Politica senza identità| L'individuo davanti allo stato |
| La politica è una categoria antropologica, una dimensione
costitutiva dell'uomo, oppure un evento storico nato
nell'antica Grecia e oggi in via di estinzione? A porre in tutta
la sua radicalità questa domanda è Giacomo Marramao in
Dopo il Leviatano. Individuo e comunità (Bollati
Boringhieri, pagg. 444, lire 60.000), dove i problemi del
nostro tempo sono irradiati dalle figure portanti e istitutive
della cultura occidentale, di cui in piena luce vengono le
interne coerenze e le intime contraddizioni. La politica nasce
in Grecia per effetto di quella sostantivizzazione degli
aggettivi per cui nascono le nozioni di "giusto", di "bello", di
"buono" e quindi anche di "politico", che originariamente era
un aggettivo che qualificava quella tecnica il cui compito era
di armonizzare le tecniche fra loro. A presiedere le singole
tecniche è infatti quella ragione, che oggi chiamiamo
"strumentale", per cui, per realizzare certi scopi, occorrono
certi mezzi. Ma quali scopi occorra realizzare è un
problema che non riguarda la competenza delle singole
tecniche e perciò occorre quella "tecnica regia", come la
chiama Platone: "capace di far trionfare una giusta causa
attraverso il coordinamento e il governo delle tecniche"
(Politico, 304 a). Modello ispiratore della politica è la
natura che il greco pensa come cosmo ordinato, in cui gli
opposti trovano la loro composizione. Con l'avvento del
cristianesimo il modello non muta. Semplicemente l'ordine
del cosmo diventa l'ordine di Dio, e la politica si sottomette
a quell'universalismo non più cosmico ma teologico-morale,
per cui indifferente diventa dire "uomo" e dire "cristiano",
come ancora vorrebbero il cardinal Ratzinger, il cardinal
Biffi e i loro seguaci. Con l'età moderna la natura muta volto
e da cosmo ordinato, dove gli opposti trovano la loro
composizione, diventa laboratorio, sezione dell'universo
fisico ritagliabile per gli esperimenti. Analogamente la
politica cessa di essere quel governo deducibile dall'ordine
del cosmo o dall'ordine di Dio, per diventare con Hobbes
contratto tra gli uomini pensati come individui che, per
ridurre i conflitti, delegano alla sovranità una parte della loro
libertà. La politica perde la sua fondazione "naturale" o
"teologica" per diventare, come dice Machiavelli, uno status
rei publicae, uno "stato di fatto", da cui il nome "Stato". Da
allora lo "stato politico" diventa espressione di quella
razionalità che deve difendere l'uomo da quello "stato di
natura" dove ciascuno è lupo nei confronti dell'altro uomo
(homo homini lupus) con conseguente danno collettivo. La
legge che il politico emana non si ispira più alla verità della
natura, né alla verità di Dio, ma a quella "tecnica neutrale"
che ha in vista la neutralizzazione dei conflitti. La
subordinazione platonica della tecnica alla politica subisce
un capovolgimento, perché è la politica stessa a presentarsi
con il volto neutrale della tecnica. Ma la tecnica,
sviluppando se stessa, deterritorializza e sradica, togliendo
alla politica quella sua dimensione tradizionale di tipo
spaziale che è il territorio. Non conoscendo confini al suo
esercizio e al suo sviluppo, la tecnica oltrepassa la nozione
di "città" e di "Stato", su cui la politica ha edificato se stessa,
rendendo inservibili le antiche mappe che, se non
aggiornate, più non servono a riprodurre la nuova fisionomia
del paesaggio. Infatti, ora che il mondo è divenuto villaggio
globale, ora che l'Occidente ha esportato il proprio
concetto mon-archico di politica dove tutto e tutti sono
guardati e visti solo sotto il profilo della quantità, le
differenze esplodono e grande si fa l'incomunicabilità tra il
bianco e il nero, tra l'occidentale e l'orientale, tra il popolo
del Nord e il popolo del Sud che la ragione unificante
dell'Occidente fatica a conciliare. Ma il mancato
riconoscimento delle differenze non crea solo steccati di
incomunicabilità tra i popoli, ma, all'interno della stessa città,
sempre più cosmopolita, tra le differenti comunità. Qui
l'Occidente, per il carattere mon-archico, o come dice
Marramao mono-teista della sua ragione e della sua
concezione della politica, è assolutamente impreparato,
perché la differenza, che un tempo incominciava ai confini
della città e si risolveva con il trattato o con la guerra, ora è
