RASSEGNA STAMPA

1 APRILE 2001
STANLEY CAVELL
Le due rive di Wittgenstein
Una tensione costante tra la dimensione angusta dell'ordinario e le inquietudini della riflessione filosofica
Lo scopo non è passare da una parte all'altra ma immergerci nel fiume per ritrovarci poi risanati, sulla terra: non importa su quale sponda
Dalla pubblicazione del mio Claim of Reason in poi è stato più volte affermato, tanto da parte di critici a me vicini quanto da altri meno amichevoli, che io rappresento una voce alternativa nella filosofia. E sebbene io non abbia mai provato ad accertare la misura o l'entità di questa mia differenza o stranezza, so che mi sarebbe piaciuto chiedere quale fosse questa misura o entità. Dopotutto è sempre esistita una certa tradizione di voci alternative nei confronti dei governi vigenti della filosofia, voci, per citare alcuni illustri esempi in età moderna, che tendevano ad avvicinare il filosofare ad aspirazioni religiose, Pascal, Kierkegaard, o la cui inclinazione era molto più letteraria di quanto la filosofia accademica avrebbe gradito, Montaigne, Emerson, Nietzsche, figure queste che esercitano spesso un'attrazione nei confronti dei giovani impegnati. Per alcuni, la novità delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein era la dimostrazione di un'esistenza allo stesso tempo interna ed esterna al sistema della filosofia professionale. Una misura della mia personale differenza potrebbe essere fornita dal modo in cui io leggo questo testo.
In pratica, sui passi più chiaramente letterari delle Ricerche (come per esempio, "se un leone potesse parlare noi non potremmo capirlo") si sono concentrati coloro già orientati verso la dimensione letteraria; tuttavia, benché non siano stati ignorati dalla maggior parte dei filosofi, certamente quei passi non sono stati usati come pietra di paragone per la correttezza della loro interpretazione delle idee di Wittgenstein. Dal momento che mi sembrava che nessuna di queste due pratiche rendesse giustizia a quel preciso aspetto che più mi interessava nel testo di Wittgenstein, ho usato (in un saggio intitolato "L'estetica del quotidiano nelle Ricerche") la seguente immagine per la sua filosofia. L'immagine di un filosofare che si muove incessantemente tra una riva più vicina e una riva più lontana, in cui quella vicina indica l'ordinario a cui Wittgenstein fa appello, così come anche le confusioni e il disorientamento a partire dalle quali scaturisce il suo richiamo all'ordinario, mentre la riva lontana indica le aspirazioni, quel fervore per l'assenza del dubbio di cui si nutre la filosofia e che può condurre ora a soddisfazioni illusorie e metafisiche, ora a quella pace momentanea che Wittgenstein chiama rappresentazione perspicua (ubersichtliche Darstellung). L'immagine dell'altra riva intende affermare che al testo di Wittgenstein non si rende giustizia fino a quando non si riesce a vedere in esso sia il carattere fondamentale dell'ordinario sia quel diritto all'inquietudine connaturato alla filosofia che è strettamente legato alla critica dell'ordinario in quanto tale. L'immagine implica di leggere il testo confrontandolo con l'affermazione di Wittgenstein secondo cui "ciò che noi facciamo è ricondurre le parole dal loro uso metafisico al loro uso quotidiano"; il che suggerisce che il nostro scopo non è quello di passare da una riva all'altra (cosa che non sarebbe un ritorno), ma di trasformare l'idea che abbiamo del luogo in cui ci troviamo, per esempio la nostra esistenza; suppongo che ciò significhi immergersi nel fiume sapendo che, ogni volta, ci si deve ritrovare sulla terra ferma. Ognuna delle rive a cui si approda designa comunque un risanamento.
Questo piccolo mito della filosofia è illuminante per me, specie per l'importanza che riveste il modo in cui, all'inizio del mio Claim of Reason, affronto l'idea di criterio. Nei miei primi scritti su Wittgenstein, risalenti ormai a circa quarant'anni fa, affiancavo la sua idea di grammatica alla logica trascendentale di Kant, ritenendo che fornisse le condizioni di possibilità di ciò che sappiamo sull'esistenza delle cose. Ma l'idea wittgensteiniana di criterio è in realtà un abbandono di quella struttura kantiana che intendeva proteggerci dalle illusioni risultanti dal nostro inevitabile lottare contro questi elementi, poiché per Wittgenstein, infatti, un criterio (perché una certa cosa per esempio sia semplice, o perché sia un tavolo, o perché sia il dolore sentito da un altro) è qualcosa che dobbiamo avere il potere di rifiutare, o di cui possiamo diventare ragionevolmente insoddisfatti, e che possiamo poter estendere; altrimenti il linguaggio non avrebbe la profondità che ha; tutto ciò che sapremmo delle parole sarebbe ciò che ci è capitato di apprendere di esse (che questa particolare cosa è dolore, è un tavolo, è semplice), ma non che anche quest'altra cosa, assai diversa, è dolore, e così via. Lo scetticismo non sarebbe dunque una minaccia. Perché per noi non ci sarebbe che un primario bisogno umano gli uni degli altri e un primitivo interesse gli uni per gli altri (come avviene nella descrizione dei due muratori nella seconda pagina delle Ricerche).
Si potrebbe dire che il mio libro procede in modo concentrico, traendo continuamente contenuti morali da tali considerazioni. In seguito, su questa base, proprio in quel saggio sull'estetica delle Ricerche, mi è stato possibile ricavare il ritratto wittgensteiniano del soggetto moderno come estraneo a se stesso, deluso di se stesso, tormentato, distorto, perduto, malato, soffocato, ritrovando per ognuno di questi caratteri una radice precisa in passi specifici delle Ricerche filosofiche. Inoltre, nel saggio "Declining Decline", ho considerato che questo testo dia luogo a una sorta di filosofia della cultura, prendendo i piccoli drammi di fuga dall'ordinario che vi sono descritti come una cronaca dei nostri giorni, e le nostre ripetute disfatte filosofiche personali come versioni in miniatura del declino descritto da Spengler nel passaggio dalla cultura alla civilizzazione; declino però che Wittgenstein a sua volta declina, poiché radicato nel modo in cui noi viviamo la nostra forma di vita.
Infine, ritengo che questa perpetua lotta dell'ordinario con se stesso, come per esempio nell'accettazione e nella distruzione dei nostri criteri, produca una sorta di secolarizzazione della descrizione data da Pascal dell'irrequietezza spirituale: "L'unico essere che conosce la natura, la conoscerà dunque al solo scopo di ritrovarsi infelice?...
Non è necessario che egli non veda assolutamente nulla, né che veda a tal punto da credere di possedere Dio, ma egli deve vedere a sufficienza per sapere di averlo perduto. Infatti, per sapere che si è perduto qualcosa si deve vedere e non vedere: tale è precisamente lo stato di natura. Qualunque strada egli prenda, io non gli lascerò pace" ("Pensieri", n. 449, edizione Lafuma). In via molto generale, ritengo che tali sviluppi e associazioni mi consentano di perseguire la mia idea della filosofia in quanto disponibilità alla replica, non a parlare per primi, ma a sentirsi interpellati, in quanto volontà di resistere fino a che il conflitto non trovi una tregua. E questo ha significato consentire a me stesso di sentirmi interpellato da eventi e da testi che non sono tipicamente connessi ai problemi ritenuti d'interesse filosofico, inducendomi così talvolta a considerare testi di Poe, Emerson o Beckett, per esempio, ma anche una tragedia di Shakespeare o un balletto di Fred Astaire, come capitoli della filosofia.
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