RASSEGNA STAMPA

7 APRILE 2001
FRANCO VOLPI
Mainländer una filosofia da suicidio
Un pensatore ottocentesco da poco riscoperto
Il 31 marzo del 1876 Philipp Batz ebbe finalmente in mano la prima copia fresca di stampa della sua vasta Filosofia della redenzione a cui aveva lavorato con febbrile dedizione. Il trentaquattrenne filosofo vi presentava, con lo pseudonimo di Philipp Mainländer, la summa del proprio pessimismo e suggeriva quale soluzione di tutti i problemi dell'universo il suicidio. La pubblicazione dell'opera era l'ultimo atto che il giovane filosofo attendeva per congiungere in modo definitivo la sua vita al suo pensiero, mostrando con l'esempio che delle cose davvero importanti ­ tale era per lui la dottrina del pessimismo ­ non si deve dare solo dimostrazione ma anche testimonianza. Con teutonica coerenza, nella notte fra il 31 marzo e il 1 aprile si strinse un cappio al collo e si impiccò.
L'opera suscitò nell'immediato l'interesse del pubblico, ma poi fu rapidamente dimenticata. La possiamo ora rileggere nell'edizione degli scritti di Mainländer curata da Winfried Müller-Seyfarth (Schriften, Olms, 4 volumi, pagg. 2150), autore anche di una presentazione d'insieme del nostro (Metaphysik der Entropie, VanBremen, pagg. 210) e di una storia della sua fortuna (Die modernen Pessimisten als décadents, Königshausen & Neumann, pagg.182). Un accattivante invito alla lettura di Mainländer viene anche dalla brillante, quasi romanzata storia del Nulla di Ludger Lütkehaus (Nichts, Haffmans, pagg. 776). E soprattutto da Offenbach, città natale del filosofo, che gli dedica il 7 aprile una giornata di studi.
Mainländer, ultimo dei cinque figli di un imprenditore, aveva frequentato le scuole commerciali ed era stato mandato a Napoli per un tirocinio. Vi rimase quasi sei anni, dal 1858 al 1863, facendo le due esperienze decisive che lo spinsero alla filosofia e alla poesia. Nel 1860 scoprì in una libreria il Mondo come volontà e rappresentazione, se ne entusiasmò e diventò schopenhaueriano. Analogamente ­ nel frattempo aveva imparato l'italiano alla perfezione ­ si innamorò di Leopardi e, imitandone i versi, portò alla luce la vena poetica che nascondeva in sé.
Architettò un sistema filosofico in cui concentrò il pessimismo dei suoi due maestri: una ontologia negativa, una metafisica nera, basata sul principio secondo cui "il non essere è preferibile all'essere". Come Schopenhauer, Mainländer pensa che noi non conosciamo la cosa in sé ma solo apparenze, e che perciò il mondo non è che una mia rappresentazione. Tuttavia, mentre per Schopenhauer la cosa in sé è "Volontà di vita", concepita come forza cieca, universale, superindividuale, Mainländer sostiene invece che essa è "volontà di morte" individuale, presente in tutti gli esseri. In un certo senso anticipa l'impulso di morte freudiano.
Ma da dove scaturisce tale spinta disgregatrice? Mainländer propone un'ardita congettura teologico-metafisica: essa nasce dal processo attraverso il quale la sostanza divina originaria ­ termine che egli riprende da Spinoza, altra scoperta fatta a Napoli ­ trapassa dalla sua unità trascendente alla pluralità immanente del mondo. E afferma: "Dio è morto e la sua morte fu la vita del mondo", coniando per primo un'espressione che sarà resa famosa da Nietzsche. A uccidere Dio non fu però l'uomo, come affermerà Nietzsche, ma è Dio stesso che si dà la morte seguendo l'impulso in lui connaturato a passare dall'essere al nulla. In verità, Mainländer intende essere fedele all'immanenza, e nega con Kant che si possa conoscere la natura del principio divino trascendente. Professa anzi un "ateismo scientifico" per il quale l'essenza di Dio è inconoscibile.
Nondimeno ritiene che noi possiamo pensare l'origine del mondo "come se essa fosse il risultato di un atto di volontà motivato", per così dire l'effetto di un'azione della trascendenza, altrimenti per noi inconoscibile, e precisamente come l'atto mediante il quale la trascendenza, ossia il "superessere" che sta oltre l'essere e precede il mondo, si dissolve nell'immanenza del mondo, quindi nel non essere. La genesi del mondo ha origine dalla volontà divina di passare dal superessere, attraverso l'essere del mondo, fino al nulla. È il suicidio, l'"autocadaverizzazione" di Dio.
Ciò che noi vediamo nel mondo è la manifestazione di tale volontà di autoannullamento di Dio. Mainländer trasforma e radicalizza il pessimismo schopenhaueriano in una "metafisica dell'entropia", da cui ricava con coerenza tutto il suo pensiero: la sua fisica, la sua filosofia della storia soggetta alla legge universale del dolore, la sua politica, la sua etica, la sua difesa della verginità e del suicidio quali negazione della volontà. In questa scelta radicale egli vede la possibilità di una "redenzione dall'esistenza", la disingannata speranza di potere alla fine "guardare negli occhi il Nulla assoluto". Speranza che egli si affrettò a esaudire da sé, senza aspettare il capriccio di Madre Natura.
Ci fu un epilogo alla sua storia, che la rese ancora più triste.
La sorella Minna, che lo aveva seguito nei suoi studi filosofici, e che con lui aveva composto il dramma Gli ultimi Hohenstaufen, raccolse i saggi lasciati dal fratello ­ tra cui uno sul buddhismo e uno che sviluppa l'etica schopenhaueriana della tolleranza e della solidarietà in un socialismo filantropico ­ e nel 1886 li pubblicò come secondo volume della Filosofia della redenzione. Quindi si suicidò anche lei.
A fine Ottocento Mainländer era considerato, assieme a Eduard von Hartmann e Julius Bahnsen, uno dei grandi esponenti della "Scuola del pessimismo" nata dalla filosofia di Schopenhauer e allora molto seguita. Ma nel giro di pochi anni finì per essere dimenticato. La sua opera è stata nondimeno oggetto di solitarie ma significative rivisitazioni.
Non solo Nietzsche, che, impressionato dalla Filosofia della Redenzione, scriveva: "Abbiamo letto molto Voltaire, ora tocca a Mainländer". Anche Alfred Kubin, Borges e Cioran si sono interessati dell'opera di questo moderno Egesia, teutonico "persuaditor di morte".
Oggi il maggior promotore del suo culto è il menzionato MüllerSeyfarth, che scrive sul proprio biglietto da visita: "dottore in filosofia, tanatologo". Dirige in effetti a Berlino la principale impresa funebre della capitale, con una quarantina di collaboratori, interpretando la sua professione con devozione quasi religiosa secondo la filosofia di Mainländer, ossia aiutando i propri clienti e i loro congiunti, con le tecniche della consolazione e l'arte del ben morire, a gestire nel migliore dei modi il doloroso trapasso dall'essere al non essere.
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vedi anche
Storia della filosofia