all'interno della città, di ogni città divenuta un concentrato di
mondo. La Rivoluzione francese aveva trovato uno
strumento teorico per affrontare questo problema, ma la
storia successiva l'ha smarrito. Infatti, delle tre parole
inaugurate dalla rivoluzione: libertà, uguaglianza, fraternità, le
prime due hanno avuto successo perché, essendo
compatibili con la natura quantitativa della democrazia,
hanno generato rispettivamente la liberaldemocrazia e la
socialdemocrazia. E della fraternità che ne è stato? E che
cosa davvero significa? Non c'è dizionario che ne renda
ragione, neppure il grande Dizionario della politica edito
dalla Utet a cura di Bobbio, Matteucci e Pasquino. Il
motivo è semplice. Si è fratelli per ragioni di sangue, perché
unica è la madre, unica la matrice, unica la psiche intima,
profonda, tribale. Sangue, madre, matrice, psiche, tribù non
sono concetti razionali e, come testimonianze di radicali
differenze qualitative, mal si accordano con lo stile della
razionalità occidentale che conosce solo la dimensione della
quantità. Per questo la politica occidentale stenta a parlare
con le differenze culturali che un tempo incontrava ai propri
confini e ora nelle proprie città. Come sguardo puramente
quantitativo la ragione occidentale e la politica che la
esprime faticano a riconoscere le differenze qualitative,
quindi le identità specifiche, quindi le appartenenze, a cui
invece risponde la nozione di "fraternità", che garantisce il
riconoscimento della comunità e, attraverso la comunità,
dell'individuo che alla comunità appartiene. La democrazia
come comunità quantitativa che misconosce, per esigenze di
razionalità, le differenze qualitative delle comunità potrà fare
un passo avanti solo recuperando e ricominciando a
pensare quel concetto, dai profondi sfondi irrazionali, che
risponde al nome di "fraternità". Allora, ma solo allora,
potremo veder risorgere quegli dèi che, a sentir Nietzsche,
"morirono dal gran ridere quando udirono un dio che diceva
di essere il solo". Il riferimento non è tanto al dio
ebraico-cristiano, quanto e soprattutto allo stile mono-teista
della ragione occidentale, ben simboleggiata, in sede politica
dal Leviatano, il mostro biblico che Thomas Hobbes eleva a
emblema dello Stato, il "Dio mortale", la megamacchina
statuale che ha segnato il destino della modernità in
Occidente. Questo "gelido mostro", come lo chiamava
Nietzsche, perché menzognero e insensibile alla varietà del
divenire e della vita, oggi sembra crollare sulle sue macerie,
per effetto dell'avanzare del dominio della tecnica, che toglie
al Leviatano il solido terreno su cui era edificato il suo
potere: il territorio. "Morte di Dio" e "Morte dello Stato"
sono per Marramao i tratti che caratterizzano l'epoca del
"dopo Leviatano" in cui si assiste alla pluralizzazione della
politica, a cui già alludeva Max Weber con la nozione di
"pluralismo dei valori". Il libro di Giacomo Marramao
affronta con radicalità ed estrema lucidità questi temi nel
tentativo di segnalare con forza che la politica è qualcosa di
decisamente più drammatico e inquietante della miseria in
cui versa là dove si discute delle giravolte del "centro". La
città ormai è decentrata e le comunità che la popolano,
chiuse in se stesse, non hanno ancora trovato una piazza in
cui diventa possibile incontrarsi. Ma il futuro è in
quest'incontro, dove il diritto di appartenenza (la fraternità)
possa conciliarsi con i diritti di uguaglianza e libertà. Qui la
ragione non basta. Abbiamo bisogno di una radicalizzazione
del concetto di "pace" che la politica occidentale,
nonostante la pace al suo interno, fatica ancora a reperire ai
suoi confini. Oggi ben pochi si dichiarano a favore della
guerra, quasi nessuno si proclama amante della guerra, ma
tutti sembrano desiderare ciò che solo con la guerra
possono ottenere. Quando a Bismarck chiesero se, allora,
voleva la guerra, rispose: "Ovviamente no. Voglio la
vittoria!". Molti capi politici vogliono lo stabilirsi di una pace
gravata da vergognose ingiustizie, preferendo entrare nelle
nazioni altrui a poco a poco, senza incontrare resistenza. Da
questa paradossale confusione dei valori, dalla loro
deformazione e commercializzazione prende avvio
l'appassionato libro di Giuseppe Goisis che ha per titolo
Eirene. Lo spirito europeo e le sorgenti della pace (Gabrielli
Editori, via Cengia 67, San Pietro in Cariano (VR), pagg.
