![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 APRILE 2001 |
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| 119, L. . 22.000). Il suo abbozzo può suscitare qualche legittima perplessità, ma coglie il cuore
della questione. Egli è convinto che le domande su poste non siano quelle giuste: non perché i problemi che
sollevano e le conseguenti spiegazioni che determinano non siano rilevanti, bensì perché nessuna di esse è in
grado di spiegare la portata delle trasformazioni in corso. Anzi, proprio chi teorizza la "fine del lavoro" mostra di non comprendere che "l'idea che il progresso tecnico possa nuocere all'occupazione è di fatto confutata dal semplice esame dei dati disponibili". Ad esempio, se si leggono le serie relative agli andamenti occupazionali nel corso del secolo ventesimo, si nota come non vi sia una contrazione del posto occupato dalla produzione di beni stricto sensu nel volume dell'impiego, bensì come si dia la sostituzione dell'occupazione agricola con quella inerente la produzione dell'uomo per l'uomo: sanità, istruzione, ambiente. Dunque, niente "fine del lavoro". Piuttosto, franca consapevolezza del dissolversi delle figure operaie legate alla produzione di massa fordista. "Al di là delle nude cifre, a colpire maggiormente è la nuova composizione dei luoghi in cui si esercita la professione di operaio. Negli anni Sessanta i tre quarti degli operai lavoravano nell'industria. Oggi, oltre la metà sono impiegati nei servizi (...). I nuovi impieghi operai sono quelli legati al trasporto, alla riparazione, alla manutenzione. (...) La nuova classe operaia, (...), oggi viene reclutata più nei supermercati che nell'industria automobilistica. Essa subisce in tutta la sua forza la pressione del 'cliente'". Ma - e questo è l'aspetto sicuramente centrale del ragionamento di Cohen -, anche qualora si accettasse l'ipotesi estrema di una produzione totalmente automatizzata, la storia economica non sarebbe affatto conclusa, perché i bisogni non possono essere prefigurati a priori. Quando tutti gli oggetti fossero gratuiti, sarebbe l'uomo a costare caro, il "capitale umano", il "tempo umano". Siamo già incamminati lungo questa strada, ma non siamo ancora giunti a questo punto. E c'è di più. I beni che si fondano sul "capitale umano" (ambiente, salute, formazione, insomma: "cura") sono per loro natura "pubblici", cioè prodotti per una comunità, non per il singolo individuo, e in continua espansione. Di qui una dissonanza fondamentale: l'ultra-individualismo che caratterizza il consumo postmoderno "confina senza soluzione di continuità con valori radicalmente pubblici", per i quali il valore del "capitale umano" non è computabile sul metro di riproduzione della forza-lavoro. La sfida posta dal '68 nei confronti del progressivo divario tra mondo produttivo e ricchezza sociale, tra produzione e riproduzione, è andata oltre le previsioni; e se da un lato è ormai accettato il fatto che le ragioni di quella sfida sono in parte finite con l'essere sussunte dal nuovo capitalismo, dall'altro, esse continuano a costituire un problema di fondo, da cui non può prescindere una politica di "regolazione sociale". La stessa dissonanza caratterizza la produzione. Una società sempre più prospera non è affatto una società emancipata dal lavoro: non solo perché l'autonomia richiesta al lavoratore lo obbliga ad una sorta di autosfruttamento, ma anc oratore". Caratteristica importante del libro di Cohen è quella di mostrare come il decesso del capitalismo manageriale (fordista) sentenziato dallo sviluppo dei mercati borsistici non possa essere pensato indipendentemente dalle trasformazioni del mondo produttivo, che si fondano su nuove forme di lavoro, su quella che l'autore definisce l'era del capitale umano. Capitale che appartiene a chi lavora e che egli deve mobilitare, mettere in produzione con tutto se stesso. Capitale umano generico: esterno all'impresa e non finalizzato ad un determinato tipo di sapere; specifico: accumulato da chi lavora nell'ambito dell'impresa; biografico: "capitale di coloro che potremmo chiamare i 'nuovi proletari', ovvero di coloro che non hanno che la propria vita da far valere come 'esperienza'". Insomma, quantunque si possano moltiplicare gli esempi che testimoniano che il progresso tecnologico distrugge posti di lavoro, non si può asserire vi sia una relazione globale tra progresso tecnologico e disoccupazione. Affermazione nient'affatto scontata, che andrebbe discussa con maggiore attenzione, giacché l'aggregazione dei dati occupazionali può sollevare legittime perplessità. E' però importante e comunque "giusta" la conseguenza che se ne trae: il lavoro non è affatto destinato a finire. La colpa del capitalismo rimane la stessa: "non è quella di far lavorare meno le persone, bensì di volerle far lavorare troppo". Dunque, anche al centro della globalizzazione finanziaria vi sono corpi, biografie, soggetti costretti al lavoro. |