E, nel laboratorio,
sotto la scoperta niente| Ricerche
in corso annunciate dai media
come clamorosi risultati, complici
non sempre inconsapevoli
professori e luminari. Dall'eclatante
caso Folkman sulla "certezza"
di vincere il cancro ai "trucchi"
per farsi pubblicità. Viaggio
nel malcostume che promette e illude
E, nel laboratorio,
sotto la scoperta niente |
| ComeE un hot dog, un cheeseburger o un bocconcino di pollo fritto. Come un pranzo fast food, un fazzoletto di carta, un bicchiere di
plastica. Anche la scienza è arrivata al traguardo dell'usa e getta. Come si conquista il primo risultato di una ricerca, scatta la corsa
per mandarlo in pasto a giornali, tv, Internet, agenzie di stampa. In un baleno, dal laboratorio di un'università arriva sulle prime pagine
dei quotidiani. E in quel momento, puntuali, gli scienziati fanno partire gli attacchi: criticano i titoli, accusano i giornali di stravolgere
l'anima dei lavori, di illudere la gente. Ma perché, allora, le grandi riviste scientifiche ogni mese anticipano alle agenzie di stampa
internazionali i lavori più "appetibili"? Mettendo insieme le autostrade della scienza con i lavori in corso. Le opere d'arte finite e le
bozze d'autore. Rischiando spesso di generare dolorose speranze.
Uno degli ultimi casi di clamore internazionale è targato Usa. Domenica 3 maggio 1998: sulla prima pagina del New York Times,
con grossa evidenza, sono annunciati i risultati di una ricerca condotta dal professor Judah Folkman. Lo scienziato aveva scoperto,
lavorando sui topi, che certe proteine possono sopprimere un tumore impedendo ai vasi sanguigni di portargli nutrimento. Di punto in
bianco il professore di chirurgia alla Harvard Medical School e al Children's Hospital di Boston venne catapultato nel gran circo delle
dichiarazioni. Lui schivo, lui che per oltre 30 anni aveva lavorato nel suo laboratorio (265 pubblicazioni scientifiche) affidando sempre
ogni decisione alle autorità sanitarie. Fino all'uscita dell'articolo sul giornale Folkman era un professore che aveva chiesto (spesso
invano) finanziamenti per la sua ricerca. Uno scienziato senza lustrini e senza piume che, con i colleghi, si divertiva anche a
minimizzare il suo lavoro. In prima pagina il professore è arrivato con un progetto di comunicazione ben studiato. A tessere per
primo le sue lodi è stato uno dei padri della scienza moderna, James Watson, vincitore del premio Nobel con Francis Crick per aver
scoperto la struttura del Dna. Queste le sue parole nell'articolo: "Judah curerà il cancro in due anni, sarà ricordato fra i grandi
scienziati come Charles Darwin". In America, subito dopo l'uscita dell'articolo, partì una campagna stampa che mise in discussione
anche la portata della ricerca. Si scatenarono tutti: dagli scienziati agli operatori di borsa che rivelarono i retroscena del boom a Wall
Street dei titoli delle case farmaceutiche produttrici delle sostanze utilizzate da Folkman. Sul banco degli imputati venne fatta
sedere l'autrice dell'articolo, Gina Kolata (la più nota delle giornaliste mediche statunitensi) già pronta, a pochi giorni dalla
pubblicazione sul giornale, a scrivere un libro sul professore. Con Folkman che, da vero animale di laboratorio, continuava a ripetere:
"Passare dal topo all'uomo è un grosso salto, che spesso fallisce". Un amico malato di cancro gli chiese di provare la terapia su di
lui ormai allo stadio terminale. Lo scienziato rispose no. La sperimentazione è partita all'inizio del Duemila e si sta ancora
lavorando.
Ecco come si confeziona il fast food della ricerca. Ecco come si ingenera la sete di novità che fa lievitare titoli, servizi televisivi, fa
diventare "scoop" anche un lavoro che, magari per gli addetti ai lavori, non è poi così rivoluzionario. Proprio sulle pubblicazioni
scientifiche sta cominciando a calare una pioggia di critiche. Arrivano dall'interno dei laboratori. L'ultima ad alzare la voce, come ha
riportato un giornale italiano specializzato, il Farmacista, è la rivista francese Eureka. Gli autori dell'articolo avrebbero individuato
una decina di "trucchi" che si nascondono nella foresta delle ricerche: dalla pubblicazione multipla dello stesso lavoro, magari
cambiando un solo dettaglio, alla citazione nello studio del nome di chi non ha partecipato, fino all'astuzia del lancio nel mondo
dell'informazione di massa. Importante è farsi "pubblicità". Perché questa, ormai, vale più di una pubblicazione di settore, più di un
encomio accademico. Tanto che, negli ultimi anni, molti istituti di ricerca, università comprese, si sono dotati di uffici con il compito
di diffondere l'attività scientifica.
Paolo Di Fiore, ordinario di Patologia generale all'università di Milano e Direttore di divisione all'Istituto europeo oncologico, affronta
la ricerca con foga partenopea e pragmatismo made in Usa, dove ha lavorato per oltre 10 anni: "Guadagnare visibilità può portare
anche un vantaggio economico, diciamolo. Ma è difficile quantizzare. E', invece, molto facile prevedere gli effetti che aspettative
esagerate possono provocare. Capisco, però, che da noi la "pubblicità" è quasi obbligatoria. Per colpa dell'attitudine ascientifica che
pervade da sempre il nostro paese. Solo da pochi anni si sostiene davvero la ricerca. Spesso, quella della pubblicità, è l'unica strada
per farsi sentire. Attenzione, però, alla smania di protagonismo". Tra i ricercatori c'è chi propone una carta di autoregolamentazione,
una sorta di neocodice da far rispettare in ogni parte del mondo.
Il conto dei lavori che vengono pubblicati ogni anno sulle riviste top, come Cell, Nature, Science e New England Journal of Medicine,
sfiora i duemila. Se per tutti, da qui a qualche anno, si usasse lo stesso trattamento, avvertono gli scienziati, il mondo
dell'informazione sarebbe invaso ogni giorno solo dalle "voci" dei laboratori.
"Certe volte mi sembra che la ricerca subisca lo stesso pessimo trattamento di alcuni prodotti alimentari - scherza Antonio G. Rebuzzi, cardiologo co-editor della rivista Italian heart journal -. Vi è mai capitato che qualcuno tenti di spacciare le uova di lompo
per caviale? I gourmet dicono che, ai meno esperti, può accadere. In alcune occasioni, mi sembra che la scienza del nuovo
Millennio, strizzando l'occhio più allo stupore barocco che alla sostanza, non ci serva il "piatto" promesso. Grandi annunci poi,
quando l'esperto "assaggia", scopre che il sapore è un altro. Peccato". |