"Fotografare - mi dice - non è un'attività regolare. Ho cominciato da una quindicina d'anni, legata al viaggio, Non pensavo all'inizio che un giorno avrei avuto una rassegna come. questa. Ma per me non è un'arte minore. Nella mia concezione le immagini e il testo sono collegati"

In prevalenza vedo che i soggetti sono paesaggi...

"Mi interessano di più gli oggetti, che prendo come sono. Non c'è tematica, non c'è problematica".

L'attività di saggista...

"... E quella di fotografo hanno finito per convergere".

Come ha cominciato a fotografare?

"All'inizio era un modo per non scrivere: una diversione".

E ora?

"E diventata un'osmosi".

Non anche un esilio rispetto alle mode della gaucho caviar?

"Caso mai una scomparsa dalla sua piccola cucina della "sinistra divina", il salotto buono. È un ambiente regolato dalla sue complicità. O ci si adegua o si è esclusi".

Cioè...

"Non siamo in una società dove si possa dire tutto. È una società più integralista che liberale, dove vige il politicamente corretto".

Lei non è della parrocchia.

"E il pensiero unico ha reagito, mettendomi all'indice. Già ai tempi della guerra del Golfo. Non occorre essere provocatori, bastatoti essere dalla parte "giusta"".

Chi decide che cos'è "giusto" o "Ingiusto"?

"Una sorta di comitato etico."

Come ed tempi dell'epurazione?

"Più o meno".

Non ci va di mezzo solo lei. Alain de Benoist, Regis Debray...

"Alain de Benoist è completamente ostracizzato, ma non occorre essere particolarmente eterodossi: anche Régis Debray ha avuto i suoi problemi per essere stato contrario alla "guerra umanitaria" contro la Serbia; e perfino Paul Virilio ha i suoi problemi".

Queste guerre franco-francesi, che rasentano il terrorismo intellettuale, in Italia sono un ricordo. Ma a Parigi esplodono sempre più intense, sempre più frequenti.

"Conoscevo le regole del gioco, sapevo a che cosa mi esponevo.Ormai la scena è occupata dall'agitazione politica dell'intellighenzia di sinistra. Ma la resurrezione di Guy Debord è minestra riscaldata. Non nasce da tempo un'idea nuova in Francia"

Chi sono le vedettes gradite al "comitato"?

"Jacques Attali, Pierre Bourdieu, Jacques Derrida, Bernard-Henri Levy, Erik Orsenna".

Chi sono gli autori che legge ancora?

"Nietzsche nell'originale tedesco. Saul Bellow. Guido Ceronetti".

Libertà è solitudine.

"Sì".

Libération invece...

Fra quel giornale e me non c'è mai stata complicità sufficiente.

Non le hanno perdonato l'articolo ripreso da Krisis, la rivista di Alain de Benoist...

"... E apparso anche in Italia, nel Complotto dell'arte. Ma ora Libération magari mi rivorrebbe a scrivere".

E lei?

"Non mi sono mai interessati molto i giornali".

Come si definirebbe?

"Un outsider. Un lonesome cowboy".

A proposito, da cavaliere solitario motorizzato lei ha percorso gli Stati Uniti in lungo e in largo quando ancora non erano diventati così di moda per tutti.

"Il mio libro che ho scritto sull'America è stato venduto moltissimo, però non è piaciuto agli americani. Quella è stata un'esperienza unica, un viaggio nel grado zero del non-senso".

La sua America amara evoca quella di Wim Wenders.

"In un certo senso. Ho amato molto le sue foto del deserto scattate in vista di Paris, Texas. poi però quel regista ha perso l'ispirazione".

Va ancora spesso negli Stati Uniti?

No. Sono passato all'America latina. E ora sono da poco tornato dall'Australia e dalla Nuova Zelanda. Mi è capitato di parlare a uditori di millecinquecento persone

A Parigi le succede?

"Dividendo le folle per dieci".

La sua casa però è lì. Non le manca la Francia?

"Mi sento meglio altrove".

Per esempio?

"Più o meno ovunque".

L'università le manca?

"L'ho lasciata nel 1990, dopo avere vissuto il periodo migliore, i decenni fra la metà dei Sessanta e degli Ottanta. Oggi c'è un clima mortifero. Oggi non c'è più una posta in gioco".

La sua attività teorica ne risente?

"Ormai l'eco di un libro non sarà più quella di allora. Siamo entrati in un periodo virtuale, mediatico, dove l'attività intellettuale non ha più modo di svolgersi".

Ma lei è un'autorità mondiale...

"Il che mi è utile soprattutto per esporre le mie fotografie".
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