RASSEGNA STAMPA

15 APRILE 2001
CLAUDIO CAVAZZA
La ricerca farmaceutica in stallo per i falsi timori contro il profitto
Uno dei paradossi della società contemporanea è costituito dai sentimenti di sospetto - che sconfinano sovente in aperta ostilità - che ampi settori dell'opinione pubblica nutrono nei confronti di due aspetti che più di ogni altro conferiscono alla nostra società il suo carattere distintivo: l'economia di mercato guidata dal motivo del profitto e l'apparato scientifico e tecnologico.
A fare le spese di questa doppia avversione dell'opinione pubblica per il mercato e per la tecnologia è soprattutto l'industria farmaceutica, attaccata ormai quasi quotidianamente da tutti i mezzi di informazione (tra gli ultimi attacchi, in ordine di tempo, si è distinto quello dello scrittore John Le Carré, alle cui invettive contro le multinazionali del farmaco ha recentemente dato ampio risalto la stampa internazionale). Alla luce delle considerazioni da cui siamo partiti, che l'opinione pubblica ce l'abbia con le case farmaceutiche è facilmente comprensibile: agli occhi del pubblico, chi produce farmaci commette il doppio peccato di introdurre molte delle temutissime innovazioni tecnologiche, e per di più di farlo in vista del meschino perseguimento dell'interesse individuale, ossia per il più bieco dei fini.
Ci sono ovviamente alcune voci dissenzienti. Un editoriale pubblicato recentemente sull'Economist notava che buona scienza e profitto non sono necessariamente incompatibili, e che, al contrario, costituiscono sovente un'ottima accoppiata. La mappatura del genoma umano è stata portata a termine da un'impresa privata, la Celera Genomics, i cui enormi investimenti erano motivati esclusivamente dai profitti attesi dallo sviluppo commerciale della scoperta. E' ovvio che il semplice fatto che la Celera fosse mossa esclusivamente dalla ricerca del profitto non rende meno interessante l'esito delle sue ricerche (cosa sarebbe cambiato se la mappatura fosse stata portata a termine nei laboratori finanziati dallo Stato?) e, cosa ancora più importante, non la rende potenzialmente meno utile per il genere umano.
Al contrario di quanto sta accadendo da anni negli Stati Uniti, le politiche industriali promosse dai Governi dell'Unione europea, e in particolare dal Governo italiano, sembrano andare, purtroppo, nella direzione contraria. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un rapporto sullo stato dell'industria farmaceutica presentato alla Commissione europea dell'autunno scorso, redatto da tre studiosi italiani (Gambardella, Orsenigo e Pammolli), dimostra chiaramente come l'industria farmaceutica europea stia perdendo terreno rispetto a quella americana. Nel decennio 1988-1997 la percentuale di brevetti rilasciati ad aziende americane, sia nel settore farmaceutico che in quello delle biotecnologie, è passato da poco più del 40% al 45%, consolidando in questo modo la posizione di leadership delle imprese d'Oltreoceano.
Per avere un'idea delle cifre in gioco, è sufficiente notare che il mercato dei farmaci americani ha triplicato il suo valore nel giro di dieci anni, passando da un valore totale di quasi 45mila milioni di dollari del 1989 a più di 130mila milioni del 1999. Nello stesso periodo il mercato tedesco (che è il primo mercato europeo, tallonato da quello francese) si è limitato a raddoppiare il suo valore, passando da quasi diecimila miliardi di dollari nel 1989 a 18mila miliardi del 1999.
Ancora più deprimenti sono le cifre relative al mercato italiano. Pur rimanendo il terzo mercato europeo dopo Germania e Francia, nel periodo preso in considerazione l'Italia ha registrato un incremento inferiore al 50%, passando da poco più di ottomila miliardi di dollari del 1989 a 18 mila miliardi del 1999. Per avere un termine di paragone, è sufficiente notare che nel 1989 l'Inghilterra, quarto mercato europeo dopo l'Italia, aveva un mercato pari a circa la metà dì quello italiano (4.500 miliardi di lire) mentre nel 1999 aveva di fatto raggiunto il nostro Paese.
Sono cifre che devono far riflettere chiunque sia interessato al futuro della ricerca scientifica e tecnologica nei Paesi europei nei settori vitali dell'industria farmaceutica e delle biotecnologie. Perché oltre a poter contare su una rete di collaborazione tra imprese di grande efficienza, e a investimenti nella ricerca di base che non hanno paragoni in Europa, l'industria americana vince anche (e forse soprattutto) grazie alla pura forza delle risorse messe in campo dalle sue imprese. In altri termini, l'esperienza degli Stati Uniti insegna che un mercato ampio e concorrenziale, le cui dinamiche siano regolate dalle scelte dei consumatori piuttosto che dalle logiche politiche, accoppiato a una difesa accurata dei diritti dì proprietà intellettuale, mette a disposizione della ricerca scientifica una quantità di risorse finanziarie che è impensabile rastrellare in altro modo.
I Governi europei, e il Governo italiano in particolare, dovrebbero rendersi conto che l'interesse a lungo termine dei loro cittadini è in larga misura legato a tassi di crescita sostenuti per la ricerca scientifica in tutti i settori farmaceutici. Le politiche che mortificano il mercato e riducono i profitti conducono forse a limitati guadagni immediati (qualche farmaco a prezzo di costo) ma, di sicuro, a una deprimente mancanza di innovazione futura.
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