RASSEGNA STAMPA

13 APRILE 2001
CORRADO CLINI
Kyoto è il primo passo: la vera svolta con il 2020
Le risposte verranno dalle nuove tecnologie
A Nairobi, i rappresentanti dì 99 Governi hanno dato il "via libera" a tre Rapporti sul clima preparati dal Comitato scientifico intergovernativo sui cambiamenti climatici.
I rapporti che riguardano le previsioni sul futuro del clima nel secolo appena iniziato; gli impatti ambientali, economici e sociali dei cambiamenti climatici, le misure e i costi per ridurre le emissioni dei gas che contribuiscono all'aumento della temperatura, saranno unificati e sintetizzati in un documento conclusivo che verrà approvato a Londra in settembre.
In estrema sintesi, i tre Rapporti mettono in evidenza quattro elementi chiave.
1) Nel corso dell'ultimo secolo la temperatura è aumentata di circa 0,5 gradi centigradi, mentre il livello medio degli oceani è cresciuto di circa 20 cm. Questi aumenti non hanno riscontro negli ultimi 1.000 anni. E sempre, nel XX secolo, la concentrazione in atmosfera di anidride carbonica è aumentata di circa il 30%, raggiungendo i livelli più alti negli "ultimi" 420mila anni (380 partì per milione). Tale aumento, provocato in larga misura dalla combustione di carbone, olio combustibile, gas naturale, benzina e gasolio, è "accoppiato" alla crescita della temperatura.
2) Per quanto persistano margini di incertezza, i modelli previsionali messi a punto nel corso degli ultimi dieci anni consentono di delineare affidabili scenari climatici futuri. Questi modelli assumono come obiettivo di riferimento la stabilizzazione della concentrazione in atmosfera di anidride carbonica, come previsto dalla Convenzione sui cambiamenti climatici adottata nel 1992 e ratificata da tutti i Paesi (il Senato Usa ha ratificato nell'ottobre 1992). Gli "scenari' di stabilizzazione variano in relazione al diverso peso dei fattori considerati dai modelli: crescita dei consumi energetici, crescita della popolazione, sviluppo e impiego di nuove tecnologie a bassa intensità di carbonio o/a "emissioni zero", assorbimento di carbonio da foreste e oceani, aumento e/o riduzione delle emissioni.
La stabilizzazione della concentrazione di anidride carbonica a 450 parti per milione entro il 2100, è considerata il miglior risultato ottenibile, al quale corrispondono un aumento della temperatura sotto i 2°C e crescita del livello del mare mediamente attorno a 15-20 cm.
L'obiettivo di una concentrazione pari a 450 parti per milione è molto ambizioso, perché prevede che - dopo una fase di crescita delle emissioni globali dovuta all'aumento di oltre il 50% dei consumi energetici mondiali - a partire dal 2025/2030 vengono adottate tecnologie e misure che riducono drasticamente (fino a -60%) le emissioni globali.
Gli altri scenari di stabilizzazione presi in esame (550 ppm, 650 ppm, 750 ppm, 1000 ppm) spostano in avanti il 'punto di svolta' (2040, 2050, 2060, 2090), ma tutti e prevedono che la stabilizzazione richiederà drastiche riduzioni delle emissioni.
E, più alta è la concentrazione, maggiori sono gli effetti sulla temperatura (da
2,5 gradi centrigradi a
4 gradi) e sul livello del mare (da
20 cni a
45 cm).
Entro il 2100, senza misure per la stabilizzazione, la temperatura potrebbe aumentare fino a
5,8 gradi, e il livello dei mari cresce di ulteriori 88 cm.: questo è lo scenario peggiore descritto.
3) Maggiore sarà l'aumento della temperatura, più elevati sono i rischi di "anomalie climatiche" ed eventi climatici estremi, in particolare alluvioni e siccità, anche associati alle variazioni del regime dei monsoni o in concomitanza con il ciclone El Nido. I Paesi in via di sviluppo sono maggiormente esposti ai rischi e agli effetti economici, sociali e sanitari di alluvioni e siccità, e la modificazione del clima richiederà consistenti misure di adattamento.
4) La stabilizzazione della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera richiede misure nel breve periodo (entro il 2020) per rallentare la crescita delle emissioni globali, e misure innovative di 'svolta' dal 2020 per rispondere alla crescente domanda di energia con tecnologie a bassa intensità di carbonio o alternative ai combustibili fossili.
Le misure di breve periodo, prevalentemente legate all'impiego delle tecnologie più efficienti e allo sviluppo delle fonti rinnovabili, e alla coltivazione delle foreste per aumentare la capacità di assorbimento del carbonio atmosferico, saranno tanto meno onerose quanto più verranno utilizzati i meccanismi di mercato. Ad esempio, per ridurre le proprio emissioni ai livelli del 1990 (come richiesto dalla Convenzione sui cambiamenti climatici) i Paesi maggiormente sviluppati dovranno sostenere costi compresi tra lo 0,2% e il 2% del prodotto interno lordo, se adotteranno unicamente misure interne; se, invece, potranno utilizzare senza limiti il mercato internazionale dei permessi di emissione, i costi si dimezzeranno.
Nel medio e lungo periodo, i costi di investimento per le tecnologie "di svolta" saranno ripagati sia dai "costi evitati", sia dallo sviluppo di una economia di scala nella quale queste tecnologie diventeranno di uso comune.
Una, considerazione finale.
Alla luce dei Rapporti adottati a Nairobi, il Protocollo di Kyoto rappresenta uno strumento transitorio per contenere la crescita delle emissioni globali: il Protocollo infatti impegna solo i Paesi maggiormente sviluppati a ridurre le proprio emissioni del 5,2% entro il 2012.
Mentre, gli obiettivi di stabilizzazione della concentrazione di anidride carbonica richiedono che, al più tardi dal 2020/2030, si adottino misure globali per raggiungere riduzioni di almeno il 50%-60% entro il 2100.
In questa prospettiva il Protocollo di Kyoto potrebbe essere lo "start-up" di un processo radicale di innovazione tecnologica, orientato a formare risposte nuove nel mercato mondiale dell'energia, nel quale Cina, India, Brasile avranno un ruolo prevalente già dal 2020.
Ma, per svolgere questo ruolo, l'attuazione del protocollo dovrà privilegiare l'utilizzazione dei meccanismi di mercato per la promozione e la 'disseminazione globale" delle nuove tecnologie dovrà ridurre al minimo indispensabile il "peso" delle procedure di controllo, dovrà soprattutto evitare la costituzione di una sorta di amministrazione internazionale "sovraordinata" alle politiche energétiche nazionali e al mercato mondiale dell'energia.
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