Le due rive di WittgensteinUna tensione costante tra la dimensione angusta dell'ordinario e le inquietudini della riflessione filosofica Lo scopo non è passare da una parte all'altra ma immergerci nel fiume per ritrovarci poi risanati, sulla terra: non importa su quale sponda |
| Dalla pubblicazione del mio Claim of Reason in poi è stato più volte
affermato, tanto da parte di critici a me vicini quanto da altri meno
amichevoli, che io rappresento una voce alternativa nella filosofia. E
sebbene io non abbia mai provato ad accertare la misura o l'entità di
questa mia differenza o stranezza, so che mi sarebbe piaciuto
chiedere quale fosse questa misura o entità. Dopotutto è sempre
esistita una certa tradizione di voci alternative nei confronti dei
governi vigenti della filosofia, voci, per citare alcuni illustri esempi in
età moderna, che tendevano ad avvicinare il filosofare ad aspirazioni
religiose, Pascal, Kierkegaard, o la cui inclinazione era molto più
letteraria di quanto la filosofia accademica avrebbe gradito,
Montaigne, Emerson, Nietzsche, figure queste che esercitano
spesso un'attrazione nei confronti dei giovani impegnati. Per alcuni,
la novità delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein era la
dimostrazione di un'esistenza allo stesso tempo interna ed esterna al
sistema della filosofia professionale. Una misura della mia personale
differenza potrebbe essere fornita dal modo in cui io leggo questo
testo.
In pratica, sui passi più chiaramente letterari delle Ricerche (come
per esempio, "se un leone potesse parlare noi non potremmo
capirlo") si sono concentrati coloro già orientati verso la dimensione
letteraria; tuttavia, benché non siano stati ignorati dalla maggior parte
dei filosofi, certamente quei passi non sono stati usati come pietra di
paragone per la correttezza della loro interpretazione delle idee di
Wittgenstein. Dal momento che mi sembrava che nessuna di queste
due pratiche rendesse giustizia a quel preciso aspetto che più mi
interessava nel testo di Wittgenstein, ho usato (in un saggio intitolato
"L'estetica del quotidiano nelle Ricerche") la seguente immagine per
la sua filosofia. L'immagine di un filosofare che si muove
incessantemente tra una riva più vicina e una riva più lontana, in cui
quella vicina indica l'ordinario a cui Wittgenstein fa appello, così
come anche le confusioni e il disorientamento a partire dalle quali
scaturisce il suo richiamo all'ordinario, mentre la riva lontana indica le
aspirazioni, quel fervore per l'assenza del dubbio di cui si nutre la
filosofia e che può condurre ora a soddisfazioni illusorie e
metafisiche, ora a quella pace momentanea che Wittgenstein chiama
rappresentazione perspicua (ubersichtliche Darstellung). L'immagine
dell'altra riva intende affermare che al testo di Wittgenstein non si
rende giustizia fino a quando non si riesce a vedere in esso sia il
carattere fondamentale dell'ordinario sia quel diritto all'inquietudine
connaturato alla filosofia che è strettamente legato alla critica
dell'ordinario in quanto tale. L'immagine implica di leggere il testo
confrontandolo con l'affermazione di Wittgenstein secondo cui "ciò
che noi facciamo è ricondurre le parole dal loro uso metafisico al loro
uso quotidiano"; il che suggerisce che il nostro scopo non è quello di
passare da una riva all'altra (cosa che non sarebbe un ritorno), ma di
trasformare l'idea che abbiamo del luogo in cui ci troviamo, per
esempio la nostra esistenza; suppongo che ciò significhi immergersi
nel fiume sapendo che, ogni volta, ci si deve ritrovare sulla terra
ferma. Ognuna delle rive a cui si approda designa comunque un
risanamento.