380, lire 48.000). Il filone "barbaro" della modernità nata
con il Leviatano di Hobbes, sottolinea continuamente
l'onnipotenza della guerra e, più in generale, della violenza:
"Con le baionette si può fare di tutto, tranne che sedercisi
sopra", dice il moralista cinico. Il bel libro di Goisis prova a
sfatare il mito del primato della guerra e della violenza,
mostrandone le connessioni con quell'Occidente che,
dall'Iliade alla Guerra del Golfo, da Achille a Bush, ha
affermato, con ossessiva coerenza, la decisività della forza
e, alla bilancia della forza, la decisività della propria
potenza. A parere di Goisis, dall'Occidente si distingue il
miglior spirito europeo, giudicato ancora capace di
percepire le grandi sfide storiche. Non l'Europa soffocata
dal costume mercantile, nella quale solo le scogliere di
Dover sembrano non ancora in vendita, ma l'Europa
dell'umanesimo dell'altro uomo e della convergenza nella
diversità: la patria delle differenze. Di questo miglior spirito
europeo si invoca la ripresa, proprio nell'ora notturna nella
quale si manifesta il rischio di una grande "balcanizzazione",
perfino di una "balcanizzazione" della stessa cultura e
dell'ideale di razionalità che ha pervaso l'Europa. Di questa
razionalità non c'è più traccia secondo Alessandro Dal Lago
che apre il numero 298 della rivista Aut Aut dedicato a "La
politica senza luogo", perché la globalizzazione mina alle
basi l'idea stessa di cittadinanza, facendo implodere la
funzione di rappresentanza politica. Con la globalizzazione,
infatti, scrive Dal Lago, "il potere non è soltanto plurale, ma
ubiquo, introvabile, al limite assente, e in quanto assente
essenzialmente stupido. Parlare di "stupidità" significa dire
che le teorie tradizionali della razionalità strategica (come
quella weberiana, almeno in una versione semplicistica) oggi
sono semplicemente inutilizzabili". Si considerino ad
esempio le sanzioni contro l'Iraq con i loro effetti letali su
una popolazione civile già prostrata da vent'anni di conflitti.
Chi ne porta la responsabilità? L'apparato militare
americano? La Nato che coopera al mantenimento della
supremazia militare occidentale? I produttori di armi e di
tecnologia militare? L'Opec o le multinazionali che
producono e vendono a qualsiasi titolo beni materiali e
immateriali (dal software alle razioni di campo) necessari
alla continuazione della guerra aerea con conseguente
genocidio di fatto? Le imprese pubbliche e private che
collaborano con le organizzazioni politiche e militari?
Trovare un luogo del potere responsabile del genocidio
iracheno è impresa impossibile. Così come è impossibile, a
distanza di un anno, individuare chi ha veramente deciso la
guerra contro la Federazione jugoslava, quale potere l'ha
autorizzata, quali vantaggi strategici e politici se ne volevano
ricavare. Ecco "la politica senza luogo", quella "dopo il
Leviatano" dove gli Stati hanno ceduto la loro sovranità
economica, finanziaria e militare a entità trasnazionali che
nessuno ha eletto e le cui finalità sono in gran parte
sconosciute, o addirittura a poteri trasversali come le
organizzazioni criminali internazionali che, lungi dall'essere
manifestazioni di mere "barbarie", sono perfettamente
integrate nel sistema del potere mondiale in vaste aree del
pianeta. Negli interstizi di questa "politica senza luogo" tra i
confini degli Stati flottano milioni di individui che con la loro
stessa esistenza contestano l'idea di cittadinanza elaborata
dagli Stati occidentali negli ultimi tre secoli. La "turbolenza
delle migrazioni" non sta, come pensano Haider, Bossi e il
cardinal Biffi, nella minaccia che i migranti costituirebbero
per l'assetto democratico e culturale delle società di
immigrazione, ma, come scrive Dal Lago, "nella pretesa
concreta esercitata da milioni di persone di sfuggire al
destino assegnato loro nella divisione economica del lavoro
mondiale". Per cui è possibile dire che l'emigrazione
rappresenta una contestazione nei fatti dell'articolazione dei
poteri degli Stati-nazione sul territorio globale. Il terzo
millennio si apre dunque con una politica senza luogo
perché deterritorializzata, e al tempo stesso onnipresente
perché indirettamente circola come denaro universale. Tutto
ciò sfida la nostra immaginazione e la nostra ragione,
obbligandoci a ridefinirci senza sosta e a ricollocarci. "Dopo
il Leviatano", questa è ormai la nostra storia. |