Questo piccolo mito della filosofia è illuminante per me, specie per
l'importanza che riveste il modo in cui, all'inizio del mio Claim of
Reason, affronto l'idea di criterio. Nei miei primi scritti su
Wittgenstein, risalenti ormai a circa quarant'anni fa, affiancavo la sua
idea di grammatica alla logica trascendentale di Kant, ritenendo che
fornisse le condizioni di possibilità di ciò che sappiamo sull'esistenza
delle cose. Ma l'idea wittgensteiniana di criterio è in realtà un
abbandono di quella struttura kantiana che intendeva proteggerci
dalle illusioni risultanti dal nostro inevitabile lottare contro questi
elementi, poiché per Wittgenstein, infatti, un criterio (perché una
certa cosa per esempio sia semplice, o perché sia un tavolo, o
perché sia il dolore sentito da un altro) è qualcosa che dobbiamo
avere il potere di rifiutare, o di cui possiamo diventare
ragionevolmente insoddisfatti, e che possiamo poter estendere;
altrimenti il linguaggio non avrebbe la profondità che ha; tutto ciò che
sapremmo delle parole sarebbe ciò che ci è capitato di apprendere di
esse (che questa particolare cosa è dolore, è un tavolo, è semplice),
ma non che anche quest'altra cosa, assai diversa, è dolore, e così
via. Lo scetticismo non sarebbe dunque una minaccia. Perché per
noi non ci sarebbe che un primario bisogno umano gli uni degli altri e
un primitivo interesse gli uni per gli altri (come avviene nella
descrizione dei due muratori nella seconda pagina delle Ricerche).
Si potrebbe dire che il mio libro procede in modo concentrico,
traendo continuamente contenuti morali da tali considerazioni. In
seguito, su questa base, proprio in quel saggio sull'estetica delle
Ricerche, mi è stato possibile ricavare il ritratto wittgensteiniano del
soggetto moderno come estraneo a se stesso, deluso di se stesso,
tormentato, distorto, perduto, malato, soffocato, ritrovando per
ognuno di questi caratteri una radice precisa in passi specifici delle
Ricerche filosofiche. Inoltre, nel saggio "Declining Decline", ho
considerato che questo testo dia luogo a una sorta di filosofia della
cultura, prendendo i piccoli drammi di fuga dall'ordinario che vi sono
descritti come una cronaca dei nostri giorni, e le nostre ripetute
disfatte filosofiche personali come versioni in miniatura del declino
descritto da Spengler nel passaggio dalla cultura alla civilizzazione;
declino però che Wittgenstein a sua volta declina, poiché radicato nel
modo in cui noi viviamo la nostra forma di vita.
Infine, ritengo che questa perpetua lotta dell'ordinario con se stesso,
come per esempio nell'accettazione e nella distruzione dei nostri
criteri, produca una sorta di secolarizzazione della descrizione data
da Pascal dell'irrequietezza spirituale: "L'unico essere che conosce
la natura, la conoscerà dunque al solo scopo di ritrovarsi infelice?...
Non è necessario che egli non veda assolutamente nulla, né che
veda a tal punto da credere di possedere Dio, ma egli deve vedere a
sufficienza per sapere di averlo perduto. Infatti, per sapere che si è
perduto qualcosa si deve vedere e non vedere: tale è precisamente lo
stato di natura. Qualunque strada egli prenda, io non gli lascerò
pace" ("Pensieri", n. 449, edizione Lafuma). In via molto generale,
ritengo che tali sviluppi e associazioni mi consentano di perseguire la
mia idea della filosofia in quanto disponibilità alla replica, non a
parlare per primi, ma a sentirsi interpellati, in quanto volontà di
resistere fino a che il conflitto non trovi una tregua. E questo ha
significato consentire a me stesso di sentirmi interpellato da eventi e
da testi che non sono tipicamente connessi ai problemi ritenuti
d'interesse filosofico, inducendomi così talvolta a considerare testi di
Poe, Emerson o Beckett, per esempio, ma anche una tragedia di
Shakespeare o un balletto di Fred Astaire, come capitoli della
filosofia. |